Segni particolari 

Parlo. Parlo interrottamente. Mi fa questo effetto quando mi sento a mio agio con una persona. Controindicazione pericolosa. 

Finché mi interrompe. 

“Veronica, ma tu scrivi?”

Io, paralizzata. Ma piacevolmente sorpresa. 

“Cioè, vedo che sei pubblicista, ma scrivi anche per conto tuo?”

Mi si apre il cuore. 

“Lo sento da come parli, da come usi le parole. Hai molta proprietà di linguaggio, sei… pertinente” 

Io, imbarazzata al massimo. 

Penso che nessuno mi abbia mai fatto un complimento migliore. 

Libri in Metro #53

Nuovi tragitti e nuovi percorsi in questa mia estate romana. Ma i lettori sono sempre lì, puntuali su ogni treno, autobus o metro che sia…

Le affinità elettive [ROMA]

Sulla linea Roma-Viterbo, in direzione piazzale Flaminio, è una delle poche volte che trovo posto a sedere. Di fronte a me (Continua a leggere…)

Ho visto un luogo che voi umani…

Non è possibile.

Ogni volta che lavoro su questa città, ne rimango stregata, pericolosamente attratta. Un magnete, una calamita dalla quale non riesco a separarmi. Sento un attaccamento morboso, quasi fossi gelosa della gente che cammina tra le sue strade e che respira la sua atmosfera, così sospesa, silente, ipnotica..

Ogni volta che si tratta di verificare il posizionamento di una struttura sulla mappa di Booking.com e ogni volta che questa struttura si trova a Matera, per me è la fine. Non posso fare a meno di passare dalla modalità “Maps” alla modalità “Street” e tuffarmi nell’esplorazione di vie e vicoli che in parte conosco, in parte mi sono ignoti. È così tremendamente affascinante: mi lancio alla scoperta impazzita di questo paradiso perduto, decadente, color sabbia. E mi perdo tra la fragilità del paesaggio che da un momento all’altro sembra poter svanire, essere spazzato via da una folata di vento, esattamente come le dune del deserto che si trasformano in minuscoli granelli in volo nel cielo.

Ogni volta che mi addentro nei Sassi di Matera non possono fare a meno di ricordare i nostri passi per quelle strade, impronte lasciate in una città di polvere e deserto, rumore prodotto nel silenzio assordante di un Canyon che lo fa risuonare.

Non avrei mai immaginato che un luogo potesse causarmi una simile reazione o indurre un simile effetto nel mio animo. Perché non è nostalgia, ma un legame più forte, un attaccamento più intimo che mi farebbe sentir male se venisse a mancare.
Una città che, come dissi la prima volta che la conobbi, non mi è solo rimasta nel cuore, ma mi si è attaccata alla pelle e mi fa venire i brividi se la guardo cristallizzata in una fotografia. E l’immobilità che un’immagine può trasmettere non è nemmeno lontanamente vicina a quella si avverte mentre si è circondati dall’inquietante mutismo dei Sassi.

Mi manca. Mi manca quel fascino decadente, il suo incanto della rovina e la sua storia di lunghi anni di abbandono. Mi manca la magia, il sentirsi dimenticato dal mondo. Perché non è una città di questo mondo: è sicuramente su un altro, lontanissimo pianeta…

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Verso l’alto, verso il cielo 

In occasione di passeggiate che facevamo insieme, quando ero piccola, mia madre mi incoraggiava sempre a guardare avanti, cosa che si sentiva di sottolineare perché immancabilmente mi vedeva tenere lo sguardo a terra. Adesso la situazione non è cambiata molto, ma una grande differenza sicuramente c’è. Anziché guardare a terra, rivolgo gli occhi verso l’alto.

Mi è sempre piaciuto capire e percepire l’altezza degli edifici intorno a me e rendermi conto dell’aspetto generale del quartiere tra le cui strade cammino. Così sembro un po’ svagata e rischio di farmi mettere sot… Ovviamente no, quando attraverso le guardo le macchine, ma quando sono sul marciapiede sinceramente no. Anche perché da qualche mese cammino per una Prati deserta, visto che ho imparato ad evitare via Ottaviano, gremita di turisti e pellegrini, oltre che di guide turistiche e venditori ambulanti, e scegliere delle stradine interne per recarmi in ufficio. Certo, deserte proprio no, però via Cola di Rienzo non vive ancora il viavai dello shopping ed i negozi sono in fase di apertura, sebbene i bar siano già attivi da un pezzo. E trovo qualcuno che si pulisce con la scopa lo zerbino davanti all’ingresso o getta secchiate d’acqua sul marciapiede, come farebbe una vera pescheria.

Poi c’è il mercato, un ambiente che non ho mai molto amato perché non mi fa sentire a mio agio. Girare tra banchi di commercianti urlanti che ti vogliono spacciare l’ultimo melone loro rimasto come l’offerta del secolo o il prodotto più gustoso di tutta l’estate… non è esattamente il mio forte. Tuttavia questo mercato coperto ha un non so che di accogliente, per non parlare dei profumi di panetteria che sprigiona e che aspiro avidamente, per conservarli fino all’ufficio.

Ed infine i palazzi, i palazzi che sono tutti squadrati, pochi balconi, principalmente finestre, ma con degli attici assolutamente invidiabili. Alcuni riportano delle targhe, si tratta di edifici per lo più storici, non saprei dire a quale epoca risalgano – dovrei informarmi o chiedere a mio fratello geometra – e sono eleganti, così raffinati. Mi piacciono gli ingressi tramite questi portoni molto ampi, in legno, che si aprono su dei cortili interni che un giorno o l’altro mi deciderò a visitare.

Ci sono a Roma sicuramente quartieri più interessanti dal punto di vista architettonico, ma credo che inizierò ad affezionarmi a questo, decisamente. Questo quartiere così silenzioso al mattino quanto indaffarato a pranzo, vivace nel pomeriggio e di nuovo spento la sera. Questo quartiere nascosto dagli alti palazzi ed apparentemente freddo, distaccato, eppure a pochi passi dall’edificio che secondo me non ha alcun rivale nel mondo. Maestoso, regale: mi incute un certo timore, confesso, ogni volta che oso guardarlo, attraversando Via della Conciliazione.

Poi qualcuno mi spiegherà come si fa, in questi casi, a non guardare verso l’alto ed elevarsi interamente al cielo.

La ragazza con le cuffie alle orecchie e l’uomo che ha aperto il finestrino. 

Oggi mi sono sentita in imbarazzo. Tremendamente in imbarazzo. Senza mezze misure.

Sono sull’autobus, tale 23, che tra l’altro non prenderò mai più, nonostante sia una delle linee storiche di Roma (o forse proprio per questo), e sto in piedi, appoggiata al corrimano.
C’è gente e ad ogni fermata la vettura si popola sempre di più: tanti salgono, pochi scendono. Ecco che noi passeggeri ci ritroviamo ad una distanza ravvicinata l’uno con l’altro ed iniziamo ad accusare l’aria sudata e maleodorante del bus. Io personalmente sento anche molto caldo. Mi guardo intorno e noto che non tutti i finestrini sono aperti, dunque mi rivolgo ad una ragazza davanti a me, peraltro anche molto carina, con un outfit niente male, ma con un paio di dannate cuffie nelle orecchie. Inutile dire che al mio “signorina, scusi…” non si gira minimamente. Riprovo a voce un po’ più alta, esordisco nello stesso stile, adesso anche gli altri passeggeri sentono e, di fronte alla sua totale e ripetuta indifferenza, si diffonde una ilarità generalizzata. Qualcuno fa spallucce, altri indicano il finestrino e fanno cenno di essere d’accordo con me, ma al momento nessuno si fa avanti per far entrare una boccata d’aria fresca. D’altronde è la signorina in cuffia la più vicina e comoda rispetto al famoso finestrino serrato, dunque dovrebbe essere lei a darmi retta.
Ad ogni modo mi rassegno, ma non ho ancora idea del tempo infinito che avremo passato intrappolati nell’autobus e nel traffico di Lungotevere.
Quando il caldo diventa sempre più insostenibile e l’aria ancora più puzzolente, riparto all’attacco. Stavolta evito il “signorina” e proferisco solo uno “scusi” con voce più decisa della volta precedente. Sapete come ha reagito? Ecco, bravi, avete indovinato. Intanto si diffonde un’eco del tipo “è fuori dal mondo” o “è troppo isolata con queste cuffie” giacché la causa del finestrino serrato è diventata di interesse pubblico. Non demordo, mi avvicino alla ragazza e le do un colpetto discreto sulla spalla per richiamare la sua attenzione. Avrà pensato che fosse un semplice scombussolamento dato dal movimento dell’autobus – non ne ho idea – ma niente, nessuna reazione nemmeno dietro sollecitazione fisica.
Mi arrendo, mi metto l’anima in pace.
Devo aver manifestato una sensazione di tale sconfitta sul volto che un uomo accanto alla famosa ragazza in cuffie mi guarda e mi sorride. Si fa avanti verso il finestrino, ovviamente non tanto facilmente raggiungibile dalla sua posizione, si butta su un lato e trascina il finestrino della vettura verso destra affinché si apra.

Ha due moncherini al posto delle braccia.

Not that mad

You see?
It’s me
Talking to you
Looking for you

It’s me
You see?
Looking for you
Talking to you

What could have been done?
What should have been done?

It’s not all my fault
It’s not what I meant

What would you have done?
What would you have said?

The wound hurts a lot
It causes me pain

It’s not all my fault
I’m trapped in a chain

That thing you’ve heard
It’s not what I said
It’s not what I meant
I’m not all that mad.

My Weekly Brief 

Fine settimana- Extreme: sotto un sole che ho sempre considerato mio alleato, mi sono scottata, bruciata e tagliata… Neanche fossi una bistecca!

Lunedì – Addiction: forse perché provata fisicamente dai giorni precedenti… Ho preso quattro caffè, superando di gran lunga la mia media giornaliera di 1/2!

Martedì – Side effects: arzilla come un grillo già di prima mattina… Chissà com’è!

Mercoledì – Professional : meeting one-to-one con la team leader per fare il punto della situazione… Ottima impressione e soddisfazione reciproca!

Giovedì – Adventure: Black out di prima mattina a Roma Termini. Panico in stazione, quasi imprigionati sotto terra. Ho preso l’autobus e fortunatamente sono arrivata in orario…

Venerdì – Sunny & Funny: Tragitto senza traumi per arrivare in ufficio, cornettone al cioccolato di Castroni a metà mattina (gustosamente deleterio per il pranzo), sole caldo in pausa (scottatura ben coperta) e… Villa Pamphili uno spettacolo!

…next week? Next brief:)

 

Content… iness

Volevo scrivere.
E scrivo.
Con il computer. Con la tastiera. Scrivo anche a mano, se serve.
Scrivo per internet. Per il web. Per il sito. Per il portale. Per la pagina pubblica. Per il FE (Front End, diciamo da noi).
Scrivo email. Scrivo note. Comunicazioni, richieste, risposte, testi, descrizioni (brochure, diciamo da noi).
Scrivo in italiano. Scrivo in inglese. Ho scritto anche in tedesco un paio di volte.
Scrivo seduta. Scrivo in piedi (abbiamo la scrivania regolabile, da noi).
Scrivo di hotel, alberghi, b&b, affittacamere, case vacanze, ville, appartamenti, resort, agriturismi, country house. Scrivo per proprietà, strutture ricettive, attività turistiche.
Scrivo perché mi occupo di contenuti, di testi, di editing.

Scrivo per Booking.com. Da metà maggio sono Content Specialist & Content Coordinator qui.
Non scrivo più così spesso per il blog. Da sempre sono Scrutatrice di Universi sul mio blog.

 

Il Giardino Giapponese a Roma

La visita al Giardino Giapponese presso l’Istituto Giapponese di Cultura non è certo tra le più entusiasmanti che si possano fare a Roma. Tuttavia, il fatto che sia gratuita e disponibile solo in determinati periodi dell’anno contribuisce a creare una lista d’attesa notevole ed una fila di prenotazioni telefoniche che arrivano sino al mese precedente.Interessante la spiegazione al giardino e le parole spese per descrivere la concezione sulla quale si fonda. Il giardino in sé per sé è carino, ma niente di eccezionale.

Acqua, rocce e vegetazione si alternano armoniosamente e tutto ha l’aria di essere totalmente spontaneo. Il giardino giapponese, che raramente sarà un giardino con fiori, è espressione di una natura senza vincoli e controlli da parte dell’uomo. Ciò si deve ad una diversa visione della realtà che distanzia la cultura giapponese da quella italiana, nello specifico.

La spiegazione della guida, che forse è la parte che merita di più di tutta la visita, delinea i tratti più comuni di tutti i giardini all’italiana, menzionando nella Reggia di Caserta l’esempio principe. Secondo la nostra cultura, l’uomo è colui che governa la natura, la governa e la controlla, disponendo dunque di un punto di vista privilegiato per la sua osservazione. Basti pensare alle mirabili prospettive che arbusti e siepi rigorosamente tagliate creano lungo i verdi corridoi dei giardini. Basti pensare a come i giardini spesso compongano disegni geometrici e simmetrici se visti da una certa prospettiva, spesso dall’alto o dall’entrata stessa del parco. Adornati di fontane, i giardini italiani rappresentano una natura che si è piegata agli artefici umani e che svolge sicuramente funzioni di diletto ed appagamento visivo.

In Giappone, ma anche nel resto del mondo in realtà, non esiste una natura simmetrica. Se le proporzioni e le simmetrie esistono, non sono certo una peculiarità della natura. Ecco che i giardini giapponesi, non i giardini zen ma quelli definiti  Nihon teien (日本 庭园), presentano una vegetazione rigogliosa, incontaminata, spontanea, con la quale l’uomo non cerca il dominio, bensì armonia ed equilibrio. Non v’è traccia di imposizioni umane o vincoli puramente edonistici cui la natura è servita. La natura prende il sopravvento ed è l’unico elemento veramente dominante.
L’uomo interviene nel portare l’acqua nei giardini, acqua  che effettivamente non sembra mancare mai. Le rocce sono anch’esse presenti di frequente, in quanto rimandano alla divinità. La fede scintoista giapponese è legata all’animismo e dunque alla convinzione che la divinità possa prender forma in qualsiasi essere, anche inanimato. Per questo i giapponesi credono che persino le montagne possano essere un simbolo divino e per questo motivo le rocce rivestono una tale importanza. Che siano isole adagiate in mezzo all’acqua o sistemate in posizione eretta a rappresentare una montagna, o ancora disposte a ricordare un guado naturale, direi che personalmente sono la parte che ho amato di più del giardino..

Non resta ora altro da fare che programmare una visita più estensiva a giardini autoctoni nel loro luogo di provenienza…😉

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Essere amati.

Spesso ci accontentiamo di essere amati.
Senza aspirare a nulla di meglio.

Ma cosa c’è di meglio, in fondo?
Cosa si potrebbe desiderare di più se non stare accanto alla persona per la quale non esiste altro al mondo al di fuori di te?
A cosa si può ambire?

Ad amare. Amare a nostra volta.
Amare l’altro, gli altri ed amare sé stessi.

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