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Serate diverse, serate romane – Sorpasso

Arrivando da via Cola di Rienzo, via Properzio si prospetta lunga, larga e poco affollata. Forse perché il movimento si concentra tutto al Sorpasso, locale dedicato al vino, al caffè e alla cucina, come recita la targa in accoglienza, ideale per un aperitivo in pieno stile spagnoleggiante.

Gli spazi un po’ angusti, le bottiglie alle pareti, il bancone in marmo ed un laboratorio/cella a vista con prosciutto e affettati tagliati a mano, ricordano una taverna che si frequenta sopratutto per bere in compagnia. Magari in piedi. Magari tra amici. Magari in modo informale. Magari senza necessariamente passare le ore davanti ad un tavolo.

Eppure noi ci sediamo al bancone, su due comodi sgabelli in legno che riscaldiamo per quasi 3 ore, tra una chiacchiera e l’altra, un sorso di vino e l’assaggio di qualche tapa: perché gli stuzzichini che i camerieri offrono girando per il locale e facendosi largo tra la calca che lo affolla sono proprio simili alle tradizionali tapas spagnole, chiamate così a causa della loro originaria funzione di “tappare” il bicchiere (e di non stare appoggiate sul tavolo per… carenza di spazio?)

Di fronte alla carta dei vini rimaniamo perplessi circa la mancanza di alcune etichette regionali (la mia amica è una fiera campanilista pugliese) ma poi ci orientiamo su un bianco laziale che ci soddisfa pienamente. Il primo piattino di stuzzichini consiste in prosciutto crudo a dadini (per quanto mi riguarda, lo preferisco di gran lunga a quello affettato sottile!), sfoglie di formaggio stagionato e crostini di pane che però non ci fanno impazzire, mostrando una consistenza a metà tra il fritto ed il gommoso.

Continuiamo a chiacchiere e ci viene proposta una ciotolina di insalata di pollo, che estraiamo dal grande vassoio portato dal cameriere in giro nel locale, non tra i tavoli ma tra la gente per lo più in piedi o appoggiata al muro. I successivi stuzzichini sono frittatina di verdure, polpettine, crema di broccoli e bruschettine con pomodoro e mozzarella. Finito il piattino di benvenuto, ci arriva un secondo assaggio della stessa combinazione in cui il prosciutto viene sostituito dalla mortadella. Finito il vino, ce ne versano altro, finito l’altro, ci viene servito ancora, in un circolo vizioso in cui cerchiamo qualcosa da mangiare (che esce forse un po’ troppo lentamente dalla cucina) per non far salire troppo alcool alla testa.

Quando ci alziamo, gli stretti corridoi e ambienti del locale sono pieni di gente che chiacchiera con il bicchiere in mano; bicchieri che insieme alle voci fanno sentire il loro rumore anche nel marciapiede esterno dove, solo a fatica, riusciamo a crearci un canale di passaggio.

Quello che mi sento di dire sul Sorpasso é che l’atmosfera è certamente gradevole, originale, eccentrica per il panorama romano e distante dallo stile del quartiere Prati-Vaticano nel quale sorge. Se rievoca le ambientazioni popolose e caotiche, anche piuttosto folkloristiche e goliardiche, dei bar di tapas in Spagna (ricordo quello a Granada dove abbiamo mangiato il rabo de toro, seduti ad un minuscolo tavolino di legno traballante addossato alla parete in mezzo al caos degli ospiti in piedi davanti al bancone), è sicuramente vicino ad un modo nordico di vivere l’aperitivo, dove basta tenere in mano un bicchiere per avere il pretesto di uscire e trascorrere una serata.

Insomma, si respira allegria e leggerezza in questi pochissimi metri quadrati, comunque accoglienti e piacevoli, dove vale certo la pena fare nuovamente un salto.

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Serate diverse, serate romane – Mavi

Avete mai acquistato un libro solo per la copertina, visto un film solo per il titolo o assistito ad uno spettacolo teatrale in base alla sua locandina?

Ecco, noi abbiamo scelto Mavi in base al nome. E’ nato tutto per gioco, ma poi le regole ci sono piaciute. Ovviamente non abbiamo mancato di informarci online prima di prenotare, ma devo dire che le ottime recensioni degli internauti sono state confermate dalle nostre impressioni subito positive sul locale.

Iniziamo dal nome, perché si tratta di una donna, amica dei proprietari, molto legata ad una sua parente francese, una zia che amava chiamarla “Ma vie”, “La mia vita”.
Da questo dolce e affettuoso appellativo è derivato il nome del ristorante, da qualche anno trasferitosi nella attuale location che lo ospita sul Lungotevere di Pietra Papa, zona ex Città del Gusto.

Il locale è accogliente, curato, con quel tocco di moderna eleganza che non guasta e che ultimamente si ritrova nei bistrot o nei pub di nuova apertura: tavoli di alluminio e ferro battuto apparecchiati con tovagliette, sedie reclinabili in stile canteen diverse tra loro, lampadine che scendono lunghe e nude dal soffitto, sgabelli molto urban e banconi più alti che movimentano l’armonia della sala. La luce tenue, comunque ben studiata, aumenta la sensazione di calore e piacevolezza che si avverte. Le dimensioni sono contenute e il servizio è affabile, amichevole, molto presente sin dall’accoglienza.

In entrata un bancone bar e un reparto mixology a vista ci fa presagire che il locale è molto frequentato anche per il dopo cena. Ma la cucina stessa ci lascia assai soddisfatti.

Ordiniamo sei degli otto antpasti presenti in carta, spaziando tra carne, pesce e prodotti caseari (a giudizio dell’intera tavola, il polpo, le polpette di baccalà e la mozzarella di bufala fritta si aggiudicano il riconoscimento di migliore entrée), e poi ognuno prosegue con il suo piatto. Prediligiamo i primi, tra farfalle fatte in casa ripiene di gamberi, fiori di zucca e salsa cacio e pepe, gnocchetti di bottarga in crema di piselli e spaghettoni Mancini alla carbonara (la portata meglio realizzata!).

Buono anche il cestino/sacchetto del pane, con una focaccia genovese eccezionale. Qualche carenza nella carta dei vini che non propone vini rosati e che presenta etichette non effettivamente disponibili all’ordinazione.

Veniamo al capitolo dolci che, sapete, mi sta  molto a cuore. Ogni volta che leggo un menù dei dolci, vorrei farmi solleticare da qualche proposta insolita, sono sempre molto attratta dalle creme ed in particolare dal cioccolato, ma non disdegno  i dessert meno tradizionali, anzi. Cerco di evitare i grandi classici: tiramisù, millefoglie, semifreddi, crema catalana. Stavolta mi faccio convincere da un’amica che mi chiede di smezzare un tiramisù,  ma quando il cameriere si presenta con due piatti e due porzioni, accetto – non così a malincuore – di accaparrarmi una porzione intera. E’ un grave peccato rimandare indietro una portata, seppur si tratta di un errore della cucina, e il crimine è ancora più imperdonabile se ovviamente parliamo di un dolce…

Ora, il tiramisù fai-da-te sarebbe un affronto per i cultori di questo dolce, i quali sostengono che il tiramisu debba essere cremoso, ma compatto, amalgamato negli ingredienti e poi abbattuto, per evitare che il biscotto non comunichi con il caffè, il caffè con la crema e la crema con tutto il resto. E’ vero, non si può controbattere, ma è anche vero che va apprezzata l’originalità di una presentazione fuori dal comune, specialmente per un dessert che è tra i più rivisitati e reinterpretati del mondo, presentato nei contenitori più insoliti, dai vasetti alle ciotole di terracotta, ai barattoli di vetro usati tipicamente per le composte, le marmellate e la conservazione degli alimenti.

Il tiramisù di Mavi ha la crema dentro un barattolino, il caffè dentro la sua moka, i biscotti adagiati sul piatto e la ciotola dove andrebbero composti i vari strati leggermente sporcata di cacao, disponibile in quantità maggiore dentro un dispenser al centro del vassoio degli ingredienti. Okay, se gli ingredienti potrebbero risultare un po’ slegati tra loro, va ammesso che si sta gustando un altro dolce, un dolce a sé, che non rispetta i canoni tradizionali e che di tradizionale ha solo il nome. Ma mi è piaciuto, una porzione intera era d’obbligo.

In ogni caso, immagino che il rapporto tra innovazione e tradizione, sperimentazione ed aderenza a ricette e gusti originali sia un tema di grande dibattito nel mondo della gastronomia.
Io non sono una purista ed una integralista della cucina, mi piace la varietà, la ricerca, apprezzo il tentativo di azzardare e modificare, rielaborare stili noti e già visti. Non mi faccio nemmeno entusiasmare da una carbonara descritta come “nido intrecciato di spaghetti avvolti in una emulsione di uovo, pepe e parmigiano bagnata da una pioggia di gocce di pancetta croccante” perché di nessuna novità si tratta.

Giudico una esperienza per quella che è, una cena per le emozioni che mi trasmette ed un cibo per la piacevolezza che ricavo nel degustarlo e assaporarlo. Da Mavi mi ho amato la proposta gastronomica, la qualità e la realizzazione dei piatti. Mi è piaciuta l’atmosfera ed ho passato una bella serata. Ci tornerei.

Principe Libero [Luca Facchini]

Ho anticipato qui che la settimana scorsa ho assistito alla prima di Principe Libero, film documentario su Fabrizio De Andrè, proiettata al multisala Barberini di Roma e in onda sulla rete Rai nel prossimo mese.

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Il mio rapporto con De Andrè inizia davvero da quando sono bambina, e da quando mia madre mi faceva ascoltare il suo album con la PFM durante ogni viaggio in macchina. È chiaro che nella mia giovane età mi sono persa un sacco di cose e moltissimi significati trasmessi dalle sue canzoni, ma senza dubbio, in tutti questi anni, non mi sono mai levata dalla testa le sonorità di Bocca di Rosa, il Pescatore, la Guerra di Piero, Andrea, Volta la Carta.
Con il tempo ho poi iniziato ad apprezzare più a fondo il cantautore ed il suo genio a dir poco poetico nella scelta delle parole e nelle meravigliose rime costruite con queste. E mi sono avvicinata a La canzone dell’amore perduto, Susanna, La canzone di Marinella, La città vecchia, Dolcenera.

Il film biografico ripercorre la vita del grande cantautore, dalla sua giovinezza avventurosa vissuta al contempo tra i vicoli di Genova e gli appartamenti sfarzosi dei circoli altolocati (che frequentava, di riflesso, per la sua famiglia ed il fratello avvocato), passando per la sua maturità artistica ed il matrimonio con la prima moglie (dalla quale riceve il figlio Cristiano), fino ad arrivare al periodo sardo, trascorso insieme alla seconda moglie Dori Ghezzi e la figlia Luvi in una villa rurale immersa nella campagna della Gallura.
La durata notevole del documentario, 200 minuti, permette di coprire con accurata precisione e prezioso approfondimento quasi 40 anni di vita di De Andrè e si presta molto agli schermi televisivi e ad una programmazione in due episodi. Vederlo interamente al cinema, in un’unica serata, per quanto la sala del Barberini fosse assolutamente accogliente, è stato a lungo andare un tantino faticoso.

Ma la passione che mi ha lasciato quel film, appena uscita dalla sala e non solo, anche nei giorni successivi, poche pellicole sono riuscite a farlo. Come ho sostenuto più volte, certe manifestazioni d’arte, al pari di uno spettacolo a teatro o un concerto, per non parlare di un viaggio o di una esperienza gastronomica, ti si appiccicano addosso e ti rimbombano nel cuore, negli occhi e nelle orecchie per diverso tempo, diventando in qualche modo un pezzo di te.
E hai voglia di approfondire, di scoprire ancora di più, di essere nuovamente cullato dalla bellezza percepita e sperimentata, ravvivandola nella memoria e nelle emozioni.
Fino ad oggi, i versi, le note, le sonorità di Faber (soprannome attribuitogli dal suo storico amico Paolo Villaggio, in onore dei colori pastello che il cantautore amava) non mi hanno mai lasciata sola, merito anche di un interprete, e di interpreti, che hanno saputo onorare magnificamente un artista del suo calibro.

Luca Marinelli è un mostro sacro dello schermo. A fronte di uno studio e di una analisi, suppongo molto approfondita, del personaggio De Andrè, Marinelli lo calza a pennello negli atteggiamenti, nella postura, nei gesti e nelle movenze, ma anche nell’incarnazione del suo spirito, così irriverente, ribelle ed anarchico, spesso tormentato e tenebroso. Inquieto e a tratti schivo, nella vita e sul palco, durante le sue esibizioni introspettive e di fronte ad un pubblico davanti al quale non amava apparire.
La sigaretta, il bicchiere pieno di alcool e la chitarra, i migliori compagni nella sua estasi creativa, nei suoi momenti di pura genialità e di massima espressione poetica, sono tratteggiati con una delicatezza magistrale nel film, inquadrati con cura e ricercatezza, quasi a diventare parte integranti, appendici e componenti essenziali del personaggio.

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Lavora bene tutto il resto del cast, che interpreta le figure più significative che hanno gravitato intorno a De Andrè.
Lavora bene la città di Genova con i quartieri della città vecchia, i belvedere, gli ambienti borghesi (quanta insofferenza per questo mondo covava Fabrizio!), le bettole ed i banconi dei bar, le vie frequentate da prostituite ed infine il porto ed il mare, cuore pulsante del capoluogo ligure ed elemento cui De Andrè era profondamente legato.
Una relazione viscerale emerge anche con la campagna, il mondo rurale, il bestiame e la terra sarda, protagonista di moltissimi suoi pezzi, tra cui Hotel Supramonte, concepita durante il rapimento di 4 mesi da parte di un gruppo di dodici briganti (così si legge sulle cronache dell’epoca, il film riduce il numero a due).

Insomma, è vero che a mio avviso le biografie sono sempre interessanti e piacevoli da conoscere, ma questo film in particolare si fa espressione di un genio artistico di cui esplora le mutevoli sfaccettature – cosa non facile – ed i tenebrosi tratti della personalità.
Uomo, marito, padre, artista nato e quasi immediatamente riconosciuto. Cantautore, poeta, impressionista della musica e pittore delle parole. Talentuoso con la chitarra, impeccabile nelle rime, meno integro nei suoi vizi smodati di consumo di fumo e di alcol.
Ma d’altronde, si sa, essere dannati non vuol dire necessariamente essere brillanti, ma per esprimere pienamente il genio, ritengo che una mente sana debba necessariamente lasciar spazio a una qualche forma di perversione. Si parla o no di artisti e poeti maledetti? Ecco, De Andrè, secondo me e a suo modo, lo era.

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Serate diverse, serate romane – Grezzo Raw Chocolate.

Ultimamente sto passando molte giornate o serate diverse. Ma finché è diverso non è mai uguale e non sarà mai troppo, quindi va bene così.

Martedì sera ho assistito alla proiezione in anteprima del docufilm su Fabrizio De Andrè, Principe Libero, ma ve ne parlerò meglio nel prossimo post.
Prima del cinema, ho voluto provare un posticino che era nei miei desideri da un po’ e che mi era stato suggerito da alcune persone dei cui consigli gastronomici mi fido abbastanza.

Nel mio amato rione Monti, lungo la bella via Urbana, si trova Grezzo Raw Chocolate, pasticceria e cioccolateria crudista, vegana e 100% gluten free.
Chiariamo subito un punto: crudista non significa “non cotto” in assoluto; il prodotto può essere cotto purché sotto i 42 gradi, cosa che permette di mantenere intatte tutte le proprietà e le ricchezze nutritive dell’alimento, senza alterare il suo gusto, le sue consistenze ed i suoi sentori.

Quindi, sé alcune produzioni consistono solo nel combinare, unire e amalgamare ingredienti effettivamente crudi (frutta secca, cacao, spezie), altre risultano dal mantenimento e dall’assorbimento di temperature calde – pur sempre al di sotto dei 42 gradi – all’interno di forni particolari detti essiccatori. Alcuni cibi rimangono negli essiccatori per 72 ore e ricevono una temperatura costante che consente alle componenti dei cibi stessi di subire un lento processo di trasformazione e “cottura”, senza tuttavia farlo in maniera drastica con elevati sbalzi termici.

Nel nostro aperitivo uncoventional, seppur per me, amante dei dolci oltre ogni misura, del tutto consueto, abbiamo assaggiato tre varietà di biscotti (i crudotti), brownies, tartufini e praline di pistacchio (mai assaporato un cuore semiliquido di pistacchio così amaro, non so se dipendesse dal cioccolato fondente e solo minimamente addolcito con zucchero di cocco). Sulla scia della lotta allo Spritz, abbiamo anche ordinato due caffè che, devo dire, risultavano davvero buoni nonostante ci siano stati servito nei bicchierini di carta.

Cento punti a favore di Grezzo, poi, anche ed indubbiamente per la musica di sottofondo nel locale, dalle dimensioni ridotte ma accoglienti, peraltro non affollato e non rumoroso. Quando è partita Society di Eddie Vedder ho deciso di essermi ufficialmente innamorata di quel posto, un’oasi di vero piacere nel cuore di Roma.

Unica pecca, la mancanza dei servizi igienici, forse perché l’esercizio è assimilato ad una gelateria e non è tenuto a disporne per legge. Ma davvero di gelateria non si tratta, e nemmeno di un locale da take away, dove entrare, ordinare e andare via.
È così gradevole restare… e tornarci, senza dubbio, per provare quei gianduiotti e quei dolci al cucchiaio che mi hanno tanto tentata, ma ancora non posseduta.

Diario di viaggio: gita fuori porta a Viterbo

Succede che hai voglia di passare una giornata diversa.
Succede che desideri ogni tanto uscire dalla tua routine, dalle abitudini e dagli impegni ricorrenti del tuo fine settimana. Perché il mio fine settimana, dopo tutto, non è mai così libero e vacanziero come dovrebbe essere.
Succede che con un messaggio della tua amica organizzi nell’arco di poche ore una gita fuori porta per il sabato successivo, avverti tutti che quel giorno non ci sarai e parti alla volta dell’esplorazione di luoghi vicini, eppure non troppo conosciuti.

Viterbo, sede papale nel XIII secolo, è una cittadina che sicuramente merita una visita. Così come la merita tutta la sua provincia, la zona della Tuscia, ricca di siti archeologici e scavi risalenti all’epoca etrusca, ma anche di borghi medioevali e splendidi paesaggi naturali, lacustri e rurali. Meritano attenzione indubbiamente le località di Tuscania, Nepi, i paesini che sorgono attorno al lago di Bolsena (Marta, Capo di Monte), così come la bellissima Civita di Bagnoregio,  ma anche Tarquinia, Bomarzo, il comune di Farnese e Bagnaia con Villa Lante (teatro delle riprese della serie The Young Pope).

Ma non divaghiamo, Veronica, nella tua insaziabile voglia di esplorazione. Torniamo a noi…

La nostra giornata inizia proprio da Viterbo, che ammiriamo protetta dalle sue mura dalla Valle di Faul, dalla quale saliamo in città mediante comodi ascensori che emergono nella zona di San Lorenzo, il fulcro del centro cittadino.
Qui si trova il polo museale composto dalla Cattedrale di San Lorenzo, con la sua torre campanaria gotica, che di certo ricorda lo stile di Orvieto o di Siena nelle decorazioni della parte superiore. Accanto al Duomo si erge il Palazzo dei Papi che vanta una splendida loggia ed una vista straordinaria sulla vallata sottostante, come a dominare, dalla quella posizione così strategicamente elevata, il territorio ai suoi piedi.
Proseguiamo verso Piazza della Morte, lasciandoci alla spalle Piazza San Lorenzo, senza mai, però, distogliere lo sguardo da quel punto così nevralgico costeggiato da resti di mura etrusche.
Ci perdiamo nel quieto, antico ed integro quartiere medioevale San Pellegrino, domandandoci se le quelle viuzze strette, fiancheggiate da ballatoi, finestre ogivali, archi e merletti siano sempre così deserte e silenziose. Incontriamo abitazioni caratterizzate da quello che Wikipedia mi suggerisce essere chiamato profferlo,  ovvero la scala a vista tipica dell’architettura viterbese. Notiamo diversi edifici abbandonati, strutture dalle mura visibilmente antiche che ora ospitano bed & breakfast e case vacanze, fotografiamo scorci che non possono non essere immortalati. Poi, sapete, io adoro tutti quegli angoli appartati incorniciati da piante che si arrampicano sui muri e da lampioncini che flebilmente illuminano il passaggio…

Attraverso Porta Romana e percorrendo la strada che sembra essere il Corso della città, raggiungiamo Piazza Plebiscito, espressione dell’architettura civile che mi manifesta negli edifici del Municipio e della Prefettura.

Dopo una sosta pranzo a San Martino nel Cimino, torniamo verso i nostri passi dirigendoci verso il Lago di Vico (dove non veniamo risparmiate dall’umidità che si avverta durante una breve passeggiata sulla spiaggia), attraversando Ronciglione e fermandoci poi a Sutri, dove qualche anno avevo già visitato il bellissimo Anfiteatro (lo racconto qui).

C’è una piazza, con una fontana, e una porta, dalla quale si accede alla piazza. E ci sono persone, più o meno giovani, che si incontrano e si salutano, si fermano mentre camminano, mentre siedono al bar per prendere un caffè o mentre accompagnano un nipote a comprare le figurine.
C’è un ritmo della vita alla quale non siamo abituati, e una familiarità tra la gente che non sappiamo più apprezzare.
C’è la luce del giorno quando arriviamo e, poco dopo, scende la sera con i suoi bagliori giallastri: la piazza, con la fontana e la sua porta, diventa quasi una cartolina d’altri tempi e Sutri la scena di un film stampata su una pellicola color seppia.

A cena da Niko Romito – Casadonna Reale

Ci risiamo. L’ho fatto di nuovo. E a distanza di pochi mesi poi! Ma non allarmatevi, non si tratta di peccati di carne, oggetto delle mie riflessioni recenti, e nemmeno di peccati di gola, che chi mi conosce bene riconosce come mie forti debolezze, ma del peccato di provare un ristorante stellato, con un salto di qualità stavolta.

Nel cuore di un monastero abruzzese del ‘500, il Casadonna Reale non vanta solo il più alto riconoscimento dalla guida Michelin, ma è anche tra i primissimi ristoranti d’Italia secondo il Gambero Rosso e la guida Espresso, collocandosi nell’Olimpo dell’alta ristorazione italiana. Per dirla con parole semplici, il top del top, il non plus ultra.
Ma queste sono notizie facilmente reperibili nel vasto mondo del web, così come potrete approfondire sull’ambizioso chef alla guida di questo gioiello, Niko Romito, una persona all’apparenza molto affabile ed umile, attivo in numerosi progetti affini alla ristorazione (a Casadonna ha sede la scuola di formazione per giovani aspiranti chef, oltre che una struttura ricettiva con un numero limitato camere, mentre a Rivisondoli, Milano e Roma si trova Spazio: qui per approfondire).

Non starò a ripetere le emozioni che si provano durante una cena stellata, l’esperienza sensoriale che essa comporta, la sollecitazione simultanea delle sensazioni gustative, olfattive, visive, tattili, in gioco tutte insieme davanti ad un percorso di degustazione o qualsiasi piatto presentato sulla tavola.
Il nostro benvenuto è stato per esempio gustato interamente con le mani, dal soffice di pistacchio salato, passando per la patata sotto cenere (quale strepitosa creazione!) e l’infuso di cipolla, sedano con olio d’oliva, fino ad arrivare alle crostatine con crema di olive nere.
C’è poi il capitolo pane, che al Casadonna Reale occupa un posto a sé stante all’interno del menù degustazione: il pane è realizzato con farine locali, tra cui Saragolla e Solina, e aggiunta di patata per ottenere una crosta fragrante al massimo ed una mollica così umida da rimanere attaccata alle dita.
Ho ancora in mente la scena della mescita di un elemento ordinario come può essere l’acqua: dentro una caraffa trasparente con forme sinuose ed eleganti, l’acqua esce da una apertura con una grandezza tale da assimilarla ad una cascata e viene versata con ritmo lento e mano delicata per farla scivolare come una stupenda fontana dentro il bicchiere appoggiato sulla tavola.
Ecco che il pane, l’acqua, ingredienti quotidiani sono valorizzati nella loro genuinità, unicità e purezza, secondo un parametro che contraddistingue la cucina di Romito in tutte le sue espressioni: la semplicità.

Dagli impiattamenti agli ingredienti presentati, dalla location all’allestimento dei tavoli, la cifra della semplicità è totalizzante e caratterizzante. Non si trovano fasti eccessivi, elementi lussuosi e sfarzosi nei quali ci si imbatte nella terrazza de La Pergola o dello stesso Imago, e si riscontra piuttosto un magistrale utilizzo di materiali come il legno e il ferro battuto. Il gusto di Niko Romito nei piatti e nella cura della sala è estremamente minimal ed essenziale, in quanto “semplice”, in fondo, vuol forse dire essere “reale”.

Il calore dell’ambiente si percepisce subito dall’accoglienza della hostess fuori dalla dimora e dalle stanze iniziali, dove lo scoppiettare della fiamma nel camino coccola e riscalda l’ingresso a Casadonna. La formalità, la professionalità e l’eleganza del servizio sono stemperate dalla passione che i ragazzi di sala comunicano negli occhi e nelle spiegazioni profondamente sentite delle varie portate. Meno impostazione, distacco e reverenza nei confronti dell’ospite: questi è delicatamente accompagnato in un casale immerso nel silenzio e trascinato, una volta varcata la soglia di ingresso, dentro una esperienza magica, appartata in un ambiente estremamente riservato e silenzioso, come fosse la sala privata di una dimora esclusiva cui un numero limitato di persone può avere accesso.

Che altro dire sulla cucina e quali personalissime impressioni trasmettervi? Mentre il menù degustazione dello chef Apreda include contaminazioni esotiche e sapori spesso provenienti da India, Giappone e Paesi orientali, il percorso di Romito è molto più legato al territorio e alla regione abruzzese di cui lo chef è originario: accanto alle proposte di pesce, pur presenti, si trovano le verdure locali, i funghi, il tartufo, le farine del posto, i cappelletti, la mandorla, la genziana impiegata e presentata in ardite configurazioni. Ogni piatto mostra complessità negli accostamenti di sentori, nel gioco delle temperature e delle consistenze, perseguendo e raggiungendo equilibri meravigliosi di durezza e morbidezza, scioglievolezza e croccantezza, densità e liquidità, compattezza e polverizzazione.

Insomma, alla pari della contemplazione delle diverse forme d’arte, siano esse architettoniche, pittoriche, monumentali o scultoree, cenare in un ristorante stellato equivale a rendere onore ad un capolavoro, l’opera peculiare e distintiva del suo artefice, una creatura nata dalla maestria e dalla tecnica del suo artista.
Come Guernica può essere attribuito unicamente a Picasso e non è stato mai riprodotto dal suo collega Miró, così un piatto è ideato, studiato, testato, elaborato e realizzato dalle mani di un unico chef.
Per quel che mi riguarda, assaggiare ciascuna creazione è meravigliarmi, stupirmi ed estasiarmi. E’ lasciarmi ispirare, farmi vibrare e sentire viva, dentro e fuori, nei sensi e nell’anima. La cucina espressa a questi livelli non è infatti un mero nutrimento per il corpo: alimenta ed esalta prima di tutto lo spirito.

Sui bilanci, le analisi e le considerazioni. Buon 2018.

Credo che l’uomo sia pericolosamente incuriosito da ciò che è proibito, ciò che non c’è, ciò che non ha e non può avere.
Una volta aver assaggiato il sapore della trasgressione, ne è ancora più irrimediabilmente attratto, trascinato dal desiderio di gustarla di nuovo, di sfidare i propri limiti, osare, spingersi oltre il confine dell’integrità. Travalicare i vincoli e le convenzioni sociali.
C’è chi dice che traditori si nasce, c’è chi sostiene che siamo tutti fatti per tradire e che l’essere umano non nasce per essere monogamo.
La verità è che subiamo indistintamente il fascino di ciò che non possediamo, puntiamo alla luna per finire nelle stelle, come direbbero gli americani. Ognuno di noi ambisce a conquistare emozioni che non ha mai provato, vivere esperienze che non ha mai sperimentato. E più queste esperienze assumono il carattere del proibito e dell’intrigo, più diventano tremendamente appetibili ed attraenti.
Accontentarsi di ciò che abbiamo è solo un comodo rifugio per evitare l’errore. Non domandarsi se esiste dell’altro oltre a ciò che quotidianamente viviamo, non assecondare la curiosità di esplorare, vuol dire reprimere istinti naturali che presto o tardi si manifesteranno con insistenza.

Sbagliare è necessario, sbagliare è umano: cedere alle debolezze della carne è cosa vecchia quanto il mondo, e se è vero che è il corpo è il mero involucro terreno di un’anima eterna, dovremo avere tutti la possibilità di cadere nelle tentazioni che esso ci propone e non venire condannati per l’incapacità di averle soffocate. In fondo, siamo di passaggio su questa Terra, la nostra esistenza è limitata, qual è lo scopo di credere nella presenza del peccato e della redenzione? La salvezza dello spirito dipende dalla bontà delle nostre azioni in vita? Ma più si vive con amore e rettitudine, infinitamente maggiore è lo strazio della morte, della fine di tutto quel bene profuso e ora improvvisamente assente.
Che poi il bene è inevitabilmente legato al male, ci avete mai pensato? Fare del bene a sé stessi e a qualcun altro comporta il causare dolore al prossimo vicino a noi o in qualche parte del mondo. E chi decide cosa è il bene o cosa è il male, cosa è giusto e cosa è errato? Il buon senso è una emerita fesseria, è tutto, infatti, incredibilmente relativo. Effimero, volatile, caduco. Tanto vale godersela, la vita, nel bene e nel male.

In un giorno in cui ci fermiamo qualche minuto ad elaborare un bilancio sul 2017 appena trascorso, io affogo nei ricordi, nelle emozioni e nei volti che hanno caratterizzato la mia vita recente e sono stati protagonisti delle scene della mia memoria. Volti che non ci sono più, perché deliberatamente proibiti al mio sguardo, o perché portati via dal disgraziato e crudele volere del destino.
In un giorno in cui ci arrestiamo qualche minuto ad elaborare un bilancio sul 2017 appena trascorso, è così che amo naufragare e perdermi in me stessa.

Felice anno nuovo.

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Il senso.

Finchè non si vive non si può capire.
Finchè non si vieni colpiti da una simile tragedia, la solidarietà è superficialità. Non si comprenderà davvero mai, fino in fondo, cosa si provi.
Certe ferite rimarrano aperte per sempre.
E se si supera tutto, se il dolore con il tempo si affievolisce, se la perdita verrà colmata dal corso della vita che va avanti, la cicatrice, in profondità, resterà visibile e la mancanza di qualcosa si percepirà sempre.
Anche quando sembra che ormai siamo assorbiti da altro, siamo distratti, presi dalle cose di tutti i giorni, ognuno di noi è stato colpito e marchiato: niente sarà più come prima. E’ irreversibile.
Manchi e mancherai negli anni a venire, per tutto il resto del tempo che dovremo passare su questa Terra, secondo la volontà di qualcuno che evidentemente deve capirci molto più di noi nel prendere certe decisioni.
Per scegliere chi deve restare e chi se ne deve andare. Per assegnare la malattia e il benessere randomicamente agli esseri umani, più o meno meritevoli di condurre un’esistenza duratura.

Cosa succederebbe se tutti noi conoscessimo la data della nostra dipartita?
Ho già espresso questo pensiero a chi – sfortunato per lui – mi sta accanto. Cosa accadrebbe se già sapessimo che la vita ha una durata prestabilita, diciamo per esempio 87 anni?
Mi sembra un’età ragionevole per lasciare questo pianeta, per distaccarci dai nostri cari, per sostenere, dopo tutto ,”Ho fatto le mie esperienze, mi ritengo soddisfatto”.
I vantaggi sarebbero, a mio avviso, molto numerosi.

Tanto per cominciare la morte non ci coglierebbe più di sorpresa, sapremmo che si sta avvicinando e avremmo tutto il tempo per prepararci al suo arrivo.
Secondariamente, tutto il mondo la accetterebbe più serenamente, come si accetta la fine di un ciclo di studi, come si accetta il termine di un film, anche se vorremo che proseguisse all’infinito.
Non ci sarebbe ingiustizie, non esisterebbero tragedie, drammi familiari, perdite premature, morti improvvise del tipo “E’ andato a dormire e non si è più svegliato” o ” Si è accasciata per terra ed è morta”. Stiamo giocando, vero? Una vita intera, anni di crescita, sviluppo, di rapporti e sentimenti con e verso le persone, interminabili istanti di aria respirata, non possono certo terminare in un battito di ciglia.

Così come conosciamo più o meno precisamente le circostanze della nostra nascita, dovremo poter essere al corrente del momento in cui la nostra esistenza subirà un arresto:  non voglio esagerare affermando che dovremo essere messi a conoscenza delle modalità con cui la morte ci coglierà, ma sapere che tutti noi vivremo per 87 anni (nessun anno in più, nessun anno in meno) sarebbe estremamente vantaggioso, porterebbe incolmabili benefici a chi resta in vita e a chi se ne va.
La consapevolezza della transitorietà dell’esistenza sarebbe ancora più radicata, sentita, percepita, e non accennata nei pensieri puerili della serie “vivi ogni attimo come se fosse l’ultimo“.

Il cinismo questi giorni mi travolge, non riesco a percepire impeti di bontà in nessuna manifestazione della realtà che mi circonda.
Tutti noi sappiamo di morire, ma non siamo coscienti di quando questo avverrà. Credetemi, aiuterebbe e faciliterebbe enormemente la vita, la nostra e quella dei nostri cari, conoscere con esattezza la data del nostro decesso, ne sono fermamente convinta.
L’imprevidibilità della vita è una grossa scemenza. Il brivido dell’incertezza in questo caso non paga. Vivere appesi al filo di un rasoio, per dirla con una dose di velleità poetica, è semplicemente deleterio e tremendamente crudele. Possibile che nessuno abbia mai pensato di incidere una lapide sulla nostra carta di identità?

Tutti avremo saputo che Gualtiero Marchesi si sarebbe spento a quell’età e la cosa non avrebbe fatto nemmeno tanta notizia.
Tutti ti avremo ancora goduta, come si gode della propria famiglia senza costantemente pensare che un tuo fratello, seduto a tavola di fronte a te, potrebbe non esserci più tra  qualche giorno o che tua nonna, con la testa a dondolo e la bocca aperta mentre dorme sul divano, presto se ne adrà: non è ancora il suo tempo, se non ha raggiunto gli 87 anni.

Dio ha sbagliato tutto, davvero. Dio è incredibilmente maligno con gli esseri umani, condannandoli ad una esistenza che tutti sappiamo essere limitata, seppur non consci di quale sia questo limite. Chissà che mistero è questo, immagino quanto potere si nasconda dietro tale certezza, per essere così grande da non essere rivelata, divulgata, concessa.

Il senso della vita è tutto qui. Il senso della vita è la scomparsa delle malattie, delle coincidenze sfortunate, degli incidenti, degli errori di percorso, degli imprevisti, degli eventi non preventivati.
Ebbene, poichè questa condizione è utopica ed infattibile, v’è da dedurre che il senso della vita non c’è. Il senso della vita non esiste, capite.
Non si trova un significato a tutto il nostro incedere se la morte incombe invisibilmente sulle nostre esistenze e noi non possiamo far altro che accettare una tale punizione.
Non v’è giustizia nella sopravvivenza di un genitore al proprio figlio.
Non v’è ragione, non v’è motivo.
Io voglio morire prima di mio fratello, prima dei miei nipoti, io voglio morire quando sarà giunta la mia ora. Ma non voglio morire a 50 anni perchè un dannato tumore si è impossessato del mio corpo e ha risucchiato progressivamente le mie energie vitali, divorando i miei organi senza pietà e deformando mostrosuamente le mie sembianze umane.

Capite, è molto semplice. Il senso della vita non esiste.

Can’t take my memory off you.

Quando ho incrociato il tuo sguardo, mi sono sentita morire.
Io sapevo chi fossi, ma tu non avevi la minima idea di chi potessi essere io.
Avevo conosciuto il tuo volto, osservato in milioni di foto che mi erano state mostrate.
Avevo immaginato la tua dolcezza, sin dai primi racconti di te.

Quando ho incrociato il tuo sguardo, non ho potuto fare a meno di notare un velo di malcelata tristezza negli occhi.
Ho intravisto della malinconia, un bagliore ormai spento che non riuscivi nemmeno a nascondere, perché non avevi mai imparato a farlo.
Mi è mancata la brillantezza, la vivacità e quella luce argentea che di solito si ritrova negli occhi di un bambino.
La spensieratezza, tipica della tua età, non l’ho percepita nel tuo sguardo.

Quando ti ho guardato negli occhi, mi sei sembrato così docile ed indifeso.
Avrei voluto accarezzarti e passarti la mano tra i capelli, avrei voluto parlarti di più e non sentirmi a disagio di fronte a quell’aria così disorientata che mostravi.
Avrei voluto salutarti, quando sono andata via, ma non ho guardato in faccia nemmeno chi mi aveva aperto la porta.

Quando ti ho osservato negli occhi, ho capito che non avrei mai dovuto spingermi fino a quel punto e ho compreso che non avrei più rimediato.
Avrei voluto sparire, fingere di non essere lì, seduta accanto a te, a consegnarti il presente che hai poi tanto gradito.
Avrei voluto scusarmi, ancora e ancora, per il mio gesto avventato, sconsiderato, esagerato, non ragionato.

Avrei voluto capirti.
Avrei dovuto farlo, fin dal principio.
Ma ormai ho ascoltato la tua voce e ti ho guardato negli occhi.
Mi sono sentita morire.

Diario di viaggio: un weekend a Torino

Che è comunque poco. Un solo fine settimana, intendo, di cui un giorno è inevitabilmente dedicato all’arrivo e uno alla partenza. Da tornarci sicuramente, visto che mancano all’appello alcuni siti che ci eravamo dette di visitare.

Ma vi racconto come è andata, dai.

Arriviamo nella tarda serata di venerdì e veniamo accolte dai primi accenni delle neve che avrebbe poi “buttato” (come si dice lì, no?) copiosamente durante la sera. Del freddo, non parliamo. Ma comunque sopportabile.

La mattina dopo i tetti della città coperti di neve sono particolarmente suggestivi e allietano il nostro risveglio nel quartiere Vanchiglia, a pochi minuti di cammino da Piazza Vittorio Veneto, bellissima per le sue dimensioni e il panorama alpino che la circonda. Dalla piazza saliamo sul Venaria Express in direzione Venaria Reale dove dedichiamo la mattina alla visita guidata della reggia e delle scuderie.

Sarà stato il tempo e la neve poi mista a pioggia, sarà stata la giornata non particolarmente limpida e i giardini non accessibili, ma la Venaria non ci ha fatto chissà quale impressione, a dispetto dei commenti molto positivi che ci erano giunti prima della visita.

Rientriamo in città per pranzo e, tra piedi bagnati, freddo picchiettante e pioggia a tratti comunque fastidiosa, giriamo in pieno spirito sightseeing tra le attrazioni più note del centro storico. Piazza Castello, il Palazzo Reale, Palazzo Madama, il Duomo con la Sacra Sindone e la chiesa di San Lorenzo con la sua riproduzione e alcuni volontari disponibili a fornire qualche spiegazione sul manufatto.

Alla disperata – non così tanto, dopotutto – ricerca di una cioccolateria e di un bicerin, camminiamo per le vie del centro e sotto i portici di via Garibaldi, via Roma, via Po, via Principe Amedeo e via Maria Vittoria, attraverso piazza Carignano, piazza Carlo Alberto, fino ad arrivare alla Mole, dove programmiamo di visitare il museo del cinema ospitato al suo interno.

In realtà la sosta in camera, la cena e il calore degli ambienti, uniti ad una buona dose di stanchezza e ad una nostra naturale propensione alla chiacchiera, ci impediscono di stare nei tempi e di entrare alla Mole dopo la cena. Cambiamo quindi i nostri piani e, dalla zona di Porta Nuova, ci dirigiamo verso il monte dei Cappuccini, punto panoramico dall’altra parte del Po dove godiamo di una vista spettacolare sulla città.

Le luminarie del monte e le luci urbane sono un bel colpo d’occhio e creano una globale atmosfera di calore, nonostante le rigide temperature con le quali i locali sono abituati a convivere.

Dal monte ammiriamo la Basilica di Superga, tappa cui dedicare un seconda puntata in città, e lo skyline torinese, caratterizzato anche da edifici più moderni, come il Palazzo della Regione progettato dallo studio dell’architetto Fuksas.

Domenica ci concentriamo sulla visita al Museo Egizio, il secondo al mondo per ampiezza dopo il museo sito a Il Cairo. La collezione è veramente notevole, tra manufatti perfettamente conservati e reperti di inestimabile valore e bellezza: lo visitiamo in circa 3 ore, accelerando il giro verso la fine per un ritardo nella nostra tabella di marcia, ma consiglio di dedicarci almeno 4 ore per poter apprezzare ogni sala con la giusta attenzione. Trovandoci in centro, torniamo a Piazza Castello per un simpatico giro nel mercatino natalizio, accanto al quale è stato installato un gigante calendario dell’avvento, in pieno spirito di festività. La città è vivace, ricolma di gente, la giornata è soleggiata e l’atmosfera assai piacevole.

Per raggiungere la stazione di Porta Nuova scendiamo anche in metropolitana e ci concediamo una veloce pausa nella boutique Venchi, per un dolce rifornimento lungo il viaggio di ritorno.

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