Principe Libero [Luca Facchini]

Ho anticipato qui che la settimana scorsa ho assistito alla prima di Principe Libero, film documentario su Fabrizio De Andrè, proiettata al multisala Barberini di Roma e in onda sulla rete Rai nel prossimo mese.

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Il mio rapporto con De Andrè inizia davvero da quando sono bambina, e da quando mia madre mi faceva ascoltare il suo album con la PFM durante ogni viaggio in macchina. È chiaro che nella mia giovane età mi sono persa un sacco di cose e moltissimi significati trasmessi dalle sue canzoni, ma senza dubbio, in tutti questi anni, non mi sono mai levata dalla testa le sonorità di Bocca di Rosa, il Pescatore, la Guerra di Piero, Andrea, Volta la Carta.
Con il tempo ho poi iniziato ad apprezzare più a fondo il cantautore ed il suo genio a dir poco poetico nella scelta delle parole e nelle meravigliose rime costruite con queste. E mi sono avvicinata a La canzone dell’amore perduto, Susanna, La canzone di Marinella, La città vecchia, Dolcenera.

Il film biografico ripercorre la vita del grande cantautore, dalla sua giovinezza avventurosa vissuta al contempo tra i vicoli di Genova e gli appartamenti sfarzosi dei circoli altolocati (che frequentava, di riflesso, per la sua famiglia ed il fratello avvocato), passando per la sua maturità artistica ed il matrimonio con la prima moglie (dalla quale riceve il figlio Cristiano), fino ad arrivare al periodo sardo, trascorso insieme alla seconda moglie Dori Ghezzi e la figlia Luvi in una villa rurale immersa nella campagna della Gallura.
La durata notevole del documentario, 200 minuti, permette di coprire con accurata precisione e prezioso approfondimento quasi 40 anni di vita di De Andrè e si presta molto agli schermi televisivi e ad una programmazione in due episodi. Vederlo interamente al cinema, in un’unica serata, per quanto la sala del Barberini fosse assolutamente accogliente, è stato a lungo andare un tantino faticoso.

Ma la passione che mi ha lasciato quel film, appena uscita dalla sala e non solo, anche nei giorni successivi, poche pellicole sono riuscite a farlo. Come ho sostenuto più volte, certe manifestazioni d’arte, al pari di uno spettacolo a teatro o un concerto, per non parlare di un viaggio o di una esperienza gastronomica, ti si appiccicano addosso e ti rimbombano nel cuore, negli occhi e nelle orecchie per diverso tempo, diventando in qualche modo un pezzo di te.
E hai voglia di approfondire, di scoprire ancora di più, di essere nuovamente cullato dalla bellezza percepita e sperimentata, ravvivandola nella memoria e nelle emozioni.
Fino ad oggi, i versi, le note, le sonorità di Faber (soprannome attribuitogli dal suo storico amico Paolo Villaggio, in onore dei colori pastello che il cantautore amava) non mi hanno mai lasciata sola, merito anche di un interprete, e di interpreti, che hanno saputo onorare magnificamente un artista del suo calibro.

Luca Marinelli è un mostro sacro dello schermo. A fronte di uno studio e di una analisi, suppongo molto approfondita, del personaggio De Andrè, Marinelli lo calza a pennello negli atteggiamenti, nella postura, nei gesti e nelle movenze, ma anche nell’incarnazione del suo spirito, così irriverente, ribelle ed anarchico, spesso tormentato e tenebroso. Inquieto e a tratti schivo, nella vita e sul palco, durante le sue esibizioni introspettive e di fronte ad un pubblico davanti al quale non amava apparire.
La sigaretta, il bicchiere pieno di alcool e la chitarra, i migliori compagni nella sua estasi creativa, nei suoi momenti di pura genialità e di massima espressione poetica, sono tratteggiati con una delicatezza magistrale nel film, inquadrati con cura e ricercatezza, quasi a diventare parte integranti, appendici e componenti essenziali del personaggio.

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Lavora bene tutto il resto del cast, che interpreta le figure più significative che hanno gravitato intorno a De Andrè.
Lavora bene la città di Genova con i quartieri della città vecchia, i belvedere, gli ambienti borghesi (quanta insofferenza per questo mondo covava Fabrizio!), le bettole ed i banconi dei bar, le vie frequentate da prostituite ed infine il porto ed il mare, cuore pulsante del capoluogo ligure ed elemento cui De Andrè era profondamente legato.
Una relazione viscerale emerge anche con la campagna, il mondo rurale, il bestiame e la terra sarda, protagonista di moltissimi suoi pezzi, tra cui Hotel Supramonte, concepita durante il rapimento di 4 mesi da parte di un gruppo di dodici briganti (così si legge sulle cronache dell’epoca, il film riduce il numero a due).

Insomma, è vero che a mio avviso le biografie sono sempre interessanti e piacevoli da conoscere, ma questo film in particolare si fa espressione di un genio artistico di cui esplora le mutevoli sfaccettature – cosa non facile – ed i tenebrosi tratti della personalità.
Uomo, marito, padre, artista nato e quasi immediatamente riconosciuto. Cantautore, poeta, impressionista della musica e pittore delle parole. Talentuoso con la chitarra, impeccabile nelle rime, meno integro nei suoi vizi smodati di consumo di fumo e di alcol.
Ma d’altronde, si sa, essere dannati non vuol dire necessariamente essere brillanti, ma per esprimere pienamente il genio, ritengo che una mente sana debba necessariamente lasciar spazio a una qualche forma di perversione. Si parla o no di artisti e poeti maledetti? Ecco, De Andrè, secondo me e a suo modo, lo era.

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9 risposte a "Principe Libero [Luca Facchini]"

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  1. Mia madre sostiene che ascoltassi De Andrè già nella pancia… questo la dice lunga su tante cose, a cominciare dalla psicologia del feto, dagli stimoli che riceviamo prima della nascita, le emozioni che incameriamo… Sta di fatto che questa rivelazione mi ha esaltata ancora di più, segnale di un legame innato ed ancestrale con la sua musica.

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