Pensieri 

Pensieri come lampi
Si susseguono come i flash impazziti 
Di fotografie sconosciute. 

Pensieri come lampi 
Sfrecciano come le luci della città 
Che da un treno in corsa sembrano interminabili scie luminose. 

Pensieri come lampi 
Inghiottiti nella notte
Spade laser smarrite da un guerriero di chissà quale stella. 

Pensieri come lampi 
Si tuffano nel vuoto 
Barlumi accecanti nel denso dell’oscurità. 

Pensieri come lampi 
Comete indecifrabili, remote ed intoccabili 
Attraversano veloci
Il buco nero dei ricordi. 

Pensieri come lampi. 
Taglienti e inaspettati 
Fugaci e disordinati. 

Una tempesta nella mente. 
Pensieri. 

Quando c’è l’alta stagione, me ne esco con queste dichiarazioni d’amore

Quando c’è l’alta stagione
Corri prendi e vai 
Non ti fermi mai 

Anche 12 ore al giorno sei capace di lavorare 
Compensi con tutti gli altri mesi in cui comunque non ti faccio oziare

Quanti cancelli aperti e chiusi dallo scultore 
Quanti viaggi di andata e ritorno verso quella destinazione 
E quante volte hai caricato da solo la macchina, con tutto il tuo ardore? 

Alle mie ansie e agitazioni ormai sei abituato 
E qualche volta – ahimè – ne vieni anche contagiato 
Allora sono io a cercare di calmarti 
Ma quando sei sotto evento, la tensione è troppo alta, ed è difficile tranquillizzarti 

Devo dire che di progressi ne abbiamo comunque fatti 
Più eleganti e organizzati, anche se continuiamo a correre come matti 

Per questo lavoro ci vuole coraggio, 
specialmente quando, a voler fare i conti precisi, hai quasi un evento al giorno nel mese di maggio 

Ricordi quando a capodanno,
A seguito di un grosso e per fortuna sventato danno, 
Abbiamo pensato: lasciamo perdere, chiudiamola così, trasferiamoci e fuggiamo lì… 

Invece eccoci ancora qui, 
Con più comunioni di quelle che ha normalmente un sacerdote 
Perché la tua è dopotutto una dote: credere in te e puntare su… me! 

Aaaah, oltre ad agitarmi so anche scherzare, 
E alla fine di tutto questo vorrei invece sottolineare la fiducia e l’orgoglio che provo per il mio uomo, l’uomo che in alta stagione dorme, sì e no, poche ore, l’uomo che non mi fa mai mancare niente, e nonostante questo mi permetto talvolta di essere pure impertinente…

Scrivo queste parole sotto il sole del nostro giardino 
Mentre ti immagino a sistemare ogni singolo fantasmino 

Vedrai che tutto andrà come deve andare 
D’altronde anche un simile grosso impegno 
Serve sempre per maturare e migliorare 

Ci vediamo stasera 
Di nuovo dal nostro amico scultore 
Mi auguro che avrai qualche minuto per leggere 
Questa insolita e buffa dichiarazione d’amore! 

La stagione che si aspetta, primavera prediletta. 

Mi pare veramente difficile riuscire a condividere i versi di Loretta Goggi che diversi anni fa cantava: “Che fretta c’era? Maledetta primavera!“, giacché la primavera è a mio avviso la stagione più piacevole dell’anno. Premetto che non conosco la prosecuzione della canzone, essendo più familiare, tramite il canale Armando, con la versione adattata al tifo giallorosso.

Ciò non toglie che la primavera sia effettivamente la mia stagione preferita. E non perché c’è la Pasqua, ergo taaaaanta cioccolata, o il mio compleanno, ma piuttosto perché il passaggio all’ora legale è per me un evento di cruciale significato e rilevanza. Vuol dire uscire dall’ufficio con la luce ancora piena, vuol dire essere accompagnati dal sole per tutto il tragitto di ritorno a casa, vuol dire riemergere dai vagoni della metropolitana prima che il buio dei sotterranei invada anche il resto del mondo. Significa respirare giornate d’estate, significa spogliarsi di mille vestiti e viaggiare più liberi, sia di corpo che di spirito. Significa essere circondati da odori e profumi, venire inebriati da fiori e giardini in rigoglio, e scacciare la fretta tutta metropolitana di rincasare tra le mura domestiche, caldo riparo durante l’inverno.

Per me la primavera corrisponde a tante cose, prima fra tutte ad un approccio sereno e spensierato al quotidiano, ad un confronto positivo con giornate più lunghe, sensuali e promettenti. O almeno è il modo in cui me le figuro io. E si sa, la vita è tutta questione di come vogliamo vederla.

Con quanta trepidazione tutto l’anno ti si aspetta, mia dolce primavera benedetta!

Albicocchi in fiore, Vincent Van Gogh

P. S. Debbo certamente riconoscere alla Goggi i meriti per aver composto un’intera canzone: io al primo verso mi fermo 😉

Non restano che macerie.

Arriva poi il momento in cui ogni tua convinzione inizia a vacillare.
E tutto ciò in cui avevi creduto, che avevi professato e difeso più volte a spada tratta diventa la tua angoscia più grande.
Basta andare indietro di qualche anno per rendersi conto di quanto diverso era lo scenario, di quanto diverse erano le parole che utilizzavi e le emozioni che ne trapelavano.
Che fine ha fatto tutto questo? Dove sei andata a sbattere la testa? E perché tutti questi ma, forse, se, tutti questi fastidiosi interrogativi?
Arriva il momento in cui ti accorgi di essere diventata grande. E insieme a te sono cresciute anche le ansie, le responsabilità, sono crollate le mura e le fondamenta di cemento sulle quali si costruivano i tuoi valori.
Poi ti domandi perché uno vorrebbe ritornare bambino. E’ perché la felicità raramente ci appartiene. La felicità, io credo, è affar loro.

Non è rimasto
Che qualche
Brandello di muro

G. Ungaretti, San Martino del Castro

Sillabe. 

Ogni volta che rileggo quel nome, mi ricordo come ti piaceva chiamarmi, durante le nostre conversazioni regolari e frequenti. Di poche parole, uno di noi specialmente.

Ogni volta che lo leggo mi fa tenerezza, mi sa di affetto, poco e male espresso in altri modi. Era spiritoso, a me piaceva, sebbene mi ricordasse… Non so più cosa.

Piccola e ingenua, così ero ai tuoi occhi. Matura, ma non troppo. Interessante e non insignificante.

Poi sono cresciuta. Adesso con una responsabilità sulle spalle e più di un impegno da portare avanti.

Ogni volta che leggo quel nome, è come premere un pulsante che accende la luce su qualche anno fa.

Sillabe di adolescenza.

Sillabe di purezza.

Sindromi. 

Il mio problema è che vado d’accordo con tutti, ma non sono amica di nessuno.

Miss selettiva, eccomi qua. Lo dice d’altronde anche Cattel, quel test psico-attitudinale che, dopo un’ora di tormenti tra questionari, domande, scale di valutazione sull’essere totalmente in accordo o totalmente in disaccordo e dopo la temibile correzione da parte di un team di psicologici professionisti, ti sforna una bella ecografia della tua personalità. Le cosiddette soft skills, insomma. In più, da bravo e puntiglioso radiologo, ti segnala anche la presenza di alcune sindromi.

Ebbene io, scontato a dirlo, soffro della sindrome del perfezionismo, risultante da una elevata autodisciplina combinata con una spiccata propensione alla selettività.

Dunque, mi fermo sui dettagli. Curo i dettagli. Rompo le scatole sulle imprecisioni. Mi infastidiscono le imperfezioni. Non tollero l’approssimazione e non mi piace la superficialità. Non sopporto la mediocrità.

La verità è che vado d’accordo con tutti, è vero. Ma lo faccio perché non voglio avere problemi con nessuno. Lo faccio perché non mi scontro con le personalità altrui, ma piuttosto tendo a subirle. Che io manchi di carattere dominante, questo è assodato. Che io conti i miei veri amici sulle dita di una mano, è anche questo chiaro.

Il problema non è questo. Il problema è che non dovrei andare d’accordo con tutti, perché significa non prendere posizione, non avere pensiero critico, non farsi delle proprie idee sui comportamenti altrui.

L’ho capito solo qualche giorno fa, quando andare d’accordo con tutti mi ha portato a non avere nessuno che volesse andare d’accordo con me.

Intermezzi.

È stato un colpo molto duro per me. 

Me lo ripeto, mi auto convinco in un autolesionismo inutile, mentre scendo le scale per raggiungere la metro A a Termini, trascinata da una folla di passeggeri che seguono il mio stesso percorso. È il 3 agosto, ma sembra un giorno come tutti gli altri. Se siano locali o turisti, non so dirlo. Non sento niente intorno me questa mattina.

È stata una ferita che il tempo ha saputo rimarginare, ma che ad andare a scavare rigetta fuori tutto il dolore. 

Sono turisti, non ci sono dubbi. Procedono ad una lentezza infinita e non puoi superarli perché si tengono per mano, si muovono a zig zag, senza sapere dove andare, impedendoti di salire sulla metro, di cui la prossima passerà dopo 10 minuti, viste le riduzioni delle corse per il mese di agosto.

Rileggo, durante il tragitto, pensieri e riflessioni che ho messo a suo tempo per iscritto. È la mia terapia. Ma anche autolesionismo, lo ripeto.

La metro inizia a svuotarsi a Barberini. Fortuna che c’è l’aria condizionata, altrimenti arrivare in ufficio con l’apiccicume addosso non è proprio il massimo.
Non so che giorno della settimana sia, cosa devo fare dopo il lavoro, cosa riuscirò a fare a lavoro. Mi sembra di iniziare una giornata pesantissima, quando invece è perfettamente uguale a tutte le altre.

Poi c’è il sogno, quel sogno maledetto… Diabolica testa! Che alimenta false speranze, pur sembrando così reali, che coinvolgono altre persone, giustificate dall’assoluta credibilità di tutta la scena.  Ma in effetti non ero del tutto felice in quel sogno, sentivo che qualcosa non andava, qualcuno stava tentando di illudermi…

Non trovo il badge, mentre salgo le scale. Di solito è sempre a portata di mano, il laccetto che vi è attaccato mi permette di scovarlo con facilità all’interno della borsa. Ho già la testa fusa, il cuore a mille, debbo calmarmi.

La porta si apre.

È una guerra questa? 

Continuo a dire che questa non è la realtà. Sembra di vivere in un film. 

Perché sì, certo, ogni morte è assolutamente agghiacciante. Ma io credo che la vecchiaia, la malattia, perfino un incidente stradale, siano cause in qualche modo più comprensibili di quello che sta accadendo adesso. 

Morire per un attacco terroristico è uno scenario da film della Cia, non può essere reale… Sono parole che suonano “finte” anche a me che le pronuncio. Finte nel senso di inconcepibili. 

Forse bisogna solo ammettere che siamo in guerra. Forse così tutto sembrerebbe più normale, legittimo e giustificato. In fondo io la guerra non l’ho mai vissuta. Ed in fondo la  guerra  dei  libri di scuola non è così diversa da quella di oggi. 

Verso l’alto, verso il cielo 

In occasione di passeggiate che facevamo insieme, quando ero piccola, mia madre mi incoraggiava sempre a guardare avanti, cosa che si sentiva di sottolineare perché immancabilmente mi vedeva tenere lo sguardo a terra. Adesso la situazione non è cambiata molto, ma una grande differenza sicuramente c’è. Anziché guardare a terra, rivolgo gli occhi verso l’alto.

Mi è sempre piaciuto capire e percepire l’altezza degli edifici intorno a me e rendermi conto dell’aspetto generale del quartiere tra le cui strade cammino. Così sembro un po’ svagata e rischio di farmi mettere sot… Ovviamente no, quando attraverso le guardo le macchine, ma quando sono sul marciapiede sinceramente no. Anche perché da qualche mese cammino per una Prati deserta, visto che ho imparato ad evitare via Ottaviano, gremita di turisti e pellegrini, oltre che di guide turistiche e venditori ambulanti, e scegliere delle stradine interne per recarmi in ufficio. Certo, deserte proprio no, però via Cola di Rienzo non vive ancora il viavai dello shopping ed i negozi sono in fase di apertura, sebbene i bar siano già attivi da un pezzo. E trovo qualcuno che si pulisce con la scopa lo zerbino davanti all’ingresso o getta secchiate d’acqua sul marciapiede, come farebbe una vera pescheria.

Poi c’è il mercato, un ambiente che non ho mai molto amato perché non mi fa sentire a mio agio. Girare tra banchi di commercianti urlanti che ti vogliono spacciare l’ultimo melone loro rimasto come l’offerta del secolo o il prodotto più gustoso di tutta l’estate… non è esattamente il mio forte. Tuttavia questo mercato coperto ha un non so che di accogliente, per non parlare dei profumi di panetteria che sprigiona e che aspiro avidamente, per conservarli fino all’ufficio.

Ed infine i palazzi, i palazzi che sono tutti squadrati, pochi balconi, principalmente finestre, ma con degli attici assolutamente invidiabili. Alcuni riportano delle targhe, si tratta di edifici per lo più storici, non saprei dire a quale epoca risalgano – dovrei informarmi o chiedere a mio fratello geometra – e sono eleganti, così raffinati. Mi piacciono gli ingressi tramite questi portoni molto ampi, in legno, che si aprono su dei cortili interni che un giorno o l’altro mi deciderò a visitare.

Ci sono a Roma sicuramente quartieri più interessanti dal punto di vista architettonico, ma credo che inizierò ad affezionarmi a questo, decisamente. Questo quartiere così silenzioso al mattino quanto indaffarato a pranzo, vivace nel pomeriggio e di nuovo spento la sera. Questo quartiere nascosto dagli alti palazzi ed apparentemente freddo, distaccato, eppure a pochi passi dall’edificio che secondo me non ha alcun rivale nel mondo. Maestoso, regale: mi incute un certo timore, confesso, ogni volta che oso guardarlo, attraversando Via della Conciliazione.

Poi qualcuno mi spiegherà come si fa, in questi casi, a non guardare verso l’alto ed elevarsi interamente al cielo.

Not that mad

You see?
It’s me
Talking to you
Looking for you

It’s me
You see?
Looking for you
Talking to you

What could have been done?
What should have been done?

It’s not all my fault
It’s not what I meant

What would you have done?
What would you have said?

The wound hurts a lot
It causes me pain

It’s not all my fault
I’m trapped in a chain

That thing you’ve heard
It’s not what I said
It’s not what I meant
I’m not all that mad.

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