Errare è umano. Perseverare lo è di più.

Siamo fatti per sbagliare.
Nasciamo, cresciamo, conosciamo il mondo. E sbagliamo.
Prima di morire, sbagliamo.
Prima di nascere, sbagliamo lo stesso.

Sbagliamo e sbagliamo, continuamente, errore su errore, caduta dopo caduta.
Ci alziamo ma crolliamo di nuovo, vittime di una vita fatta di ostacoli perenni che l’uomo non ha la forza di aggirare.
Così sbagliamo: sbagliamo una volta, ci perdonano.
Sbagliamo la seconda volta, ci perdonano.
Sbagliamo la terza volta e siamo ancora perdonati.

Ma più sbagliamo più non ci rendiamo conto della forza del perdono che ci viene concesso, così continuiamo a sbagliare, certi che il perdono arriverà sempre, prima o poi, basta dimenticare e andare avanti.
Metterci una pietra sopra e non pensarci più, allontanare l’errore e le sue conseguenze, distaccarsi dal passato e proiettarsi al futuro, perché tanto quello che è stato non si può più modificare.

Comunque nel futuro sbagliamo di nuovo. E passiamo una vita intera a sbagliare ed attendere l’arrivo di un ignoto perdono senza nemmeno troppa speranza.
Non siamo fatti per cadere e rialzarci.
La vita è fatta per strisciare a terra con lo sguardo rivolto sempre verso il basso, prigionieri e dannati, costretti ad errare in un girone infernale fin da quando prendiamo coscienza della vita stessa.

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Dunkirk [Christopher Nolan]

Dunkirk è uno di quei film che non puoi non vedere al cinema. Il buio della sala, le dimensioni dello schermo, gli effetti sonori sono elementi che fanno parte integrante del film e ne amplificano l’esperienza in modo assolutamente naturale.

Dunkirk è ambientato durante la seconda guerra mondiale e racconta dell’evacuazione dell’omonima località a largo della Manica, dove cacciabombardieri tedeschi sferrano continuamente attacchi dai cieli. Si sviluppa su tre linee narrative che si incrociano (terra, acqua, mare) pur non avvenendo simultaneamente. Ognuna di esse ha infatti durate temporali diverse – una dura una settimana, l’altra un giorno, l’altra ancora solo un’ora.
Se non si è conoscenza di questa struttura, a mio parere diventa difficile seguire il film con cognizione di causa.

Si parte già dal fatto che un film bellico non è certo una commedia, e le scene d’azione sono sicuramente più convulse e poco lineari. Dunkirk aggiunge la complicazione dei piani temporali diversi, resi, volendo, maggiormente chiari dall’alternanza dì/notte, un indizio lampante per lo spettatore sui due distinti momenti della giornata. Se egli fosse anche molto attento, noterebbe che alcune scene sono ripetute, ma mostrate da inquadrature diverse e con protagonisti diversi. Si tratta del punto in cui i tre livelli di narrazione s’imbattono l’uno nell’altro e vengono raccontati da prospettive complementari.

Un’analisi anche non molto accurata noterebbe immediatamente, inoltre, che Dunkirk non è film di guerra come tutti gli altri. I tagli di inquadrature, il prolungamento di alcune scene, la carenza di dialoghi che non siano in qualche modo significativi ed il montaggio veloce rendono questa pellicola sicuramente un film d’autore, dove l’impronta di Nolan diventa subito riconoscibile.

La musica pressante, contraddistinta da un continuo innalzamento del livello di adrenalina, crea una costante sensazione di suspense ed angosciosa attesa, come se non si fosse comodamente seduti sulla propria poltrona in una sala cinematografica, bensì appesi a diversi metri d’altezza ad una ripida parete di roccia in procinto di cadere nel vuoto. Si parla, non a caso, di cliff-hanging in questi casi… Ma no, non è disagio, ma quel brivido che generalmente si avverte nel momento subito precedente ad un tuffo in mare da uno scoglio particolarmente elevato.

Stupisce anche la recitazione degli attori, protagonisti corali più che assoluti, fredda e distaccata come una situazione del genere dovrebbe imporre. E non ci si commuove più di fronte alla morte di un fratello e di un figlio, non vi è lutto o disperazione. Nessuna scena struggente che rende catartico e drammatico il momento, bensì fermezza ed accettazione (o rassegnazione?) di quello che la guerra porta con sé, vittime e sconfitte, morte e devastazione. Solo a sprazzi qualche atto di eroismo.

In questo Dunkirk mi ha colpito al cuore: nei cieli e nei mari, da civili o da soldati, in guerra non c’è spazio per essere eroi. La durezza e la crudezza di una simile violenza inibiscono qualsiasi istinto di umanità e qualsiasi residuo di integrità morale, a favore di un solo ed unico aggressivo desiderio di sopravvivenza.

The sound of silence

Quando il silenzio non è un vuoto, ma è ricco di significato.

Quando il silenzio non è imbarazzo, ma emozione.

Quando il silenzio non è mancanza di argomenti, ma è ricco di mille cose da dire.

Quando basta il contatto, tenersi per mano, scambiarsi un sorriso ed incrociare gli sguardi per capire tu, lì, in quel momento, è proprio il posto dove vorresti e dovresti essere.

Roma tempestosa.

Vorrei riproporre qualche estratto di un post che mi è tornato in mente proprio la scorsa mattina, di fronte allo scenario devastante nel quale mi sono svegliata e nel quale si è risvegliata tutta la capitale.

Questo richiamo dimostra come nubifragi da allerta meteo non ricorrano, fortunatamente, in maniera così frequente nella nostra città, ma è al tempo stesso testimonianza indelebile di come le reazioni e le conseguenze di tali eventi siano esattamente identiche nel corso degli anni.

Per la rubrica: spesso ritornano.

LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA.

Questa mattina Roma sembrava una nave pirata in balia della tempesta.
Urge un chiarimento etimologico dei termini di questa “definizione”.

Nave. Con le strade completamente allagate, depressioni profonde più della Fossa delle Marianne stracolme d’acqua piovana, marciapiedi inondati ed impraticabili, con i lampi che ogni tanto squarciavano il cielo, i fulmini che illuminavano la giornata ancora inghiottitta dalle tenebre notturne, Roma pareva essere in bilico, inclinata prima da una parte e poi dall’altra, proprio come un’imbarcazione in preda alle onde più selvagge, incontrollabili, devastanti.

Pirata. Con le strade allagate di cui sopra, automobilisti, motociclisti e qualunque altro utente della strada si sono esibiti nelle loro migliori performance: parcheggi impossibili, cambi di corsia improbabili, passaggi ad altissima velocità su pozze d’acqua nelle quali rischiavano anche di affondare, slalom assurdi da parte dei motorini più impavidi, autobili ferme, con il motore spento, in quelle stesse pozze di prima… Il panico. […]

Tempesta. Beh, non c’è bisogno di aggiungere altro. Mi è bastato guardar fuori dalla finestra stamattina e trovarmi davanti un infuriato cielo stile The Day After Tomorrow per realizzare che “tempesta” non era nemmeno la parola più adatta per definire la giornata.

Fortunatamente, nel primo pomeriggio, la nave pirata ha assunto le sembianze di una pacata barca a vela, cullata da un mare più calmo.
Ed è sopraggiunta la quiete, si è fatto strada il sereno, anche se solo per pochi minuti.
Il cielo si è aperto, uno spicchio di sole è spuntato fuori e le nuvole si sono pian piano schiarite. Con lo sguardo rivolto verso questo scenario, mi sono concessa una lunga passeggiata, assaporando la bellezza di quel momento, appena successivo ai tuoni, ai lampi, all’incessante pioggia, godendo appieno di quella pace, ancora più sentita grazie alla solitudine che mi circondava, poichè non ho incontrato nessuno sul mio percorso.

Non una parola ha interrotto l’armonia di quel cammino, in cui sentivo solo il rumore dei miei passi e l’ansimare del mio respiro; non un suono, se non l’ululare del vento, ha potuto distogliere la mia attenzione dal cielo che mi sovrastava e mi trasmetteva una instabile, eppur piacevole, sensazione di serenità. […]

La quiete dopo la tempesta non è durata a lungo, ma che bella che è stata.

Finali alternativi: e così non vissero felici e contenti.

Cos’è l’amore?
Non è certo il sentimento che ti fa stare sveglio la notte a pensare costantemente alla persona che hai in testa.
Non è nemmeno il primo pensiero che ti risveglia al mattino e rende più luminosa la tua giornata, come un raggio di sole che timidamente penetra tra i vetri della finestra.
Non è certo l’adrenalina, quel brivido lungo la schiena quando incontri la persona che hai nella testa.
Non è il messaggio di buongiorno o il bacio della buonanotte, non una carezza di affetto o un abbraccio di conforto.
No, non è questo solo questo. O meglio, è in minima parte questo.

È che ci hanno riempito la testa di stronzate, film, canzoni, romanzi sentimentali. Ci hanno propinato immagini idilliche di coppie felici e sorridenti perché lei porta a lui la colazione a letto e lui sorprende lei in ufficio con un mazzo di rose.
Il punto è che confondiamo spesso l’innamoramento con l’amore, due sentimenti così diversi che non si capisce perché siano uno il preludio dell’altro.

L’amore non è il “vissero così felici e contenti”, perché altrimenti questo non sarebbe la conclusione standard delle favole. Favole appunto, storie di fantasia, rappresentazioni infantili e distorte della realtà, dove la morale andrebbe a mio parere rivista daccapo. Come si fa a crescere con la convinzione che l’amore tra il principe e la principessa sia tutto qui? Come si fa ad ignorare cosa succede poi a castello, nella vita che il principe e la principessa conducono regolarmente, giorno dopo giorno, una volta rotto l’incantesimo del bacio che li ha fatti infatuare?
È chiaro, signori, che l’amore è ben altro ed emerge proprio nei momenti in cui il “vissero felici e contenti” è andato a farsi benedire, in cui a tutto si penserebbe fuorché all’amore stesso.
L’amore è spesso dolore, sacrificio, sofferenza e rassegnazione.
L’amore è anche noia, a volte, è abitudine, routine, è sapere di avere dei punti di riferimento pienamente suscettibili di crolli e disorientamenti. Siamo umani, in fondo, pertanto l’errore è parte della nostra natura.
L’amore è comprensione, compassione – nel senso di “patire con” e condividere il dolore con chi soffre al nostro fianco, offrendo anche l’altro fianco, se necessario.
L’amore è una lotta continua, una battaglia ad armi pari, in cui nessuno deve prevalere sull’altro.
Amare è fare delle rinunce, è scendere a compromessi, è venirsi incontro ed accettarsi, anche se non sempre ci si capisce fino in fondo.
Amare è avere e dare fiducia, e non è certo paura, possesso e gelosia.
Amare è un impegno grandissimo, incondizionato e disinteressato che ha bisogno di infinito tempo ed innumerevoli energie per essere correttamente alimentato.

Nei momenti di svago si può inviare il messaggio di buongiorno, quello del “buon pranzo tesoro” o “buonanotte fiorellino”. I fiori, le rose, si comprano anch’essi nel tempo libero, quando l’impegno quotidiano lo permette e quando tutto il resto è apposto e non necessita di ulteriori attenzioni.

Probabilmente ho scritto e pensato delle eresie che non hanno certo la presunzione di voler essere la verità sull’amore, differente in ogni circostanza e presente sotto mille diverse forme.
Credo che nessuno di noi uomini possa realmente percepire il significato profondo dell’amore. La sua vera essenza non ci appartiene e in vita terrena facciamo esperienza di sole minime sfumature.
Cos’è l’amore probabilmente non lo capiremo mai e continueremo a parlare grazie all’esperienza che ci ha fatto conoscere una parte del mondo nelle sembianze della nostra vita, pur consapevoli di ignorare l’immensa grandezza di sentimenti che vanno ben oltre le capacità di un cuore mortale.

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Diario di viaggio: Salento e costa adriatica

La mia terza volta in Salento è stata dedicata, oltre all’esplorazione degli usi linguistici di questa parte di Puglia, alla scoperta della costa adriatica, che non ha smesso nemmeno una volta di darmi soddisfazioni.
C’è da dire che il vento – lu ientu, elemento fondamentale in terra salentina – è stato tutta la settimana a nostro favore e le temperature, di un caldo aggressivo, hanno permesso di farci godere un’acqua calda cristallina, in un mare che, complici gli splendidi colori, ha sempre avuto le sembianze di una piscina.
Le spiagge, le baie, le insenature e le calette nelle quali ci siamo fermati, tuffati e abbandonati come in un paradiso perduto, sono state:

  • Torre dell’Orso. Forse la località più rinomata della costa, affollata e presa d’assalto da turisti e famiglie di vacanzieri, è spettacolare nei colori e nei paesaggi. E’ chiaramente riconoscibile per la presenza delle Due Sorelle, ovvero due faraglioni che dominano la baia.
  • Roca e Grotta della Poesia. Si tratta di una “buca” dentro le rocce, una piscina naturale che si apre tra gli scogli e nella quale è usanza tuffarsi dal ciglio alto su per giù 5/6 metri. Sembra un’altezza innocua e fattibile, ma fidatevi che mentre la punta dei piedi è sospesa nel vuoto un leggero timore sale. Eccome se sale.
  • Sant’Andrea. Un’insenatura dai colori stupefacenti che ci lascia a bocca aperta e ci impone una sosta di dovere, seppur breve ed improvvisata, per un tuffo veloce in acque che rigenerano mente e spirito.
  • Otranto. Si pensa spesso – oppure noi romani siamo abituati a pensarlo – che le acque vicino ai porti e agli ingressi delle città siano meno pulite di altre. Ad Otranto queste convinzioni non esistono e farsi il bagno in un mare turchese mentre si staglia frontalmentek il panorama del castello, delle case, delle barche nel porticciolo è qualcosa di impagabile.
  • Porto Miggiano. Poco dopo Santa Cesarea Terme, prima di arrivare a Castro, si trova questa baia che doveva essere in passato nota solo ai locali, ma che ora ègl inevitabilmente scoperta e frequentata da molti turisti. Si raggiunge con una scalinata piuttosto lunga che corre lungo la scogliera tagliandola pericolosamente in altezza e regala un paradiso di colori e natura incontaminati.
  • Riserva delle Cesine. Una spiaggia che é un paradiso perduto, simile all’isola deserta dove naufraga Robin Crusoe, ancora non affollatissima e in certi punti quasi disabitata. Il mare che troviamo é calmo e cristallino, una piscina a cielo aperto.
  • San Foca. La parte di costa che segue la marina di Vernole e le Cesine non può che essere fenomenale: continua la sabbia anche se la spiaggia si restringe e si popola si lidi attrezzati, polo di aggregazione anche per la movida serale
  • Grotta della Zinzulusa. Verso Castro, nota come la “perla del Salento”, si trova questa grotta naturale, una tra molte, che può essere raggiunta anche a piedi mediante una serie di scalinate e camminamenti scavati nella roccia. Un tuffo in questo mare dal blu limpido e profondo é assolutamente d’obbligo.
  • Acquaviva. A differenza del resto della costa, l’acqua di questa splendida insenatura – quasi un fiordo – è di gran lunga più fredda, a causa di alcune sorgenti situate tra le rocce. Immergendosi o tuffandosi nelle profondità, si apprezza invece una temperatura più mite e piacevole. I colori dell’acqua sono a dir poco da togliere il fiato: si va dal verde all’azzurro, fino al turchese e al trasparente della riva.
  • Baia dei Turchi. Raggiungibile con un percorso a piedi di circa 15 minuti, abbastanza agevole anche con ombrellone, borse e zaini al seguito, la baia lascia a bocca aperta per la brillantezza dell’acqua che non delude mai. Romantica e accogliente anche per la notte di San Lorenzo: il cielo stellato e la luna, riflessi nel mare notturno, donano emozioni uniche.
  • Frassineto. L’ultimo giorno, sabato, è quello in cui il mare, complice la tramontana, inizia ad incresparsi. Ma i locali ci avevano avvertiti: “Se è tramontana, bisogna spostarsi sotto Otranto o sullo Jonio”. Abbiamo comunque voluto concludere la visita della costa adriatica, senza tradirla con la sua rivale jonica, a Frassineto, piccola spiaggia alternata a rocce che emergono già a riva. Il mare è pulito e trasparente anche con le onde.

Non può certo mancare una visita al centro storico e barocco di Lecce, che per me è stata una riscoperta notturna, momento del dì in cui i colori della pietra leccese si esaltano in tutto il loro caldo fascino. Piazza Duomo e Piazza Sant’Oronzo sono tappe d’obbligo, ma ammiriamo anche i resti del teatro e dell’anfiteatro romano, oggi palcoscenici di rappresentazioni teatrali, festival, concerti in una cornice dal sapore storico alla luce della luna.

Rimando ad Instagram  per le foto che documentano la visita e la degustazione presso la cantina Apollonio di Monteroni, cui abbiamo dedicato una piacevole mezza giornata insieme alla visita della tenuta Santi Dimitri a Galatina.

Tra i piatti assaggiati in una regione la cui offerta enogastronomica ci fa letteralmente impazzire, debbo per forza iniziare dal pasticciotto, un po’ perché sono una inguaribile golosa, un po’ perché è stato nostro alleato in tutte le colazioni.mattutine (ne ho comunque già parlato qui). Le pietanze di terra – degustate a La Casina del Grillo – si sono alternate a quelle di mare, spaziando dai pezzetti di cavallo, condimento anche dei maccheroncini, ciceri e tria e turcinieddhri, fino ad arrivare alla municeddha, al polpo in pignata e al gambero rosso di Gallipoli, passando per il cibo da strada come pittule, rustico leccese, pizzi, pucce e taralli.
Una bella cesta di pomodori appesi, origano e cacioricotta, oltre ad un carico generoso di vino, a scapito, quest’anno, dell’olio, sono i souvenir enogastronomici (quanto va di moda ormai questa parola…) che trasportiamo verso Roma, come ogni espatriato del Sud che si rispetti porta con sé i prodotti della sua terra nella sede che lo ospita nel resto del Belpaese. Belpaese che non sarà comunque mai come casa soa.

Se nu te scierri mai delle radici ca tieni: riflessioni linguistiche in quel di Salento

Se nu te scierri mai delle radici ca tieni
Rispetti puru quiddre delli paisi lontani
Se nu te scierri mai de du ede ca ieni
Dai chiu valore alla cultura ca tieni!

L’uso transitivo dei verbi “salire” e “scendere” (in)/(ris)contrato di recente in terra salentina (che corrisponde alla provincia di Lecce e nient’altro – non vi azzardate ad annoverare Brindisi e dintorni, tra cui la famosa Ostuni, nell’Alto Salento, in quanto i salentini veri sono molto orgogliosi, oltre che territoriali, e potrebbero seriamente offendersi) …. ma dicevo, l’uso transitivo dei verbi “salire” e “scendere” è un fenomeno linguistico assai curioso e affascinante per una che ama riflettere sulla lingua e ha una deformazione personale nella conoscenza delle varietà dialettali della penisola.

E altrettanto interessante è l’utilizzo della formula “stare + gerundio” per indicare piani e programmi futuri anziché un’azione in corso di svolgimento, come vorrebbe la grammatica italiana.

Un esempio emblematico di queste affascinanti distorsioni sta nella frase:

La prossima settimana mio papà mi sta salendo la macchina a Roma

Con la presenza anche del complemento di termine “mi” a conclusione del tutto.

Tra i prodotti tipici salentini, oltre a friselle, taralli ed intramontabili pasticciotti, di sicuro non manca un generoso quantitativo di sintassi personalizzata e irriverente, condita con un accento del tutto riconoscibile ed un lessico ricco di forme tradizionali.
Insomma, una genuina ricetta di salentinità anche nella lingua.
Amo questa terra sempre di più.

La cultura vera è cu sai capire
Ci tene veramente besegnu ci ete lu chiu debole
Me la difendu, stritta e forte cullu core
Quista e’ la poesia ca crea sta terra cull’amore.
Quiddra ca muti, tenenu modu te sentire
Grazie a ci la porta in giru oci a quai la po saggiare.

Tutte le strade portano a Roma

Le strade del signore sono infinite. Ma non crediate che a Roma sia tanto diverso.
Sono 24 anni che vivo in questa città e ancora ci sono strade che non ho mai percorso, quartieri che non ho mai frequentato e zone che non ho mai conosciuto.
Sarà che ognuno costruisce la propria vita intorno alle sue esigenze, alla sua famiglia, alle amicizie, al lavoro e, al di là delle aree più o meno rinomate per lo shopping, il passeggio, i locali notturni, non sempre si ha occasione di familiarizzare con parti di città con cui non si coltivano legami.
Il risultato è stato che ieri, quando il navigatore mi ha condotto attraverso alcune strade per me ignote, mi sono stupita di quanto Roma possa essere diversa nel raggio di qualche chilometro. Innumerevoli sono i volti di questa città, molteplici le manifestazioni, incredibile anche la folla umana che popola zone così differenti e che le riflette indubbiamente nel modo di vivere quotidiano, nel modo di camminare sui marciapiedi, nel modo di guidare credendosi i padroni del regno, nel modo di conversare animatamente con il proprio vicino di passeggio. Nel modo di parcheggiare o posteggiare in doppia fila! Davvero cose dell'altro mondo. E le previsioni del tempo? Completamente sballate da zona a zona.
"Ma qui da me non è piovuto", una tipica frase che può essere estrapolata da una conversazione tra due romani qualunque.
Gli eterni stereotipi di Roma nord e Roma sud, gli imbattibili 80 km di GRA, che in altre località d'Italia corrispondono alla distanza tra due province.
Il lido di Roma, Ostia, per fare in modo che la capitale affacci sul mare ("Mamma, ma Roma è bagnata dal mare?" Vi sfido a rispondere ad una domanda simile), sebbene Ostia sia quasi una cittadina a sé per le sue vaste dimensioni.
Eppure siamo sempre qui, siamo sempre a Roma. Capitale e capitana. Città eterna e caput mundi.
In fondo "tutte le strade portano a Roma", così si dice? Ma Roma stessa porta ad infinite strade, al suo interno e fuori di essa, strade tutte da scoprire.
Roma, città dai mille universi. Direi che è il luogo che fa effettivamente al caso mio.

Pensieri 

Pensieri come lampi
Si susseguono come i flash impazziti 
Di fotografie sconosciute. 

Pensieri come lampi 
Sfrecciano come le luci della città 
Che da un treno in corsa sembrano interminabili scie luminose. 

Pensieri come lampi 
Inghiottiti nella notte
Spade laser smarrite da un guerriero di chissà quale stella. 

Pensieri come lampi 
Si tuffano nel vuoto 
Barlumi accecanti nel denso dell’oscurità. 

Pensieri come lampi 
Comete indecifrabili, remote ed intoccabili 
Attraversano veloci
Il buco nero dei ricordi. 

Pensieri come lampi. 
Taglienti e inaspettati 
Fugaci e disordinati. 

Una tempesta nella mente. 
Pensieri. 

Diario di viaggio: Bruxelles – Day III

Il nostro ultimo giorno a Bruxelles inizia con un giro a piedi nel quartiere Les Marolles, la cui caratteristica peculiare sta nei murales che di tanto in tanto spuntano su una parete, immagini fumettistiche che colorano qualche muro spento. In salita, raggiungiamo il Palazzo di Giustizia passando per piazza Jeau De Balle, luogo di mercato durante il mattino. Più avanti, giungiamo nella zona del Palazzo Reale fronteggiato dal Parc de Bruxelles che decidiamo di percorrere al suo interno per rinfrescarci con un po’ d’ombra.
Dopo la visita al Parlamentarium che, se non fosse per il fatto che lavorando negli uffici del Parlamento ho già familiarità con molte caratteristiche dell’istituzione, è davvero ben fatto, divertente e coinvolgente, aggiornato e curato, per sensibilizzare i visitatori sul ruolo e il funzionamento dell’Unione Europea.

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Prima di dedicarci al pranzo in Place du Jourdan, diamo un’occhiata al Parc du Cinquantenaire che, stando alla cartina, sembra uno dei maggiori di Bruxelles.
Lo spuntino consiste in una serie di fritti che prima o poi avremo dovuto provare e che scopriamo in effetti per la prima volta: crocchette di formaggio, polpettine deliziose e speziate, spiedini di pollo fritto e salsiccione di würstel, anch’esso fritto ovviamente. Il tutto innaffiato da una bionda che, come tutte le birre in Belgio, costa meno di una bottiglietta d’acqua.
Sotto il sole caldo del primo pomeriggio abbiamo la non troppo fortunata idea di camminare per il quartiere Ixelles-Elsene che ha tutta l’aria di essere l’area ricca e residenziale di Bruxelles, sviluppata in salita e caratterizzata da palazzine eleganti e signorili, giardini curati e macchine di lusso.
Nel tardo pomeriggio, dopo una ulteriore passeggiata per Avenue Louise, la nostra visita prosegue al centro di Bruxelles, per rivedere i luoghi più noti ed assaggiare i tanto famosi – a ragione! – waffel, che sono una goduria pazzesca. C’è chi va per birra e patatine, e chi, come me da vera golosa quale sono, per i waffel e il cioccolato! In entrambi i casi, comunque, vale la pena visitare questa città.
Una vera delusione è tuttavia il Manneken Pis che simboleggia l’indipendenza di spirito degli abitanti di Bruxelles (o il coraggio in battaglia? … Esistono varie versioni) e raffigura un bambino che sta urinando. Si tratta, in poche parole, di una statuetta alta qualche centimetro ubicata all’incrocio di vie affollate da turisti e con alle spalle la parete di un edificio in rifacimento. Insomma, una finta e ridicola attrazione che solo i Paesi fuori dall’Italia hanno l’abilità di valorizzare: tanto di capello per questo, visto che noi non sappiamo proprio cosa significhi dare valore all’immenso patrimonio artistico-storico-culturale di cui disponiamo. Ma questa è un’altra storia…

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Ci imbattiamo nel Bru Jazz Festival con il suo palco nella Gran Place, la quale è ancora più gremita del solito ed è allestita con tavolini e stand di… indovinate? Birra e patatine. Ci concediamo quindi un aperitivo prima di addentrarci nelle vie limitrofe alla piazza e trovare un locale per la cena. Camminiamo per Rue des Bouchers, una zona similtrasteverina e quindi caratteristica per il suo folklore, e ci fermiamo poi da Chez Leon, per provare l’abbinamento tipico della città: cozze e patatine (già, di nuovo!) in un palazzo di più piani adibito a ristorante, dove i tavoli si trovano anche sulle rampe di scale, sui balconi interni e per i corridori, in un labirinto costruito su diversi livelli.
Place Royale il Mont des Arts sono le ultime tappe della nostra tre-giorni in Belgio, un tempo ideale per visitare la sua capitale e le due cittadine di Bruges e Gand nella regione delle Fiandre.

Il bilancio finale è più che positivo: un tempo favoloso, con temperature ben sopra la media di quei posti, e luoghi molto diversi dai nostri in termini di stile urbano e architetture, standard di pulizia e civiltà, sicurezza e cosmopolitismo. Le culture che popolano interi quartieri di Bruxelles sono impressionanti e si direbbe, senza sbagliare, che si tratta di una città multietnica. Ma i nostri occhi di ingenui viaggiatori non hanno visto tutta l’integrazione che si potrebbe e si vorrebbe immaginare, bensì tante situazioni di “voluta” ghettizzazione e separazione. Del resto conoscere posti nuovi serve anche a questo: più si viaggia più ci rende conto di non essere affatto i padroni del mondo, ma piuttosto dei suoi semplici ospiti.

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