Moonlight [B. Jenkins]

Suddiviso in tre sezioni, che corrispondono alle tre fasi della vita, Moonlight racconta la storia e la crescita di Piccolo, il cui vero nome è Chiron, soprannominato Black da alcuni. Ma anche a Blue, come tutte le persone di colore appaiono alla luce della luna. Piccolo è il bambino, Chiron l’adolescente, mentre Black è l’uomo adulto, di una certa stazza e durezza, eppure caratterizzato dagli stessi tratti riservati e delicati di Piccolo, che in fondo è ancora.


Il film accompagna il protagonista attraverso le tre fasi cruciali e formative della vita, ma lo fa con una lentezza di gesti, dialoghi e movimenti che sorprendentemente cozza con la rapidità della macchina da presa, spesso coinvolta in vorticosi inquadramenti. E se all’inizio la tecnica può affascinare, oltre che risultare di certo immersiva e coinvolgente, più si procede con la visione della pellicola maggiore è il senso di pesantezza che si avverte.
La durata ridotta del film giustifica pertanto, a mio avviso, la presenza di una regia documentaristica – e a tratti amatoriale – che non può essere sostenuta per molto tempo. L’interpretazione del miglior attore non protagonista agli Oscar 2017 (Mahershala Ali) si gioca solo nella parte iniziale del film, un insieme di scene che ritengo troppo brevi, seppur d’impatto, per poter giudicare il calibro di un attore.
In merito al riconoscimento come miglior film, dopo la clamorosa gaffe durante la cerimonia degli Academy, ci sarebbe da discutere ulteriormente per il premio assegnato ad un film che raccoglie una serie scontata di stereotipi: un ragazzo di colore omosessuale, bullizzato dai compagni e nato da una madre tossica (Naomi Harris) che finisce la sua vita in una casa di cura. Quanto a Chiron, la sua vita ha un destino altrettanto tipico e segnato per un afroamericano che vive nelle degradate periferie americane senza un punto di riferimento tra le mura domestiche: spacciatore e figlio della notte, senza legami o amici, se non la sua prima ed unica fiamma del periodo scolastico, vale a dire un uomo poco consapevole della sua identità sessuale.
Con una regia comunque interessante ed apprezzabile, Moonlight crolla su tutta la linea per i suoi contenuti e la tecnica di narrazione adottata, facendo inevitabilmente interrogare il pubblico sulla natura della gaffe durante la cerimonia di consegna degli Oscar. Misunderstanding che probabilmente non avrebbe mai dovuto essere rivelato.

Libri in metro #55

Anno nuovo, lettori nuovi… Sui cari ed intramontabili mezzi pubblici romani. Perché anche se cambiano le tue abitudini ed il tuo posto di lavoro, loro non potranno mai mancare in gran parte della tua giornata.

I segreti del linguaggio del corpo [ROMA]

Decido di sedermi accanto a lei per vari motivi: due posti liberi, la linea di sedili più lunga… Ma sopratutto perché (Continua a leggere…)

Una notte interminabile 

Non so descrivere la disperazione di quella notte, il senso di smarrimento mentre ti cercavamo nel buio e gridavamo forte il tuo nome, con la speranza che prima o poi avresti risposto, nella fiducia che avremo udito un tuo lontano lamento, distante come ti eri arrischiato. Ma le nostre voci risuonavano strozzate nella notte e tornavano indietro come dei boomerang reduci da una spedizione fallimentare.
E tutti quei guaiti, no, non erano i tuoi, e non potevamo più credere che saresti magari comparso sul ciglio della strada.

Poi, un’idea, nel pieno della rassegnazione, la tua foto, ché a guardarla anche solo per un istante mi colmava gli occhi di lacrime ed il cuore di dolore.
Non so con quale lucidità io abbia agito in quel momento, così accecata dal pianto e dallo sconforto, ma ti ho “postato” e qualcuno, a quell’ora tarda di una notte per me interminabile, ha “commentato”.
Uno scambio di messaggi tra identità sconosciute e ti abbiamo ritrovato, tra le braccia di un’anima dolce che ti aveva accudito, durante le ore della nostra accorata ricerca e ancor prima, nell’inconsapevolezza della tua scomparsa.

Non so se tu ti sia reso conto di ciò che è successo, se è stata per te solo una gita di poche ore, lontano da casa in nostra assenza. Chissà se saresti tornato, ma non voglio immaginare l’angoscia di tale scenario: quello strumento così potente che, ormai quasi un anno fa, mi ha annunciato l’arrivo della morte in una camera d’albergo, l’altra notte mi ha riportato alla vita, nel silenzio di una automobile in giro senza speranza né meta.

Solo così ho capito quanto profondamente sei entrato nella nostra vita, quanto ne fai assolutamente parte, con tutto l’affetto che ci riservi incondizionatamente ogni giorno, senza chiedere nulla in cambio, solo un paio di carezze prima di metterti a dormire.
Non so descrivere il modo in cui, con la tua dolcezza e vivacità, hai cambiato la nostra casa e riscaldi enormemente i nostri cuori, donandoci sempre e solo gioia, nonostante gli sbalzi d’umore e le nostre superficiali preoccupazioni quotidiane.

Moka, questo il nome che abbiamo urlato a squarciagola nell’oscurità, io con il pianto nella voce che mi spezzava anche il respiro.
Moka, questo è il nome che ti abbiamo dato poche settimane dopo la tua venuta al mondo, quando avevi gli occhietti ancora semichiusi e l’equilibrio non proprio perfetto.
Moka, il nome che ci è stato ispirato dal colore della crema di caffè, che si avvicina più al caramello che al marrone, più alla nocciola che alla cioccolata.

Moka, ti prego, non scappare mai più.

Joy [David O. Russel]

Joy è una gran bella storia, debbo dire. È la storia di una grande donna. Ed è una bella prova per Jennifer Lawrence, che ho valutato molto più in gamba di quanto la credessi (anche se già con Il lato positivo, film, tra l’altro, diretto dallo stesso regista e con il trio Lawrence-Cooper-De Niro, aveva voluto dimostrare a tutti la sua stoffa).

Joy è la storia della rivalsa di una donna sulle sconfitte, i fallimenti e le disgrazie che la vita le consegna come indesiderati fardelli da sopportare. È la storia di una donna che svolge con tenacia e dedizione tutti i ruoli che è chiamata a ricoprire: una donna madre, figlia, moglie, sorella (anche se a metà) e lavoratrice. Davvero siamo così tante cose insieme? (O non ne siamo nessuna contemporaneamente, come sottolineerebbe Pirandello). È in fondo anche la storia di un sogno, infranto dagli eventi ma riscoperto forse proprio grazie agli eventi stessi, in una vita che al tempo stesso ti abbatte ma ti dà occasione per rialzarti più forte di prima.
Robert De Niro e Bradley Cooper fanno solo da spalla al l’interpretazione incontrastata della Lawrence, che trasforma il film in un memorabile one-woman show. In ambito teatrale si direbbe che sa tenere il palcoscenico: con il grande schermo la sua recitazione fa la stessa cosa.
Se la trama, pur basata su una storia vera, può sembrare già vista (seguire il successo sofferto di una donna tra mille peripezie domestiche e amorose non è effettivamente cosa nuova), in Joy non si scade mai nel sentimentalismo più smielato o nello strappalacrime esagerato. Lei non è una donna finta, studiata solo per l’intrattenimento cinematografico, ma un personaggio profondo e concreto, che affronta le piccole difficoltà di ogni giorno con una forza di volontà enorme, eppure così reale.

Di pregio sono anche gli espedienti narrativi adottati, i flashback e le metafore, il paragone della vita con una soap opera e i momenti apparentemente slegati dalla trama principale che enfatizzano ancor di più la verosimiglianza ad una esistenza ed una lotta reale, quotidiana.

La determinazione di Joy, intervallata da momenti di legittima fragilità, è una qualità che paga, che viene premiata. Ed è in fondo il lieto fine di una favola, iniziata con i sogni di una bambina e conclusa con l’affermazione di una donna e la sua rivincita sulla vita.

Diario di viaggio: Bologna, Ferrara e Comacchio

Primo giorno: Bologna 

Il nostro breve viaggetto ci porta innanzitutto a Bologna, città che avevo vistato da piccola, ma che – come avviene quando si va in giro da ragazzini – avevo pressoché dimenticato.
Raggiungiamo il centro città con il bus, puntuale e sorprendentemente riscaldato – neanche fossimo a Zurigo – che, attraversando Via San Vitale, ci lascia direttamente sotto le famose Due Torri, soprannominate dai locali Torri degli Asinelli. Piazza della Mercanzia, pochi metri più avanti, è una delle zone che più mi ricorderà Bologna nei giorni futuri: sembra il cortile di un castello medioevale tra merletti, pietra rossa e botteghe/ristorantini tipici, i quali si presentano con la targa metallica che funge da insegna.dsc_0566Dopo esserci concessi una pausa ristoro al Bolpetta, gustando dei buonissimi boltellini in brodo e un mix di Piovono Polpette, ci dirigiamo verso la Basilica di Santo Stefano, che, con le sue 7 chiese, sorge in un piazzale molto vasto e leggermente in discesa. Le 7 chiese sono state costruite l’una accanto all’altra in un complesso assai affascinante, cui si accede entrando dalla prima basilica di Santo Stefano. Dovrebbero ricordare le 7 stazioni della passione di Cristo e la loro visita è accompagnata da un binomio perfetto
di canti gregoriani e odore penetrante di incenso. Qui si respira davvero l’atmosfera di edifici antichi e di ambenti rimasti tali e quali a come dovevano presentarsi in origine.
Uscendo, ci dirigiamo verso Piazza Maggiore, che Lucio Dalla ha reso nota a tutti con l’appellativo di Piazza Grande. Non può mancare un visita, seppur solo dall’esterno, della casa del famoso e talentuoso cantautore in Piazza de’ Celestini, a due passi dagli immensi spiazzi della piazza cantata nel suo pezzo. Vistiamo, questa volta entrando a capo chino, la Basilica di San Petronio, patrono della città di Bologna. L’imponenza della Basilica ci lascia senza fiato, ma rimaniamo ancora più sorpresi dal fatto che non è questa ad essere considerata la cattedrale.
Proseguendo su Via dell’Indipendenza e guardando sulla destra, ecco mostrarsi la Cattedrale di San Pietro, molto più modesta della Basilica in piazza appena visitata. Ci concediamo una ulteriore passeggiata sotto i famosi portici della città e verso il quartiere universitario, per poi tornare sui nostri passi ed ammirare di nuovo le Due Torri, al cospetto delle quali ci sentiamo piccolissimi.

Secondo giorno: Sigep a Rimini 

La scelta delle date del viaggio è stata condizionata dalla programmazione della fiera del Sigep, l’esposizione di richiamo europeo per quanto riguarda il mondo del gelato, del cioccolato e del caffè, oltre che alle attrezzature dedicate a catering, bar e ristorazione.
Il secondo giorno del nostro viaggio è quindi impegnato nella visita dei numerosi padiglioni nei quali si sviluppa la fiera, che ci ha colpito molto per le dimensioni notevoli ed il numero eccessivo di assaggi di gelato che la sottoscritta ha degustato… Non credo di aver mai mangiato così tanto gelato in una sola volta e in tutta la mia vita. I padiglioni ospitano, tra gli altri, le più importanti aziende di fornitura del gelato a livello europeo, come Mac3 e Comprital, oltre che Fabbri, Pernigotti, Elenka e Nestlé. Le prime due si presentano in tutta la loro forza con dei padiglioni immensi, a due piani, e delle architetture imponenti che alla lontana possono ricordare i padiglioni delle varie nazioni all’Expo. Insomma, non parliamo di piccoli stand o bancarelle… Vedere per credere.
Esaurito il giro della fiera e saziate per bene le nostre pance, ci rimettiamo in viaggio verso Ostellato, località in provincia di Ferrara dove trascorreremo le due notti successive. Per raggiungere il nostro alloggio, la strada consigliata dal navigatore ci conduce attraverso le Valli di Comacchio, luogo davvero suggestivo che avremo modo di scoprire meglio il giorno seguente.

Terzo giorno: Ferrara e Comacchio

Ostellato sorge, come tanti simili paesini, isolato in mezzo alla vasta Pianura Padana. E si fa presto a dire pianura… La Pianura Padana è uno scenario al quale io non sono per niente abituata. È uno scenario che – debbo ammettere – mi procura una leggera angoscia, dovuta forse alla vastità degli spazi infiniti e alla scarsa densità abitativa di tali aree, i cui confini sono inarrivabili e si confondono con l’orizzonte. Apprezziamo la presenza di questi casali immersi nel nulla, a distanze interminabili gli uni con gli altri, distanze colmate da coltivazioni regolari e precisamente organizzate.
È attraversando questo paesaggio, ancora avvolto nella fredda bruma del mattina, che raggiungiamo Ferrara, cittadina che è stata la capitale del regno degli Este e che tuttora conserva fascino e caratteristiche tipiche di un Gran Ducato.dsc_0620Conosciuta come città delle biciclette, Ferrara ci accoglie con diversi cartelloni pubblicitari legati a mostre dedicate al V centenario dell’Orlando Furioso, opera di Ludovico Ariosto, cui la cittadina dedicata anche un’ariosa piazza in zona semicentrale.
Per raggiungere il centro vero e proprio passeggiamo lungo le mura che ancora corrono per 9 km intorno alla cittadina. E’ così suggestivo camminare qualche metro sopra la strada e sentirsi sopraelevati rispetto al parco verde e immenso che a sua volta circonda le mura. Dopo aver percorso circa 1/4 delle mura, interrotte da vari bastioni più o meno conservati, tagliamo per Porta Mare, la via d’accesso all’arteria che poi incrocia Corso Ercole I D’Este. Inutile dire che le biciclette non sono solo presenti fisicamente, tra giovani e anziani senza distinzioni, ma anche nelle normative cittadine, piuttosto diverse da quelle cui siamo abituati: “Divieto di appoggiare le biciclette al muro” è un esempio della buona educazione civica dei ferraresi.
Passeggiando lungo il corso pedonale, fotografiamo Palazzo dei Diamanti e giungiamo al Castello Estense, una struttura davvero magnifica che sorge sull’acqua, in pieno centro cittadino. Oggi sede di un museo e degli uffici della Provincia, il castello mostra tutti quegli elementi che lo rendono la fortezza per antonomasia: ponte levatoio, fossato con l’acqua, bastioni e torri, nonché merletti e finestre con stendardi. Da qui in poi, Ferrara non smette di stupire. Su Piazza della Cattedrale si affacciano il Palazzo Municipale, anche questo  tipicamente medievale, la Torre della Vittoria ed ovviamente la maestosa Cattedrale di Ferrara, che ha più di una chicca in serbo per i visitatori. Anzitutto è evidente una commistione di stili tra il romanico ed il gotico, ma l’aspetto più particolare è il porticato che corre lungo la fiancata della chiesa, sin dal medioevo sede di botteghe di artigiani ed attività commerciali. Tutt’oggi è un porticato ricco di negozi, i quali stranamente non stridono con l’antichità e l’imponenza dell’edificio religioso alle loro spalle, ma ne sono con tutto rispetto integrati. Passeggiando per le vie del centro, Ferrara si mostra continuamente con i suo palazzi ricchi di merletti e dettagli medievali, fino a sfoggiare tutto il suo splendere in Via Delle Volte, famosa per le arcate che vi si susseguono.
Dopo aver gustato una deliziosa piadina alle spalle dello Scalone D’Onore ed esserci dedicati a qualche acquisto-ricordo, decidiamo di abbandonare Ferrara nel primo pomeriggio, calcolando di giungere a Comacchio, nella zona del Delta del Po, sfruttando ancora la luce del giorno.dsc_0661In realtà, costeggiando nuovamente la città sulle sue mura, impieghiamo più tempo del previsto per tornare alla nostra automobile, ma nonostante questo arriviamo a Comacchio in tempo per fare qualche fotografia.
Le Valli di Comacchio costituiscono una zona paludosa che circonda la cittadina e si estende fino al Parco del Delta del Po. L’area è quindi una immensa laguna del tutto particolare che  ci comunica ancora una volta quel senso di vastità senza confini unito ad una sensazione di spaesamento per sentirsi immersi in uno spazio di cui non riusciamo a percepire i confini. La cittadina di Comacchio ci riserva, dal canto suo, delle piacevoli sorprese. Incuriositi da un manifesto pubblicitario che ricordava a tutti come Comacchio fosse candidata a Capitale della Cultura 2018, decidiamo di fare due passi nel centro. Non è il caso paragonarla a Venezia, ma qualcosa di Treviso me lo ha ricordato. Comacchio sorge infatti lungo un canale che si snoda in tanti piccoli canaletti, affascinanti sopratutto perché arrivano allo stesso livello della pavimentazione stradale. Ci sono inoltre diversi ponti che movimentano il centro e lo rendono particolarmente piacevole per una passeggiata, consigliata prima del calar della sera, a causa dell’umidità notevole della zona.
Concludiamo la nostra breve vacanza all’insegna dei sapori tipici della regione, mangiando tortellini in brodo, crescentine con salumi e torta tenerina.dsc_0671Abbiamo ancora qualche città nella lista dei luoghi da esplorare in Emilia Romagna. Sarà quindi nostro piacere tornare presto in questa grande regione, tra itinerari culturali e soste gastronomiche, alla scoperta di luoghi unici nel loro genere, luoghi che solo la nostra penisola a forma di stivale sa offrire.

Across The Universe [Julie Taymor]

Across The Universe non è musical che si può vedere a cuor leggero.
Non lo definirei nemmeno un musical, ma piuttosto un’opera artistica musicata e filmata, visto che moltissime immagini dagli alti contrasti e dai forti colori sembrano uscite dallo sfogo creativo di un Pollock, un Wahrol o persino un Fontana (la scena a ritmo del pezzo Strawberry Fields mi ha ricordato tremendamente il taglio rosso nella tela).

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Spesso paragonato a Moulin Rouge, a mio parere ha qualcosa di più e, per la tipologia di temi trattati, mi è venuto di assimilarlo ad un altro grande musical che ha a che fare con i capelli… No, non parlo di Grease, bensì di Hair, ambientato nell’America degli anni ’60 durante quell’intenso periodo testimone della nascita della cultura hippie, come risposta pacifista ed alternativa alla violenza efferata della guerra del Vietnam.

Across The Universe prende le mosse dalla stessa fase storica e la incornicia magistralmente con una colonna sonora di tutto rispetto. I protagonisti non possono che chiamarsi Jude e Lucy, nomi che compaiono in due note canzoni dell’epoca composte da certi Beatles, apparentemente popolari tra i giovani…
Sono in effetti i loro brani ad essere i protagonisti. E nonostante questo, rimane spiazzante realizzare quanto tutta la musica sia perfettamente parte integrante del film, come se, indipendentemente dal cinema che è arrivato dopo, quella band inglese avesse da sempre voluto raccontare una storia. Una storia fatta di incontri, amore, sconfitte, rimpianti, talvolta di denuncia e di proteste,  proprio mentre oltreoceano nasceva la cultura dei figli dei fiori e mentre la loro immagine veniva quasi mitizzata da folle isteriche di adolescenti. L’America dell’epoca, in cui questi ragazzi di Liverpool venivano venerati, vedeva infatti al contempo la fioritura della pop art ed il trionfo dei movimenti pacifisti contrapposti alla guerra forse oggetto di più critiche e disaccordo da parte di un’intera nazione. Il richiamo di Uncle Sam che incombeva sui giovani americani in età da soldato non poteva che essere, già in partenza, una condanna a morte dichiarata.
Allo stesso tempo è affascinante pensare come la regista abbia potuto modellare le scene solo ispirandosi alla musica, per farle calzare a pennello con le parole cantate dai personaggi in gran parte del film.
È straordinario riuscire a costruire una trama basandosi su delle canzoni, dando a queste pieno potere narrativo ed affiancandole ad immagini forti ed impattanti, scene dal sapore onirico quasi prive di dialoghi non musicati.

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Musica e immagini sono i due elementi cardine di questa opera, poichè dotate di una forza evocativa enorme, unita alla recitazione ricca di espressività degli attori protagonisti e non: gli uomini con quel taglio di capelli lungo, dettato dalla Beatlemania, e le donne con lo stile tipico degli anni ’60, colorato, vivace, floreale.
In certi momenti, come in parte potete già intuire, non sembra di stare seguendo un film, quanto piuttosto di trovarsi di fronte ad un video musicale tempestato da richiami ad una realtà parallela, visionaria e psichedelica, come si fosse sotto effetto di qualche sostanza allucinogena.E ci si domanda inevitabilmente quale sia il mondo migliore tra quello reale, brutale, crudele e doloroso, o quello, seppur idilliaco e fittizio, di Jude e Lucy, in cui il loro amore sembra essere la chiave per portare la pace nell’intero pianeta.

Scegliere la via di mezzo vuol dire sempre percorrere la strada più difficile ed è per questo che la dolcezza proverbiale delle fragole ed il loro colore, rosso come l’amore, assumono il significato più macabro che possano comunicare, nella scena che ho interpretato come la più significativa del film. Un campo minato di cuori insanguinati e vite spezzate, un cimitero di vittime crocifisse al servizio della patria.

“Because happiness is a warm gun. Yes it is”

Happiness is a warm gun – The Beatles

Da uno zaino, mille ricordi.

Oggi sono passata davanti alla mia scuola e ho incrociato una nonna che tornava a casa con il nipotino, appena preso da scuola. Il bimbo le ha detto: “oggi non mi hanno dato compiti”, la nonna gli ha risposto: “certo, non hai con te lo zaino”.

Una centrifuga di immagini si è scatenata da quella frase.

L’immagine del mio zaino, rosso, Seven, con una fantasia a scacchi colorata sui due lati. Lo zaino che all’epoca non sopportavo: troppo anonimo, troppo serio, troppo da grande. I miei compagnetti iniziavano ogni anno con uno zaino diverso, a seconda del cartone animato più gettonato al momento. Io mi sentivo in imbarazzo: l’unica alunna che manteneva lo stesso zaino per tutta la durata delle elementari. Che ingiustizia. Mia madre non è mai stata incline al consumismo, all’acquisto di prodotti commerciali, di articoli inutili solo perché “andavano di moda”. Ora io sono mia madre, ma all’ennesima potenza. Così tanto ho odiato le sue scelte prima, così tanto le ammiro e le ripeto adesso.

Oggi sono passata davanti alla mia scuola e ho incrociato una nonna che tornava a casa con il nipotino, appena preso da scuola. Il bimbo le ha detto: “oggi non mi hanno dato compiti”, la nonna gli ha risposto: “certo, non hai con te lo zaino”.

Una carrellata di ricordi è partita da quella frase.

Il ricordo di mia nonna che mi veniva sempre a prendere e chiacchierava con qualsiasi mamma fuori da scuola. Nonna che mi portava a casa sua, tra l’altro sullo stesso pianerottolo di quella che era casa nostra, e mi preparava delle merende deliziose che gustavo rapita davanti ai cartoni animati di Italia Uno. E poi arrivava mamma, mamma che era stata in ufficio tutto il giorno, mamma che stanca cucinava la cena, mamma che ci mandava a letto alle nove, dopo Sarabanda, proclamando che il Big Ben aveva detto “stop”.

Oggi sono passata davanti alla mia scuola e ho incrociato una nonna che tornava a casa con il nipotino, appena preso da scuola. Il bimbo le ha detto: “oggi non mi hanno dato compiti”, la nonna gli ha risposto: “certo, non hai con te lo zaino”.

Un vortice di memorie mi avvolge da quella frase.

Il bello è che ho solo memorie di questo periodo, giustamente più indietro non arrivo, ma non riesco nemmeno a ricordare il rientro a casa di mio padre, il suo ritorno dal lavoro, le cene tutti insieme, le domeniche passate in famiglia. Ricordo divisione, separazione, non unione o condivisione. Ho paura a scavare troppo fondo, non so cosa potrei trovare o so che quel che troverò potrebbe farmi male. Non voglio vivere nel passato, è una dimensione che mi affascina, mi attira a sè con potenza magnetica, mi invita ad esplorarlo, ma io rifiuto seduta stante.

Oggi sono passata davanti alla mia scuola e ho incrociato una nonna che tornava a casa con il nipotino, appena preso da scuola. Il bimbo le ha detto: “oggi non mi hanno dato compiti”, la nonna gli ha risposto: “certo, non hai con te lo zaino”.

E io ho rivisto me, piccola, a camminare leggera verso casa, con le spalle leggere priive dello zaino, lasciato sopra il banco della classe, al secondo piano sezione B.

Ai bordi di periferia, dove l’aria è popolare…

Non li ho mai apprezzati sul serio.
Ma ieri, mentre viaggiavo ad un orario insolito sulla metropolitana B, nella tratta in cui, dopo la fermata Piramide, questo mostro meccanico esce dal sottosuolo, non ho potuto fare a meno di osservarli con una certa ammirazione.

I raggi di sole penetravano dal finestrino di fronte al mio posto a sedere e coloravano di una luce magica tutti quegli edifici alti, di periferia, quei palazzoni della Garbatella, senza nemmeno un balcone, ma con i panni stesi all’antica fuori dal davanzale. Punteggiati di finestre con vista binari e cullati dal silenzio di un treno in corsa.

Ce l’avemo solo noi… Direbbe qualche mio concittadino molto orgoglioso di esserlo. Ma in effetti è difficile dargli torto.

Non li ho mai apprezzati sul serio, ma questi palazzi che sanno di borgata, dall’architettura così anonima eppure così tipica dei quartieri rionali, hanno un qualcosa di particolare. Definiscono Roma e la rendono una città dai mille volti, le mille sfumature, dall’imponenza degli edifici in centro, alla semplicità povera e disarmante delle periferie che a tratti sono rimaste come una volta… Compresi i treni, con i loro vagoni ultradatati che conservano la storia di chi li ha costruiti.

È Roma, è la mia città. Dopotutto, è una grande città.

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Gazometro, Roma

… And Happy NY!

Quando trovi posto a sedere sui mezzi pubblici negli orari di punta; quando la porta del vagone si apre esattamente davanti a te e non devi ingaggiare una lotta greco-romana per entrare; quando non fai in tempo a mettere piede sulla banchina che la metro passa, semivuota, senza farti aspettare; quando la scia verde dei semafori impedisce inutili attese al freddo al bordo della strada… Non vuol dire che il 2017 è iniziato bene, ma che la popolazione di Roma non è ancora rientrata dalle ferie!

Auguri di buon anno to all of you 🙂

P.S. So che “NY” sta per “New York”, ma visto che avevo abbreviato “Christmas” nel post precedente, ho pensato che la sigla non fosse ambigua in questo contesto! 😉

Sul tram – anche se non è autunno.  

Il tram. Che strana parola. Non suona nemmeno italiana con questa finale in consonante. D’altronde anche autobus non termina in vocale, ma sembra più familiare.

Il tram. Era un vita che non lo prendevo. E non ricordo nemmeno l’ultima volta che vi sono salita, sempre che ci sia mai stata una volta.

Il tram. Un’esperienza. In certe zone di Roma non che può essere l’unico mezzo di trasporto possibile, così integrato con tutto il tessuto urbano, le piazzole strette in mezzo ai viali, i binari con gli attraversamenti pedonali.

Il tram. Quello sottile e lungo, rialzato di almeno tre grossi gradini dalla strada. Quello verde con la scritta arancione, che sa di vettura d’altri tempi, anche se di vagoni vetusti e treni datati a Roma se ne incontrano ancora.

Il tram. Un fascino autunnale, l’immagine dei binari dipinti di giallo ed arancione lungo viali alberati che piangono foglie. I passeggeri con cappello e cappotti, le zone di Roma più residenziali, l’ora tarda del giorno che precede il rientro in casa.

Il tram. Una musica jazz che accompagna il viaggio, sottofondo di un film che altro non è che una città in cartolina, incorniciata dai finestroni del vagone. Il Bioparco, Valle Giulia, le Belle Arti e Viale Liegi: scene indimenticabili di un nastro che scorre a tratti, che si arresta ai semafori e rallenta in salita. Fermo immagine all’apertura delle porte, avanti veloce tra una fermata e l’altra, riavvolge tutto al capolinea.

Il tram. Un cinema urbano in movimento, con tutta la sua colonna sonora.

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