Can’t take my memory off you.

Quando ho incrociato il tuo sguardo, mi sono sentita morire.
Io sapevo chi fossi, ma tu non avevi la minima idea di chi potessi essere io.
Avevo conosciuto il tuo volto, osservato in milioni di foto che mi erano state mostrate.
Avevo immaginato la tua dolcezza, sin dai primi racconti di te.

Quando ho incrociato il tuo sguardo, non ho potuto fare a meno di notare un velo di malcelata tristezza negli occhi.
Ho intravisto della malinconia, un bagliore ormai spento che non riuscivi nemmeno a nascondere, perché non avevi mai imparato a farlo.
Mi è mancata la brillantezza, la vivacità e quella luce argentea che di solito si ritrova negli occhi di un bambino.
La spensieratezza, tipica della tua età, non l’ho percepita nel tuo sguardo.

Quando ti ho guardato negli occhi, mi sei sembrato così docile ed indifeso.
Avrei voluto accarezzarti e passarti la mano tra i capelli, avrei voluto parlarti di più e non sentirmi a disagio di fronte a quell’aria così disorientata che mostravi.
Avrei voluto salutarti, quando sono andata via, ma non ho guardato in faccia nemmeno chi mi aveva aperto la porta.

Quando ti ho osservato negli occhi, ho capito che non avrei mai dovuto spingermi fino a quel punto e ho compreso che non avrei più rimediato.
Avrei voluto sparire, fingere di non essere lì, seduta accanto a te, a consegnarti il presente che hai poi tanto gradito.
Avrei voluto scusarmi, ancora e ancora, per il mio gesto avventato, sconsiderato, esagerato, non ragionato.

Avrei voluto capirti.
Avrei dovuto farlo, fin dal principio.
Ma ormai ho ascoltato la tua voce e ti ho guardato negli occhi.
Mi sono sentita morire.

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Diario di viaggio: un weekend a Torino

Che è comunque poco. Un solo fine settimana, intendo, di cui un giorno è inevitabilmente dedicato all’arrivo e uno alla partenza. Da tornarci sicuramente, visto che mancano all’appello alcuni siti che ci eravamo dette di visitare.

Ma vi racconto come è andata, dai.

Arriviamo nella tarda serata di venerdì e veniamo accolte dai primi accenni delle neve che avrebbe poi “buttato” (come si dice lì, no?) copiosamente durante la sera. Del freddo, non parliamo. Ma comunque sopportabile.

La mattina dopo i tetti della città coperti di neve sono particolarmente suggestivi e allietano il nostro risveglio nel quartiere Vanchiglia, a pochi minuti di cammino da Piazza Vittorio Veneto, bellissima per le sue dimensioni e il panorama alpino che la circonda. Dalla piazza saliamo sul Venaria Express in direzione Venaria Reale dove dedichiamo la mattina alla visita guidata della reggia e delle scuderie.

Sarà stato il tempo e la neve poi mista a pioggia, sarà stata la giornata non particolarmente limpida e i giardini non accessibili, ma la Venaria non ci ha fatto chissà quale impressione, a dispetto dei commenti molto positivi che ci erano giunti prima della visita.

Rientriamo in città per pranzo e, tra piedi bagnati, freddo picchiettante e pioggia a tratti comunque fastidiosa, giriamo in pieno spirito sightseeing tra le attrazioni più note del centro storico. Piazza Castello, il Palazzo Reale, Palazzo Madama, il Duomo con la Sacra Sindone e la chiesa di San Lorenzo con la sua riproduzione e alcuni volontari disponibili a fornire qualche spiegazione sul manufatto.

Alla disperata – non così tanto, dopotutto – ricerca di una cioccolateria e di un bicerin, camminiamo per le vie del centro e sotto i portici di via Garibaldi, via Roma, via Po, via Principe Amedeo e via Maria Vittoria, attraverso piazza Carignano, piazza Carlo Alberto, fino ad arrivare alla Mole, dove programmiamo di visitare il museo del cinema ospitato al suo interno.

In realtà la sosta in camera, la cena e il calore degli ambienti, uniti ad una buona dose di stanchezza e ad una nostra naturale propensione alla chiacchiera, ci impediscono di stare nei tempi e di entrare alla Mole dopo la cena. Cambiamo quindi i nostri piani e, dalla zona di Porta Nuova, ci dirigiamo verso il monte dei Cappuccini, punto panoramico dall’altra parte del Po dove godiamo di una vista spettacolare sulla città.

Le luminarie del monte e le luci urbane sono un bel colpo d’occhio e creano una globale atmosfera di calore, nonostante le rigide temperature con le quali i locali sono abituati a convivere.

Dal monte ammiriamo la Basilica di Superga, tappa cui dedicare un seconda puntata in città, e lo skyline torinese, caratterizzato anche da edifici più moderni, come il Palazzo della Regione progettato dallo studio dell’architetto Fuksas.

Domenica ci concentriamo sulla visita al Museo Egizio, il secondo al mondo per ampiezza dopo il museo sito a Il Cairo. La collezione è veramente notevole, tra manufatti perfettamente conservati e reperti di inestimabile valore e bellezza: lo visitiamo in circa 3 ore, accelerando il giro verso la fine per un ritardo nella nostra tabella di marcia, ma consiglio di dedicarci almeno 4 ore per poter apprezzare ogni sala con la giusta attenzione. Trovandoci in centro, torniamo a Piazza Castello per un simpatico giro nel mercatino natalizio, accanto al quale è stato installato un gigante calendario dell’avvento, in pieno spirito di festività. La città è vivace, ricolma di gente, la giornata è soleggiata e l’atmosfera assai piacevole.

Per raggiungere la stazione di Porta Nuova scendiamo anche in metropolitana e ci concediamo una veloce pausa nella boutique Venchi, per un dolce rifornimento lungo il viaggio di ritorno.

The Place [Paolo Genovese]

Facciamo una premessa:

Amo moltissimo i film ambientati in un unico luogo, le cui scene prendono le mosse all’interno di uno spazio circoscritto, delimitato e definito. Non si tratta di film claustrofobici, ma immaginate quei film che si svolgono all’interno di una stessa casa, attorno alla tavola, in un salotto, su un mezzo di trasporto, in un locale al chiuso. I personaggi si muovono all’interno di tali ambientazioni contestualmente, o in maniera alternata e sequenziale. Possono crearsi dinamiche più o meno vincolanti tra loro, possono svilupparsi storie parallele che non si incontreranno mai oppure possono diramarsi trame invischiate in uno stesso intrigo, di cui i personaggi sono o non sono consapevoli. Insomma, c’è un mondo bellissimo nei film racchiusi in un unico luogo.

Fine della premessa.

The Place appartiene proprio a questo genere.
Il film di Paolo Genovese, che vanta un cast di interpreti d’eccezione, esce nelle sale consapevole di dovere superare, o comunque eguagliare, un grande rivale: il precedente lavoro dello stesso regista (Perfetti Sconosciuti) che ha riscosso un successo enorme, sia di critica che di pubblico.
Secondo alcuni non ci riesce. Secondo me è opportuno considerare che è un film diverso, più impegnato e concettuale, per gli amatori del genere e per chi ha la pazienza e il piacere di lasciarsi sopraffare da riflessioni alquanto scomode sulla natura dell’essere umano. Va affrontato con preparazione, o quantomeno, se non si è preparati, bisogna accettare di rimanere spiazzati e disarmati all’uscita dal cinema.

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Film altamente simbolico e enigmatico, con scene che possono in prima battuta ricordare una seduta psicologica, The Place esplora gli anfratti più oscuri e gli angoli più reconditi del nostro essere, portandoli alla luce in tutta la loro crudezza e con un cinismo talvolta inquietante. The Place è il luogo in cui entriamo a contatto con la nostra coscienza, un confessionale in cui riveliamo i lati più bui della nostra personalità, verità che non saremo mai stati capaci di ammettere perché – e qui torna un pensiero che ormai mi accompagna da diverso tempo – ognuno di noi convive con perversioni di cui non è sempre pienamente cosciente.

“Perchè chiede alle persone di compiere gesti orribili?”
“Perché c’è chi è disposto a farli”

È un film disturbante, scioccante, cinico e surreale, ma la sensazione di essere fuori dalla realtà si attenua già dopo poche scene, grazie all’abilità di regista ed interpreti di ricostruire un mini universo di realtà dentro quel “luogo”, dentro quel bar. Una realtà che emerge dai loro racconti, ma mai è rappresentata in maniera diretta, solo riflessa dallo specchio della coscienza e mostrata dietro uno schermo fatto di parole e dunque di interpretazioni.
Qui entrano in gioco i dettagli, un aspetto interessante sul quale il film si concentra a più riprese. Il valore dei dettagli è duplice. Da un lato hanno una funzione narrativa, aiutano lo spettatore a ricostruire scene di realtà che non vede mai in prima persona, agevolano l’immaginazione e la conducono a focalizzarsi su una riproduzione, quanto più verosimile possibile, del mondo fuori The Place.
Ma i dettagli sono parte dell’accordo perché sono proprio loro a fare la differenza. Ho la profonda e radicata convinzione che siano i dettagli a dar luogo alle nostre emozioni, o almeno alle sfumature di esse, che diventano tanto più variegate e sottili tanto più le situazioni sono ricche di dettagli. Da qui si innescano reazioni, da qui si costruiscono i ricordi, spesso aggrappati, come arrampicatori in bilico, ad ogni singolo particolare della memoria. Particolari scabrosi e macabri: sono proprio loro l’oggetto del nostro colloquio con la coscienza, la quale ci ascolta e prende appunti, in un disordinato e disperato flusso di coscienza, riprodotto all’interno del film con un libro nero pieno di pagine, di parole, di righe fittamente riempite, di foglietti e annotazioni.
Trascrivere, sia attraverso un’operazione mentale che fisica, la matassa aggrovigliata dei nostri ragionamenti aiuta a prenderne coscienza e a scindere con consapevolezza il particolare dal generale? Addentrarsi così in profondità è terapeutico o piuttosto distruttivo e deleterio?

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Il film lascia aperta, come si può facilmente supporre, una serie di quesiti ed interrogativi irrisolti. E forse è proprio qui che risiede il suo fascino magnetico, alimentato dai tempi scenici, dal setting quasi teatrale, dalle inquadrature, dall’intensità dei dialoghi e dalla forte presenza di ogni interprete seduto di fronte a quel tavolo. Dall’altra parte, un Mastrandea che si difende alla grande, ma che è agevolato dalla sua espressione naturalmente affaticata e appesantita, perfettamente calzante per il suo ruolo in The Place.
È quell’aura di mistero, di conturbante perversione, che rende il film particolarmente attraente e ben riuscito. Impossibile uscire dalla sala con una idea chiara di significati, messaggi ed interpretazioni, così come è utopico terminare la visione nella speranza di un finale illuminante e rivelatore, in cui tutto avrà una spiegazione o ogni tassello si incastrerà perfettamente nella sua locazione.

Non tutto accade per un motivo, non sempre ci sono ragioni precise che muovono azioni. Non sempre abbiamo la possibilità e la facoltà di decidere. Certe cose avvengono, e basta. Destino? Casualità? Semplicemente realtà.
Il fatto è che il più delle volte non accettiamo il corso degli eventi e vorremo cambiarlo a nostro favore, perché tutti noi guardiamo ai nostri interessi e combattiamo per ottenere ciò che vogliamo. Egoisti? Opportunisti? Decisamente! Ma chi non lo è in fondo?
In fondo, è lì che va The Place, è proprio lì che a mio avviso vuole arrivare il regista nel suo tentativo di indagare le viscere dei desideri più nascosti, spingendosi fino ai confini che noi stessi ci imponiamo di non superare ma che, (solo) volendo, saremo in grado di travalicare. No, non ci sono limiti alla brutalità, alla violenza, al male, se finalizzati ad uno scopo che sentiamo, pur follemente, del tutto legittimo.

“Lei è un mostro”
“Diciamo che do da mangiare ai mostri”

Starway to Heaven – Imago, Hotel Hassler

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L’esperienza in un ristorante stellato è assai difficile da descrivere a parole.
Le foto aiutano in questo caso – pensate che fino a qualche anno fa nei ristoranti di un certo livello era vietato fotografare i piatti – e Instagram, il social network eletto strumento d’eccellenza per l’enogastronomia, lo dimostra ampiamente.

Vi lascio pertanto una galleria di immagini che comunque non riusciranno mai a sostituire l’emozione di ammirare ed assaggiare quei piatti, ma anche di sedere di fronte ad una vista invidiabile, come se si fosse ospiti di un cinema esclusivo con un panorama mozzafiato incorniciato in un maxi schermo ad alta definizione e in 3 dimensioni.
A dir la verità, il tavolo a noi riservato, e la poltrona a me concessa dal personale di sala, faceva un tête-à-tête con San Pietro, così vicino ed imponente di fronte a me da avere l’impressione di poterlo quasi raggiungere in salto. Ma non c’è solo quella cupola: ci sono i tetti di Roma, il monumento a Vittorio Emanuele, il Quirinale, la luminosa magia del centro storico estendersi in lungo e in largo, per non parlare di Trinità dei Monti che sarebbe da toccare con le dita se solo ci si potesse affacciare da quella splendida terrazza.

Una location incantevole, senza dubbio. Come da foto, ma anche di più.
Il ristorante è raccolto, molto intimo, e non ha quel traboccante sfarzo che può disgustare; è al tempo stesso misurato, elegante e raffinato, così come tutto lo staff di sala che ci ha serviti ed assistiti con una maestria unica.
Nessun dettaglio è lasciato al caso, niente sbavature, nessuna frizione.
La cura con la quale veniamo accolti al tavolo, consigliati, fatti sentire completamente a nostro agio (e non fuori posto come potrebbe facilmente avvenire in un luogo del genere) è notevole e probabilmente uno dei fattori fondamentali che rendono Imago un indirizzo stellato.

Immagino che la gestione della sala abbia la sua rilevanza all’interno della valutazione complessiva di un ristorante, ma di certo non può mancare l’anima del ristorante stesso: la sua cucina.
Inutile sottolineare che il menù degustazione è l’opera principe dello chef (Francesco Apreda, qui su Instagram, molto cortese nel suo giro tra i tavoli per conoscere gli ospiti della serata) e in un certo senso la dichiarazione di intenti del ristorante. Impossibile non provarlo e impossibile non rimanerne sbalorditi.
Partiamo dal presupposto che i piatti serviti non hanno niente – o poco – a che fare con i sapori più o meno tradizionali cui siamo abituati. Si tratta di pietanze che sembrano appartenere ad un altro pianeta, nelle quali stupisce, al di là della magnifica presentazione visiva e magistrale composizione a mo’ di opera d’arte, l’accostamento di sapori, consistenze, sentori, scioglievolezze.
Il risultato che ne deriva è alchimia pura. Esattamente come un quadro può trasferire mille svariate sensazioni, più o meno coincidenti con le intenzioni del pittore, così un piatto sprigiona un susseguirsi di Emozioni, non confinate, ovviamente, solo al palato e alla dimensione sensoriale del gusto. Sarà che sono sensibile, sarà che mi emoziono facilmente, sarà che vivere i momenti con le persone giuste amplifica la nostra capacità di avvertire e provare sentimenti, ma io mi sono commossa assaggiando ognuna di quelle meraviglie.

Non c’è cosa più bella che rendere nostra una esperienza fatta di stimoli esterni e trasformarla in una Esperienza intima, anche qui con la E maiuscola, per rielaborarla con il nostro occhio interiore e percepirla nella sua Essenza. Un po’ come si fa con uno splendido tramonto, o di fronte ad un paesaggio, ad una bellezza naturale e alle più svariate forme d’arte e manifestazioni cultuali.

Emozione, Esperienza, Essenza. Ciò che ti lascia una serata in un ristorante stellato e dove una scrutatrice di universi come me non avrebbe potuto non esserne trasportata.

Non esagero quando sostengo che certi vissuti ti rimangono addosso, esercitano un potere su di te che va oltre il singolo momento in cui tale potere prende forma. Ti accompagnano per le ore a venire, per i giorni seguenti, e forse non ti abbandoneranno mai… come in un meraviglioso sogno dal quale non vorremo mai risvegliarci.

Dove la porto signorina? Su una stella…

Quando, nella famosa scena del Titanic (famosa perchè l’ho vista 350 volte o perchè è universalmente nota al pubblico di spettatori?), Rose chiede a Jack di essere condotta su una stella, risulta chiaro che il suo riferimento è legato certamente ad un ristorante stellato. Utilizzando altre parole, la sua richiesta sarebbe stata formulata più o meno così: “Jack, mi porti a cena in un ristorante con una stella Michelin?”

Povero Jack (ehi, non lo sto difendendo perchè è Leo, beninteso): in una nave in mezzo all’oceano il desiderio della sua amata sarebbe davvero irrealizzabile. Non si può dire la stessa cosa a Roma, fortunatamente, dove il panorama dell’alta ristorazione e della gastronomia gourmet è assai vivace e variegato, nonostante questa consapevolezza non sia ben diffusa tra i suoi cittadini.

La capitale offre almeno una ventina di indirizzi insigniti del prestigioso riconoscimento Michelin (1 stella), un ristorante con 2 stelle Michelin (Il Pagliaccio) e quella insuperabile terrazza che domina sfarzosamente la bella Roma e custodisce la cucina esclusiva e raffinata dello chef Heinz Beck, anima de La Pergola (3 stelle Michelin).

Ora, io parlo de La Pergola in questi termini perchè la critica fa frequentemente utilizzo di simili aggettivi per descrivere l’essenza dell’arte culinaria del Maestro, ma purtroppo non ne ho mai fatto piena esperienza diretta. A dir la verità, ho avuto la fortuna di assaggiare il delizioso dessert mostrato in foto e che loro chiamano qualcosa come Sfera ai frutti rossi. E che ve lo dico a fare? Pura libidine.

Ho ancora un conto in sospeso con i Fagottelli, piatto cult, storico e distintivo del ristorante, ma temo che rimarranno una lontana e nostalgica fantasia, e magari riuscirò a degustarli solo quando li avranno rimossi dal menù… se mai lo faranno.

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Ma veniamo a noi, anche perchè Rose non è stata così pretenziosa. Si sarebbe accontentata di una sola stella Michelin, se solo il mio adorato Jack fosse ancora vivo (no no, non sto piangendo, e non  ho nemmeno mai pensato di scrivere 3/4/5 finali alternativi del Titanic e consegnarli a James Cameron per la proposta di un rifacimento… MAI FATTO, GIURO!).

Torniamo con i piedi per terra, ma concediamoci per una sera di volare alti nel cielo. Una cena in un ristorante stellato, infatti, è un’esperienza che ognuno di noi, amante o non amante della cucina, esperto o non esperto in materia, dovrebbe provare.

Ve la racconto a breve nel prossimo post… Intanto vado a riscrivere la sceneggiatura del Titanic, senza quel maledetto Iceberg!

Andare in tilt. 

Ultimamente non ho avuto molta voglia di scrivere. Eppure di stimoli ne ho ricevuti parecchi.
Input, spunti, scintille che avrebbero potuto far scattare un’ispirazione ma che evidentemente non hanno solleticato al punto giusto la mia immaginazione.

Credo che sia questione di periodi.

Alle volte la mente è proattiva. Libera, creativa e ballerina. Pronta ad incamerare gli impulsi del mondo e tramutarli in testi che nascono già con una loro logica ed un senso compiuto.

Altre volte la mente è pigra. Spenta, malinconica e assente. L’attività cerebrale genera pensieri, troppi, che si accavallano e si arrampicano gli uni sugli altri, senza apparenti connessioni.
È questa la fase più deleteria, la zona più pericolosa, perché i troppi ragionamenti non conducono che a paturnie, fisime, elucubrazioni, le quali generano a loro volta ansie, paure e aspettative spesso deluse.

Scrivere è sempre stato un antidoto, i pensieri costretti in parole sfuggono al loro incerto vagabondare, i concetti sconnessi che prendono forma in verbo evitano di costruire castelli di carta l’uno sull’altro, senza curarsi delle inesistenti fondamenta.
Scrivere per me è essenziale, scrivere è terapeutico, ma è come se negli ultimi tempi avessi rigettato la cura e deciso di guarire da sola, se in fin dei conti di un male si tratta.

Ribadisco che di certo è solo un periodo di assenza, disfunzionamento o, all’opposto, di eccessiva attività mentale che mi tiene concentrata su futili pensieri, privandomi però della minima forza necessaria per buttar giù qualche riga.
Che la forza sia con te, mia piccola blogger dalla testa dura. Perché quando inizi a scrivere – lo vedi da te – niente ti ferma più.

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Su un paio di ruote

Il sole che ti acceca attraverso il vetro del casco. L’asfalto caldo sotto ai piedi, specialmente in curva.
Il contatto con la strada, il dominio sulla strada.
Uno sguardo dall’alto ai conducenti delle automobili, quasi a voler entrare dentro l’abitacolo.

Poi c’è il vento.
Il vento tra i capelli, il vento in faccia, il vento che ti gonfia la maglietta e ti toglie il respiro.
Il vento che penetra dentro i vestiti, il vento che ti secca le labbra, il vento che ti trasmette adrenalina.
Energia.
Velocità.

E il rumore.
Il motore che senti vibrare sotto di te.
Una mandata di gas e via, si sfreccia davanti ad ogni altra cosa.
Lo sbuffare della marmitta direttamente sotto le gambe.
Il cambio marce che ti fa sobbalzare.
Il piegarsi in curva che ti mette sempre un po’ di timore, oltre che porti fisicamente e pericolosamente su un lato delle gomme.
Pneumatici roventi, li senti lavorare, li senti ruotare.

Quindi arrivi a casa, casa che ti sa riconoscere per il tuo rombo tanto inconfondibile quanto familiare.
Casa che saluta dal balcone, casa che sa quando stai per tornare, casa che vive con ansia ogni tuo tragitto su due ruote.
Casa che non manca mai, casa che è la tua meta, la tua direzione e la tua spinta giornaliera.
Casa che è il tuo motore, e il carburante il suo richiamo.

Errare è umano. Perseverare lo è di più.

Siamo fatti per sbagliare.
Nasciamo, cresciamo, conosciamo il mondo. E sbagliamo.
Prima di morire, sbagliamo.
Prima di nascere, sbagliamo lo stesso.

Sbagliamo e sbagliamo, continuamente, errore su errore, caduta dopo caduta.
Ci alziamo ma crolliamo di nuovo, vittime di una vita fatta di ostacoli perenni che l’uomo non ha la forza di aggirare.
Così sbagliamo: sbagliamo una volta, ci perdonano.
Sbagliamo la seconda volta, ci perdonano.
Sbagliamo la terza volta e siamo ancora perdonati.

Ma più sbagliamo più non ci rendiamo conto della forza del perdono che ci viene concesso, così continuiamo a sbagliare, certi che il perdono arriverà sempre, prima o poi, basta dimenticare e andare avanti.
Metterci una pietra sopra e non pensarci più, allontanare l’errore e le sue conseguenze, distaccarsi dal passato e proiettarsi al futuro, perché tanto quello che è stato non si può più modificare.

Comunque nel futuro sbagliamo di nuovo. E passiamo una vita intera a sbagliare ed attendere l’arrivo di un ignoto perdono senza nemmeno troppa speranza.
Non siamo fatti per cadere e rialzarci.
La vita è fatta per strisciare a terra con lo sguardo rivolto sempre verso il basso, prigionieri e dannati, costretti ad errare in un girone infernale fin da quando prendiamo coscienza della vita stessa.

Dunkirk [Christopher Nolan]

Dunkirk è uno di quei film che non puoi non vedere al cinema. Il buio della sala, le dimensioni dello schermo, gli effetti sonori sono elementi che fanno parte integrante del film e ne amplificano l’esperienza in modo assolutamente naturale.

Dunkirk è ambientato durante la seconda guerra mondiale e racconta dell’evacuazione dell’omonima località a largo della Manica, dove cacciabombardieri tedeschi sferrano continuamente attacchi dai cieli. Si sviluppa su tre linee narrative che si incrociano (terra, acqua, mare) pur non avvenendo simultaneamente. Ognuna di esse ha infatti durate temporali diverse – una dura una settimana, l’altra un giorno, l’altra ancora solo un’ora.
Se non si è conoscenza di questa struttura, a mio parere diventa difficile seguire il film con cognizione di causa.

Si parte già dal fatto che un film bellico non è certo una commedia, e le scene d’azione sono sicuramente più convulse e poco lineari. Dunkirk aggiunge la complicazione dei piani temporali diversi, resi, volendo, maggiormente chiari dall’alternanza dì/notte, un indizio lampante per lo spettatore sui due distinti momenti della giornata. Se egli fosse anche molto attento, noterebbe che alcune scene sono ripetute, ma mostrate da inquadrature diverse e con protagonisti diversi. Si tratta del punto in cui i tre livelli di narrazione s’imbattono l’uno nell’altro e vengono raccontati da prospettive complementari.

Un’analisi anche non molto accurata noterebbe immediatamente, inoltre, che Dunkirk non è film di guerra come tutti gli altri. I tagli di inquadrature, il prolungamento di alcune scene, la carenza di dialoghi che non siano in qualche modo significativi ed il montaggio veloce rendono questa pellicola sicuramente un film d’autore, dove l’impronta di Nolan diventa subito riconoscibile.

La musica pressante, contraddistinta da un continuo innalzamento del livello di adrenalina, crea una costante sensazione di suspense ed angosciosa attesa, come se non si fosse comodamente seduti sulla propria poltrona in una sala cinematografica, bensì appesi a diversi metri d’altezza ad una ripida parete di roccia in procinto di cadere nel vuoto. Si parla, non a caso, di cliff-hanging in questi casi… Ma no, non è disagio, ma quel brivido che generalmente si avverte nel momento subito precedente ad un tuffo in mare da uno scoglio particolarmente elevato.

Stupisce anche la recitazione degli attori, protagonisti corali più che assoluti, fredda e distaccata come una situazione del genere dovrebbe imporre. E non ci si commuove più di fronte alla morte di un fratello e di un figlio, non vi è lutto o disperazione. Nessuna scena struggente che rende catartico e drammatico il momento, bensì fermezza ed accettazione (o rassegnazione?) di quello che la guerra porta con sé, vittime e sconfitte, morte e devastazione. Solo a sprazzi qualche atto di eroismo.

In questo Dunkirk mi ha colpito al cuore: nei cieli e nei mari, da civili o da soldati, in guerra non c’è spazio per essere eroi. La durezza e la crudezza di una simile violenza inibiscono qualsiasi istinto di umanità e qualsiasi residuo di integrità morale, a favore di un solo ed unico aggressivo desiderio di sopravvivenza.

The sound of silence

Quando il silenzio non è un vuoto, ma è ricco di significato.

Quando il silenzio non è imbarazzo, ma emozione.

Quando il silenzio non è mancanza di argomenti, ma è ricco di mille cose da dire.

Quando basta il contatto, tenersi per mano, scambiarsi un sorriso ed incrociare gli sguardi per capire tu, lì, in quel momento, è proprio il posto dove vorresti e dovresti essere.

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