It’s raining aubergines!

Cammino verso la stazione in questa mattinata dalla pioggia fitta e fastidiosa. Non so perché ma oggi è l’olfatto il senso più sollecitato. Sarà che sto ancora dormendo e tutti gli altri sensi sono come assopiti. Sarà che mi è appena passato il raffreddore (ma la tosse rimane!) ed il naso è tornato in possesso dei suoi pieni poteri. 

Cammino e avverto un odore forte, acre, familiare però. Non riesco ad identificarlo né saprei dire da dove provenga. È diffuso nell’aria. Forse dall’erba bagnata, dall’asfalto costellato da pozze di fango… No, è l’erba, l’erba umida ai bordi del marciapiede. Ogni volta che cammino accanto ad un tratto verde, l’odore si fa più persistente. Ah sì, ecco che cosa mi ricorda! Le melanzane.. Quelle che si mettono sopra la bruschetta. Viscide, molli, puzzolenti… Le detesto! Che odore terribile! Per liberarmi le narici avvicino la mano al naso: annuso il profumo della crema, dolce e delicata, come i fiori in primavera. Dovrei metterla più spesso, ma vado sempre di corsa… E poi, mentre tento di ripararmi da quegli automobilisti sfrenati che non si curano minimamente di rallentare sulle pozze d’acqua per evitare di schizzarti, passo nei pressi del supermercato. Qui, aroma di rose per il mio olfatto! No, non rose, volevo dire pane, pizza, focaccia… Il retro del supermarket emana un delizioso odore di forno già dalle prime ore della mattina. Che estasi! Che euforia! Che gioia! Già, di nuovo interrotta da quella puzza immane di melanzane fradicie che ora mi sembra anche mischiarsi con il tanfo dei piedi… 

Non ho mai amato le giornate di pioggia, il colore grigio del cielo e l’umidità nell’aria. Ma agli odori non avevo mai fatto caso. Ovviamente non sono stati una sorpresa piacevole. Che dire? Che odio la pioggia e le melanzane! 

Libri in metro #36

Ogni tanto cambio il mio percorso per raggiungere l’università. Non prendo sempre la metropolitana, ma qualche volta – specie quando gli orari delle lezioni sono più comodi – mi servo del treno della linea Orte-Fiumicino che mi porta comunque ad allacciarmi alla metro alla stazione di Roma Ostiense. È proprio in una carrozza del suddetto treno che incrocio il lettore di questa settimana.. 

Il regno dei lupi [ROMA]
Gambe divaricate, schiena china, una busta gettata a terra tra un piede e l’altro ed un libro (Continua a leggere…)

La vita è adesso

Ci voleva proprio una bella camminata. Con questa splendida giornata poi, tersa e soleggiata, una lunga passeggiata non poteva mancare. Ne sono stata felice, mi ha temprata. Ho comunque sudato come pochi! Nonostante mi fossi tolta cappotto e giacchetto, il sole delle 11.30 picchiava forte e l’asfalto rovente non risparmiava di emanare il suo calore.

Una domenica del genere a Roma scatena gli amatori della bicicletta che hanno dovuto sacrificare la loro passione per tutto l’inverno. E mette in moto l’abitudine degli aperitivi all’aperto, con la gente seduta attorno ai tavolini che i bar hanno allestito all’esterno. I parchi giochi si riempiono di famiglie, i bambini piccoli si godono la loro passeggiata in carrozzina ed i cani scorrazzano allegri per i prati verdi.

Sapete cosa provoca in me una giornata simile? Voglia di vivere, di vedere positivo, di scacciare le ansie e le preoccupazioni per stupirsi di quanto di bello c’è nel mondo. Voglia di fare, di cambiare, perché il pianeta, sotto questa luce brillante, mi pare in grado di garantire ogni possibilità. E poi ovviamente voglia di estate, di mare, di viaggi…

Oggi ci vorrebbe proprio un bel gelato per festeggiare. 

Libri in metro #35

Stavo iniziando seriamente a preoccuparmi perché, nell’ultimo periodo di utilizzo, seppur sporadico, di mezzi pubblici, non avevo più adocchiato nessun lettore. Tutti phubber, vale a dire “coloro che snobbano il mondo a vantaggio del loro smartphone”, come l’unione dei due termini inglesi suggerisce (“phone” + “snubber”). Ecco invece arrivare la mia smentita – per fortuna! – quel dì di marzo dell’anno 2015…

Il grande Gatsby [ROMA]

Deve essere salita sul vagone immediatamente all’arrivo della metro a Conca d’Oro, dato che (Continua a leggere…)

Cronaca di un delirio annunciato.

Non so se è a tutti noto che da qualche annetto a questa parte lavoro come animatrice negli eventi per bambini. Fondamentalmente lo faccio con il mio ragazzo che ha un’agenzia di animazione ed organizzazione eventi.
Finora non ho tuttavia mai scritto qualcosa al riguardo, forse perché, come dice anche Armando, alla fine di una festa non desideri altro che dimenticarla. Hai voglia tutti a complimentarsi per il lavoro che facciamo, “Ah, che bello!”, come se ci invidiassero. In realtà le persone che se ne escono con tali frasi ignorano gran parte della fatica, dello stress e della concertazione mentale sottesa a questo mestiere. Che è logorante per certi versi. Tre ore di festa possono sfinire come un’intera giornata di lavoro (ma mai come otto ore di lezione consecutive all’università di cui questo semestre ho esperienza!). Comunque questo è un altro discorso: veniamo a noi.

L’altro giorno ho assistito a delle scene pazzesche alla fine di una festa particolarmente difficile. Bambini di 8 anni, solo maschi. Giorno infrasettimanale, ergo appena usciti da scuola. Indemoniati. Al di là delle inevitabili difficoltà riscontrate nella gestione della festa e delle attività, la parte allucinante è arrivata dopo, in seguito al taglio della torta e allo scarto dei regali. Ci tengo a precisare che a questo punto la festa, dunque l’animazione, si suppone conclusa, poiché si avvicina il fatidico momento dei saluti, dei ringraziamenti, del rinnovo degli auguri e finalmente del rientro a casa. Non è più compito nostro, quindi, intrattenere i bambini o sorvegliarli sino al loro congedo. È invece il momento in cui i marmocchi pestiferi (per non dire di peggio) vengono consegnati ai genitori, i quali spesso sono ancora impegnati in conversazioni tra loro.
Ora accade che normalmente va tutto bene. Questa volta no.
Avevo già notato che i bambini erano piuttosto vivaci, movimentati, scatenati, carichi di energie. Ho iniziato a insospettirmi sulla loro educazione nel momento in cui due di loro hanno preso a calci un nostro gioco, trattandolo senza il minimo rispetto e, peraltro, frantumandolo. Le mamme, cosa volete che dicano? Prese come sono dalle loro chiacchiere nel salottino e ancora incredule di essersi liberate dei figli per qualche ora.
Il delirio ha però inizio dopo la torta e vale la pena che tenti di descrivere la scena per rendere più chiaro di cosa parlo.
La festa volge al termine, la musica si abbassa, i genitori arrivano a riprendersi i figli ma si trattengono a parlare tra loro, rimanendo in piedi e ancora noncuranti dei loro bambini. I regali sono stati scartati, c’è ancora qualche cartaccia a terra (il grosso l’abbiamo già buttato via), la torta è stata tagliata ed il tavolo è rimasto al centro della sala. Fuori è buio, fa freddo e tira un ventaccio spaventoso. La sala si trasforma in un ring. Bambini che corrono dappertutto come se non si sfidassero da mesi, urlano, sbraitano, si rincorrono tra mille sonore risate. Qualcuno si getta per terra, imita i chitarristi delle rock band, qualcun altro striscia tra i tavoli e le sedie come se volesse pulire il pavimento. Altri ancora giocano a frustarsi con i nastri dei regali, così come a picchiarsi con le cartacce. Tutto questo in mezzo ad un baccano indicibile. Altri ragazzini si fanno i dispetti, prendono i nostri materiali e corrono per la sala esibendoli come trofei, con un ghigno beffardo su un volto da prendere a schiaffi. Altri aprono le finestre e si spingono per saltare giù. E poi ci sono quelli che corrono con le sedie sulla testa, le spostano su e giù, le strusciano sul pavimento e le muovono con veemenza. Qualcuno – non so come – ha staccato, rotto e danneggiato le luci esterne del giardino, in un impeto di follia, come fossero tutti sotto l’effetto di sostanze eccitanti. Ancora, tutto questo è accompagnato dal caos, una confusione evidente e fastidiosissima, eppure… I genitori continuano a chiacchierare placidi, immuni dal rumore insopportabile che li circonda e che sembra non tangerli. Non una parola, un rimprovero, un gesto di ripresa nei confronti di quelli che sono ormai diventati bestie scatenate, come i tori durante quella famosa manifestazione a Pamplona. E se loro non dicono nulla, perché mai dovrei sgolarmi io? La situazione è talmente inverosimile che mi viene da ridere. Dopo un po’ me ne frego di quello che sta succedendo (mentre Armando, tutto preoccupato, cerca di star loro dietro) e decido solo di godermi lo spettacolo, divertirmi per l’assurdità della cosa. Un terremoto fortissimo sta scuotendo la crosta terreste, ma i suoi abitanti continuano imperterriti con le loro attività, come se non stesse accadendo nulla. C’è qualche mamma che sorride a questi demoni, ogni tanto pronuncia a voce bassa la parola “basta”, ma poi si volta verso la sua interlocutrice per riprendere da dove era rimasta. E intanto questi diavoletti urlano, strillano, ridono a crepapelle mentre battono i piedi per terra e fanno rumore con qualsiasi cosa abbiano tra le mani. Aaah, io le mani dove le alzerei… Le facce da schiaffi non sono tanto quelle dei figli, ma dei cari genitori, che non hanno di certo impartito loro una educazione, visto il modo in cui si comportano e la mancanza di rispetto che dimostrano. Ma in fondo non mi sorprendo più tanto, specialmente quando vedo un genitore recarsi al tavolo delle bevande ed attaccarsi alla bottiglia dell’acqua per berne un sorso.
Non so come e non so quando, finalmente il branco inferocito si dilegua, come un gruppo di saccheggiatori che ha completato la sua brutale razzia del villaggio.
In realtà hanno fatto anche di peggio, perché ci hanno lasciati distrutti, stremati, privi di forze. Depredati di energie.
Un festa che è stata una battaglia, una lotta per la sopravvivenza. E nonostante tutto, l’abbiamo spuntata noi.

12 anni schiavo [Steve McQueen]

Sono un po’ abbattuta in questo periodo (credo lo abbiate capito da soli), cosa che mi ha spinto a declinare un invito al cinema dedicato alla visione di American Sniper, film di Clint Eastwood candidato agli Oscar. Un’altra uscita simile è saltata, sebbene questa volta non per causa mia, quindi anche Birdman (plurinominato agli Academy) per il momento non mi avrà come spettatrice.

Fortuna che il cinema a casa te lo porta Sky (sembrerebbe una promo, ma non lo è), quindi lunedì scorso, giorno dedicato alle premiére, ci siamo visti con i miei la pellicola trionfatrice degli Oscar 2014: 12 anni schiavo.

Ambientato nell’America schiavista dell’800 e tratto da una storia vera, il film narra le vicende di un violinista americano di colore, Solomon Northup, che in un giorno qualunque viene rapito da due mercanti di schiavi spacciatisi per artisti circensi interessati alla sua dote di musicista. Inizia così per il protagonista una discesa verso il basso, la violenza, la crudeltà, l’ingiustizia. Passa di mano e di proprietà di due ricchi latifondisti, ma se il primo è un brav’uomo, retto ed onesto, il secondo è una bestia aggressiva, sadica ed incline alla crudeltà più malvagia. E’ da questa seconda parte del film che provengono le scene più dure e toccanti, così forti che mi hanno costretto a chiudere gli occhi e ritrarre lo sguardo. Ma è proprio in queste scene che emerge la potenza della regia. Si fa prepotente il ricorso ai primi piani e alle scene dilatate, con cambi di inquadrature ma con lo stesso soggetto, immobile, inerme: Solomon che canta, Solomon che piange, Solomon che lotta per la vita mentre è impiccato con una corda ad un albero. La lunghezza delle scene riproduce il tempo effettivo della storia e rende perfettamente il senso dell’attesa e della strenua resistenza di uomini e donne sottoposti ad atrocità a causa solo del colore della loro pelle. Non ho mai visto rappresentato così bene l’odio che i bianchi (certi bianchi) nutrivano nei confronti dei neri come in questo film. Un sentimento terribile, una ferocia ed un astio disumano che quasi esce dallo schermo e ti contorce lo stomaco, facendoti avvertire come tale emozione stia scomoda nel cuore di ognuno. E difatti anche tu ti senti scomodo, ti muovi, ti rigiri sul divano e cambi posizione. La forza del film è proprio quella di entrarti dentro. La bravura degli attori, primo su tutti il protagonista, Chiwetel Ejiofor, ma anche Michael Fassbender, è la ciliegina sulla torta. Un capolavoro sotto tutti gli aspetti.

La delusione, il vuoto dell’anima

[…] Nothing beside remains. Round the decay
Of that colossal Wreck, boundless and bare
The lone and level sands stretch far away.
Percy Shelley, Ozymandias

Niente.
Non c’è più niente da fare.
Chiuso, morto, sepolto.
Eppure fino a poco fa una piccola speranza c’era, uno spiraglio di luce al quale mi tenevo stretta, aggrappata, convinta che si sarebbe poi spalancata la porta dalla quale trapelava tale luce.
Invece adesso il buio. L’oscurità totale, l’oblio.
Non che non abbia provato, tentato, giocato tutte le carte.
Non mi sono arresa, no. Ho lottato, ho ottenuto una rapida quanto fugace soddisfazione, foriera di una tenue speranza poi brutalmente delusa.

E ora? Non c’è spazio che per la rassegnazione, la dura accettazione di qualcosa che non si riesce a concepire. L’apatia. Il disinteresse verso tutto il resto. L’indifferenza. La malinconia. Il disgusto.
Le giornate di sole non scacciano la nostalgia ed i brutti pensieri. Anzi. Non faccio altro che tornare con la mente a quei momenti di euforia, esaltazione, aspettativa, trepidazione. Memorie spensierate, ricordi di occhi che brillavano, di immagini che galoppavano lontano.
Nulla di tutto questo esiste più.
Il deserto forse? Magari, neanche quello. Significherebbe essere in attesa di qualcosa, di una fioritura o di un più atroce destino.
No, non ho più nemmeno la possibilità di aspettare, non godo del diritto di sperare.
L’orologio si è fermato, le sue lancette si sono atrofizzate.
Io sono caduta in baratro e non vedo alcuna luce.

L’attesa, il deserto dell’anima.

Come fa l’Infinito di Leopardi?
Leopardare!

“L’attesa del piacere è essa stessa piacere”, diceva Leopardi diverso tempo fa ed io ho sempre concordato con lui: un modo per prolungare la durata di un piacere è pregustarlo, preconfigurarlo, immaginarlo presente nella nostra mente e dunque esistente, un po’ come le emotions di Wordsworth che, dopo essere state assaporate dal poeta, venivano rivissute, rielaborate in tranquillity. Simile procedimento, però al contrario. Non a caso, comunque, i due poeti condividevano la medesima sensibilità romantica e non è nemmeno un caso che a me piacciano da morire entrambi.
Romantica però non sono, o meglio, lo sono in un’altra accezione, in amore magari; per le cose di tutti i giorni mostro invece una spiccata inclinazione al real… ehm diciamo pessimismo, non deludendo così le più alte aspettative del noto poeta recanatese.

In linea con le mie propensioni, mi domando dunque: se di piacere non si tratta, come si trasforma l’attesa, lo stato di ansia ed agitazione che precede l’arrivo di qualcosa di cui si conosce la forma ma non il contenuto? Diventa come un conto alla rovescia, un fissare nel vuoto, un seguire con lo sguardo la danza impazzita delle lancette dell’orologio, mentre il corpo rimane inerme e la mente si contorce in pieno fermento. Una speranza sempre più lontana, che corrode lenta, ma inesorabile, ti toglie le forze, la volontà, l’intenzione, ti allontana dalla realtà e ti precipita in un vortice infernale di una profondità pari o talvolta superiore alla durata dell’estenuante attesa. All’improvviso ti guardi intorni, non riconosci più nulla, guardi il tuo corpo, le tue mani, le scopri insanguinate, con dita piene di ferite, di tagli e di morsi, unghie spezzate e pelle viva che pulsa nel suo rossore.
E quando finalmente l’attesa finisce, tutto si placa, ogni cosa ritorna al suo posto; un sospiro di sollievo e via, avanti come prima.

Se non conosciamo la natura del piacere, questo non può originare altro piacere, ma al contrario procura dolore, insoddisfazione, disperazione. E se poi il piacere sperato non arriva, non ci saranno limiti alla vastità del deserto della delusione e dell’amarezza che si dipana nel fondo dell’Io.

Quando il tempismo è una grandissima scemenza.

Sono fuori dal tunnel. Sono uscita dal vortice. E ho finito, almeno per questa sessione. Ma di scrivere non ho voglia, sono in attesa di qualcosa che non mi fa stare tranquilla… Vi lascio con un post scritto ormai un mesetto fa.
A presto!

Scritto il 2.01.15

Oggi, 2 gennaio 2015, ho cambiato il calendario della mia stanza. Ho avuto un giorno di ritardo, il che significa che idealmente era come se fossi rimasta per 24 ore ancora nel 2014. Ciò dimostra quanta importanza dia a questa corsa al nuovo anno, basata su un conto alla rovescia assolutamente arbitrario e meramente convenzionale. Il mio orologio segnava già le 00:01 quando Armando al microfono ha dato inizio al count down, collegato – pare – con il sito ufficiale della NASA. Il fratello di Armando era a Londra il 31 dicembre, dunque avrebbe festeggiato l’inizio del 2015 un’ora dopo di noi, brindando allo stesso anno, il 2015 “italiano”, cominciato però 60 minuti più tardi. Intanto il mio telefono si stava riempendo di messaggi di auguri mentre il count down era ancora in corso, e quando io ho inviato i primissimi auguri alle persone più care, magari queste stavano ancora fremendo nell’attesa che scattasse la mezzanotte per stappare lo spumante. Senza parlare poi di tutti coloro che devono aver consumato cotechino e lenticchie già diverse ore prima di noi (se vogliamo mantenerci fedeli alle tradizioni occidentali).
E se decidessimo che l’anno nuovo iniziasse il 15 agosto? Guarda un po’, l’anno prossimo festeggio in estate, così mi evito tutta questa euforia puramente indotta del 31 dicembre. Anzi no, mi aggrego alla Nuova Zelanda e faccio il “pranzone” dell’ultimo dell’anno, tanto legittimamente il 2015 entra già a quell’ora nell’emisfero boreale dalle parti dell’Australia. E perché non prendere come riferimento il primo Paese nel mondo in cui scatta la mezzanotte ed innestare una serie di festeggiamenti a catena in tutto il resto del pianeta, indipendentemente dal fatto che sia giorno o notte, ora di pranzo o della merenda? Tanto la globalizzazione c’è, non venite a dirmi che abbiamo di questi problemi. Mi preciserete che sarebbe complicato a livello di calendario, orari, consuetudini che regolano la fine di oggi e il principio di domani. Tutta questione di come ci siamo accordati per far girare questo mondo in maniera intuitiva, senza dovere impazzire. Alla fin fine le convenzioni sono utili, ovvio, semplificano la vita, facilitano la convivenza reciproca delle popolazioni.
Eppure ogni tanto mi stanno stretti questi accordi, come se fossero dei paletti che imponiamo per nostro comodo alla natura. Ho come l’impressione che a volte l’anticonvenzionale sia più autentico.

Libri in metro #34

Non ho mai visto così tanta gente con un libro in mano come oggi. Il vagone di Conca d’Oro pullula di lettori posizionati a diversa distanza l’uno dall’altro. Chi in piedi, chi seduto, chi appoggiato ad un sostegno, chi alle porte. Alcune copertine mi sono più familiari di altre, ma non di tutte riesco a decifrare autore e titolo (questa maledetta miopia!). Mi concentro allora sui soggetti più facilmente osservabili, quelli che riesco a “spiare” con una certa discrezione…

La regola dell’equilibrio [ROMA]

Non godo di un punto di vista privilegiato nell’osservazione di questa lettrice. Siede lungo la mia stessa fila di posti (Continua a leggere…)

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