Intermezzi.

È stato un colpo molto duro per me. 

Me lo ripeto, mi auto convinco in un autolesionismo inutile, mentre scendo le scale per raggiungere la metro A a Termini, trascinata da una folla di passeggeri che seguono il mio stesso percorso. È il 3 agosto, ma sembra un giorno come tutti gli altri. Se siano locali o turisti, non so dirlo. Non sento niente intorno me questa mattina.

È stata una ferita che il tempo ha saputo rimarginare, ma che ad andare a scavare rigetta fuori tutto il dolore. 

Sono turisti, non ci sono dubbi. Procedono ad una lentezza infinita e non puoi superarli perché si tengono per mano, si muovono a zig zag, senza sapere dove andare, impedendoti di salire sulla metro, di cui la prossima passerà dopo 10 minuti, viste le riduzioni delle corse per il mese di agosto.

Rileggo, durante il tragitto, pensieri e riflessioni che ho messo a suo tempo per iscritto. È la mia terapia. Ma anche autolesionismo, lo ripeto.

La metro inizia a svuotarsi a Barberini. Fortuna che c’è l’aria condizionata, altrimenti arrivare in ufficio con l’apiccicume addosso non è proprio il massimo.
Non so che giorno della settimana sia, cosa devo fare dopo il lavoro, cosa riuscirò a fare a lavoro. Mi sembra di iniziare una giornata pesantissima, quando invece è perfettamente uguale a tutte le altre.

Poi c’è il sogno, quel sogno maledetto… Diabolica testa! Che alimenta false speranze, pur sembrando così reali, che coinvolgono altre persone, giustificate dall’assoluta credibilità di tutta la scena.  Ma in effetti non ero del tutto felice in quel sogno, sentivo che qualcosa non andava, qualcuno stava tentando di illudermi…

Non trovo il badge, mentre salgo le scale. Di solito è sempre a portata di mano, il laccetto che vi è attaccato mi permette di scovarlo con facilità all’interno della borsa. Ho già la testa fusa, il cuore a mille, debbo calmarmi.

La porta si apre.

È una guerra questa? 

Continuo a dire che questa non è la realtà. Sembra di vivere in un film. 

Perché sì, certo, ogni morte è assolutamente agghiacciante. Ma io credo che la vecchiaia, la malattia, perfino un incidente stradale, siano cause in qualche modo più comprensibili di quello che sta accadendo adesso. 

Morire per un attacco terroristico è uno scenario da film della Cia, non può essere reale… Sono parole che suonano “finte” anche a me che le pronuncio. Finte nel senso di inconcepibili. 

Forse bisogna solo ammettere che siamo in guerra. Forse così tutto sembrerebbe più normale, legittimo e giustificato. In fondo io la guerra non l’ho mai vissuta. Ed in fondo la  guerra  dei  libri di scuola non è così diversa da quella di oggi. 

Libri in Metro #54

Di solito accade il contrario: io in piedi ed i lettori seduti. Forse perché leggere mentre si lotta per la sopravvivenza e si cerca di opporre resistenza alle brusche frenate dei vagoni della metro non è esattamente l’ideale. Almeno per quel che mi riguarda. Oggi invece la situazione è invertita, come ho descritto nel post…

La prosivendola [ROMA]

Legge e sorride tra sé. Si auto compiace della sua lettura. Forse Pennac fa questo effetto (Continua a leggere…)

Segni particolari 

Parlo. Parlo interrottamente. Mi fa questo effetto quando mi sento a mio agio con una persona. Controindicazione pericolosa. 

Finché mi interrompe. 

“Veronica, ma tu scrivi?”

Io, paralizzata. Ma piacevolmente sorpresa. 

“Cioè, vedo che sei pubblicista, ma scrivi anche per conto tuo?”

Mi si apre il cuore. 

“Lo sento da come parli, da come usi le parole. Hai molta proprietà di linguaggio, sei… pertinente” 

Io, imbarazzata al massimo. 

Penso che nessuno mi abbia mai fatto un complimento migliore. 

Libri in Metro #53

Nuovi tragitti e nuovi percorsi in questa mia estate romana. Ma i lettori sono sempre lì, puntuali su ogni treno, autobus o metro che sia…

Le affinità elettive [ROMA]

Sulla linea Roma-Viterbo, in direzione piazzale Flaminio, è una delle poche volte che trovo posto a sedere. Di fronte a me (Continua a leggere…)

Ho visto un luogo che voi umani…

Non è possibile.

Ogni volta che lavoro su questa città, ne rimango stregata, pericolosamente attratta. Un magnete, una calamita dalla quale non riesco a separarmi. Sento un attaccamento morboso, quasi fossi gelosa della gente che cammina tra le sue strade e che respira la sua atmosfera, così sospesa, silente, ipnotica…

Ogni volta che si tratta di verificare il posizionamento di una struttura sulla mappa di Booking.com e ogni volta che questa struttura si trova a Matera, per me è la fine. Non posso fare a meno di passare dalla modalità “Maps” alla modalità “Street” e tuffarmi nell’esplorazione di vie e vicoli che in parte conosco, in parte mi sono ignoti. È così tremendamente affascinante: mi lancio alla scoperta impazzita di questo paradiso perduto, decadente, color sabbia. E mi perdo tra la fragilità del paesaggio che da un momento all’altro sembra poter svanire, essere spazzato via da una folata di vento, esattamente come le dune del deserto che si trasformano in minuscoli granelli in volo nel cielo.

Ogni volta che mi addentro nei Sassi di Matera non posso fare a meno di ricordare i nostri passi per quelle strade, impronte lasciate in una città di polvere e deserto, rumore prodotto nel silenzio assordante di un Canyon che lo fa risuonare.

Non avrei mai immaginato che un luogo potesse causarmi una simile reazione o indurre un simile effetto nel mio animo. Perché non è nostalgia, ma un legame più forte, un attaccamento più intimo che mi farebbe sentir male se venisse a mancare.
Una città che, come dissi la prima volta che la conobbi, non mi è solo rimasta nel cuore, ma mi si è attaccata alla pelle e mi fa venire i brividi se la guardo cristallizzata in una fotografia. E l’immobilità che un’immagine può trasmettere non è nemmeno lontanamente vicina a quella si avverte mentre si è circondati dall’inquietante mutismo dei Sassi.

Mi manca. Mi manca quel fascino decadente, il suo incanto della rovina e la sua storia di lunghi anni di abbandono. Mi manca la magia, il sentirsi dimenticato dal mondo. Perché non è una città di questo mondo: è sicuramente su un altro, lontanissimo pianeta…

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Verso l’alto, verso il cielo 

In occasione di passeggiate che facevamo insieme, quando ero piccola, mia madre mi incoraggiava sempre a guardare avanti, cosa che si sentiva di sottolineare perché immancabilmente mi vedeva tenere lo sguardo a terra. Adesso la situazione non è cambiata molto, ma una grande differenza sicuramente c’è. Anziché guardare a terra, rivolgo gli occhi verso l’alto.

Mi è sempre piaciuto capire e percepire l’altezza degli edifici intorno a me e rendermi conto dell’aspetto generale del quartiere tra le cui strade cammino. Così sembro un po’ svagata e rischio di farmi mettere sot… Ovviamente no, quando attraverso le guardo le macchine, ma quando sono sul marciapiede sinceramente no. Anche perché da qualche mese cammino per una Prati deserta, visto che ho imparato ad evitare via Ottaviano, gremita di turisti e pellegrini, oltre che di guide turistiche e venditori ambulanti, e scegliere delle stradine interne per recarmi in ufficio. Certo, deserte proprio no, però via Cola di Rienzo non vive ancora il viavai dello shopping ed i negozi sono in fase di apertura, sebbene i bar siano già attivi da un pezzo. E trovo qualcuno che si pulisce con la scopa lo zerbino davanti all’ingresso o getta secchiate d’acqua sul marciapiede, come farebbe una vera pescheria.

Poi c’è il mercato, un ambiente che non ho mai molto amato perché non mi fa sentire a mio agio. Girare tra banchi di commercianti urlanti che ti vogliono spacciare l’ultimo melone loro rimasto come l’offerta del secolo o il prodotto più gustoso di tutta l’estate… non è esattamente il mio forte. Tuttavia questo mercato coperto ha un non so che di accogliente, per non parlare dei profumi di panetteria che sprigiona e che aspiro avidamente, per conservarli fino all’ufficio.

Ed infine i palazzi, i palazzi che sono tutti squadrati, pochi balconi, principalmente finestre, ma con degli attici assolutamente invidiabili. Alcuni riportano delle targhe, si tratta di edifici per lo più storici, non saprei dire a quale epoca risalgano – dovrei informarmi o chiedere a mio fratello geometra – e sono eleganti, così raffinati. Mi piacciono gli ingressi tramite questi portoni molto ampi, in legno, che si aprono su dei cortili interni che un giorno o l’altro mi deciderò a visitare.

Ci sono a Roma sicuramente quartieri più interessanti dal punto di vista architettonico, ma credo che inizierò ad affezionarmi a questo, decisamente. Questo quartiere così silenzioso al mattino quanto indaffarato a pranzo, vivace nel pomeriggio e di nuovo spento la sera. Questo quartiere nascosto dagli alti palazzi ed apparentemente freddo, distaccato, eppure a pochi passi dall’edificio che secondo me non ha alcun rivale nel mondo. Maestoso, regale: mi incute un certo timore, confesso, ogni volta che oso guardarlo, attraversando Via della Conciliazione.

Poi qualcuno mi spiegherà come si fa, in questi casi, a non guardare verso l’alto ed elevarsi interamente al cielo.

La ragazza con le cuffie alle orecchie e l’uomo che ha aperto il finestrino. 

Oggi mi sono sentita in imbarazzo. Tremendamente in imbarazzo. Senza mezze misure.

Sono sull’autobus, tale 23, che tra l’altro non prenderò mai più, nonostante sia una delle linee storiche di Roma (o forse proprio per questo), e sto in piedi, appoggiata al corrimano.
C’è gente e ad ogni fermata la vettura si popola sempre di più: tanti salgono, pochi scendono. Ecco che noi passeggeri ci ritroviamo ad una distanza ravvicinata l’uno con l’altro ed iniziamo ad accusare l’aria sudata e maleodorante del bus. Io personalmente sento anche molto caldo. Mi guardo intorno e noto che non tutti i finestrini sono aperti, dunque mi rivolgo ad una ragazza davanti a me, peraltro anche molto carina, con un outfit niente male, ma con un paio di dannate cuffie nelle orecchie. Inutile dire che al mio “signorina, scusi…” non si gira minimamente. Riprovo a voce un po’ più alta, esordisco nello stesso stile, adesso anche gli altri passeggeri sentono e, di fronte alla sua totale e ripetuta indifferenza, si diffonde una ilarità generalizzata. Qualcuno fa spallucce, altri indicano il finestrino e fanno cenno di essere d’accordo con me, ma al momento nessuno si fa avanti per far entrare una boccata d’aria fresca. D’altronde è la signorina in cuffia la più vicina e comoda rispetto al famoso finestrino serrato, dunque dovrebbe essere lei a darmi retta.
Ad ogni modo mi rassegno, ma non ho ancora idea del tempo infinito che avremo passato intrappolati nell’autobus e nel traffico di Lungotevere.
Quando il caldo diventa sempre più insostenibile e l’aria ancora più puzzolente, riparto all’attacco. Stavolta evito il “signorina” e proferisco solo uno “scusi” con voce più decisa della volta precedente. Sapete come ha reagito? Ecco, bravi, avete indovinato. Intanto si diffonde un’eco del tipo “è fuori dal mondo” o “è troppo isolata con queste cuffie” giacché la causa del finestrino serrato è diventata di interesse pubblico. Non demordo, mi avvicino alla ragazza e le do un colpetto discreto sulla spalla per richiamare la sua attenzione. Avrà pensato che fosse un semplice scombussolamento dato dal movimento dell’autobus – non ne ho idea – ma niente, nessuna reazione nemmeno dietro sollecitazione fisica.
Mi arrendo, mi metto l’anima in pace.
Devo aver manifestato una sensazione di tale sconfitta sul volto che un uomo accanto alla famosa ragazza in cuffie mi guarda e mi sorride. Si fa avanti verso il finestrino, ovviamente non tanto facilmente raggiungibile dalla sua posizione, si butta su un lato e trascina il finestrino della vettura verso destra affinché si apra.

Ha due moncherini al posto delle braccia.

Not that mad

You see?
It’s me
Talking to you
Looking for you

It’s me
You see?
Looking for you
Talking to you

What could have been done?
What should have been done?

It’s not all my fault
It’s not what I meant

What would you have done?
What would you have said?

The wound hurts a lot
It causes me pain

It’s not all my fault
I’m trapped in a chain

That thing you’ve heard
It’s not what I said
It’s not what I meant
I’m not all that mad.

My Weekly Brief 

Fine settimana- Extreme: sotto un sole che ho sempre considerato mio alleato, mi sono scottata, bruciata e tagliata… Neanche fossi una bistecca!

Lunedì – Addiction: forse perché provata fisicamente dai giorni precedenti… Ho preso quattro caffè, superando di gran lunga la mia media giornaliera di 1/2!

Martedì – Side effects: arzilla come un grillo già di prima mattina… Chissà com’è!

Mercoledì – Professional : meeting one-to-one con la team leader per fare il punto della situazione… Ottima impressione e soddisfazione reciproca!

Giovedì – Adventure: Black out di prima mattina a Roma Termini. Panico in stazione, quasi imprigionati sotto terra. Ho preso l’autobus e fortunatamente sono arrivata in orario…

Venerdì – Sunny & Funny: Tragitto senza traumi per arrivare in ufficio, cornettone al cioccolato di Castroni a metà mattina (gustosamente deleterio per il pranzo), sole caldo in pausa (scottatura ben coperta) e… Villa Pamphili uno spettacolo!

…next week? Next brief:)

 

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