Diario di viaggio: Salento e costa adriatica

La mia terza volta in Salento è stata dedicata, oltre all’esplorazione degli usi linguistici di questa parte di Puglia, alla scoperta della costa adriatica, che non ha smesso nemmeno una volta di darmi soddisfazioni.
C’è da dire che il vento – lu ientu, elemento fondamentale in terra salentina – è stato tutta la settimana a nostro favore e le temperature, di un caldo aggressivo, hanno permesso di farci godere un’acqua calda cristallina, in un mare che, complici gli splendidi colori, ha sempre avuto le sembianze di una piscina.
Le spiagge, le baie, le insenature e le calette nelle quali ci siamo fermati, tuffati e abbandonati come in un paradiso perduto, sono state:

  • Torre dell’Orso. Forse la località più rinomata della costa, affollata e presa d’assalto da turisti e famiglie di vacanzieri, è spettacolare nei colori e nei paesaggi. E’ chiaramente riconoscibile per la presenza delle Due Sorelle, ovvero due faraglioni che dominano la baia.
  • Roca e Grotta della Poesia. Si tratta di una “buca” dentro le rocce, una piscina naturale che si apre tra gli scogli e nella quale è usanza tuffarsi dal ciglio alto su per giù 5/6 metri. Sembra un’altezza innocua e fattibile, ma fidatevi che mentre la punta dei piedi è sospesa nel vuoto un leggero timore sale. Eccome se sale.
  • Sant’Andrea. Un’insenatura dai colori stupefacenti che ci lascia a bocca aperta e ci impone una sosta di dovere, seppur breve ed improvvisata, per un tuffo veloce in acque che rigenerano mente e spirito.
  • Otranto. Si pensa spesso – oppure noi romani siamo abituati a pensarlo – che le acque vicino ai porti e agli ingressi delle città siano meno pulite di altre. Ad Otranto queste convinzioni non esistono e farsi il bagno in un mare turchese mentre si staglia frontalmentek il panorama del castello, delle case, delle barche nel porticciolo è qualcosa di impagabile.
  • Porto Miggiano. Poco dopo Santa Cesarea Terme, prima di arrivare a Castro, si trova questa baia che doveva essere in passato nota solo ai locali, ma che ora ègl inevitabilmente scoperta e frequentata da molti turisti. Si raggiunge con una scalinata piuttosto lunga che corre lungo la scogliera tagliandola pericolosamente in altezza e regala un paradiso di colori e natura incontaminati.
  • Riserva delle Cesine. Una spiaggia che é un paradiso perduto, simile all’isola deserta dove naufraga Robin Crusoe, ancora non affollatissima e in certi punti quasi disabitata. Il mare che troviamo é calmo e cristallino, una piscina a cielo aperto.
  • San Foca. La parte di costa che segue la marina di Vernole e le Cesine non può che essere fenomenale: continua la sabbia anche se la spiaggia si restringe e si popola si lidi attrezzati, polo di aggregazione anche per la movida serale
  • Grotta della Zinzulusa. Verso Castro, nota come la “perla del Salento”, si trova questa grotta naturale, una tra molte, che può essere raggiunta anche a piedi mediante una serie di scalinate e camminamenti scavati nella roccia. Un tuffo in questo mare dal blu limpido e profondo é assolutamente d’obbligo.
  • Acquaviva. A differenza del resto della costa, l’acqua di questa splendida insenatura – quasi un fiordo – è di gran lunga più fredda, a causa di alcune sorgenti situate tra le rocce. Immergendosi o tuffandosi nelle profondità, si apprezza invece una temperatura più mite e piacevole. I colori dell’acqua sono a dir poco da togliere il fiato: si va dal verde all’azzurro, fino al turchese e al trasparente della riva.
  • Baia dei Turchi. Raggiungibile con un percorso a piedi di circa 15 minuti, abbastanza agevole anche con ombrellone, borse e zaini al seguito, la baia lascia a bocca aperta per la brillantezza dell’acqua che non delude mai. Romantica e accogliente anche per la notte di San Lorenzo: il cielo stellato e la luna, riflessi nel mare notturno, donano emozioni uniche.
  • Frassineto. L’ultimo giorno, sabato, è quello in cui il mare, complice la tramontana, inizia ad incresparsi. Ma i locali ci avevano avvertiti: “Se è tramontana, bisogna spostarsi sotto Otranto o sullo Jonio”. Abbiamo comunque voluto concludere la visita della costa adriatica, senza tradirla con la sua rivale jonica, a Frassineto, piccola spiaggia alternata a rocce che emergono già a riva. Il mare è pulito e trasparente anche con le onde.

Non può certo mancare una visita al centro storico e barocco di Lecce, che per me è stata una riscoperta notturna, momento del dì in cui i colori della pietra leccese si esaltano in tutto il loro caldo fascino. Piazza Duomo e Piazza Sant’Oronzo sono tappe d’obbligo, ma ammiriamo anche i resti del teatro e dell’anfiteatro romano, oggi palcoscenici di rappresentazioni teatrali, festival, concerti in una cornice dal sapore storico alla luce della luna.

Rimando ad Instagram  per le foto che documentano la visita e la degustazione presso la cantina Apollonio di Monteroni, cui abbiamo dedicato una piacevole mezza giornata insieme alla visita della tenuta Santi Dimitri a Galatina.

Tra i piatti assaggiati in una regione la cui offerta enogastronomica ci fa letteralmente impazzire, debbo per forza iniziare dal pasticciotto, un po’ perché sono una inguaribile golosa, un po’ perché è stato nostro alleato in tutte le colazioni.mattutine (ne ho comunque già parlato qui). Le pietanze di terra – degustate a La Casina del Grillo – si sono alternate a quelle di mare, spaziando dai pezzetti di cavallo, condimento anche dei maccheroncini, ciceri e tria e turcinieddhri, fino ad arrivare alla municeddha, al polpo in pignata e al gambero rosso di Gallipoli, passando per il cibo da strada come pittule, rustico leccese, pizzi, pucce e taralli.
Una bella cesta di pomodori appesi, origano e cacioricotta, oltre ad un carico generoso di vino, a scapito, quest’anno, dell’olio, sono i souvenir enogastronomici (quanto va di moda ormai questa parola…) che trasportiamo verso Roma, come ogni espatriato del Sud che si rispetti porta con sé i prodotti della sua terra nella sede che lo ospita nel resto del Belpaese. Belpaese che non sarà comunque mai come casa soa.

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Se nu te scierri mai delle radici ca tieni: riflessioni linguistiche in quel di Salento

Se nu te scierri mai delle radici ca tieni
Rispetti puru quiddre delli paisi lontani
Se nu te scierri mai de du ede ca ieni
Dai chiu valore alla cultura ca tieni!

L’uso transitivo dei verbi “salire” e “scendere” (in)/(ris)contrato di recente in terra salentina (che corrisponde alla provincia di Lecce e nient’altro – non vi azzardate ad annoverare Brindisi e dintorni, tra cui la famosa Ostuni, nell’Alto Salento, in quanto i salentini veri sono molto orgogliosi, oltre che territoriali, e potrebbero seriamente offendersi) …. ma dicevo, l’uso transitivo dei verbi “salire” e “scendere” è un fenomeno linguistico assai curioso e affascinante per una che ama riflettere sulla lingua e ha una deformazione personale nella conoscenza delle varietà dialettali della penisola.

E altrettanto interessante è l’utilizzo della formula “stare + gerundio” per indicare piani e programmi futuri anziché un’azione in corso di svolgimento, come vorrebbe la grammatica italiana.

Un esempio emblematico di queste affascinanti distorsioni sta nella frase:

La prossima settimana mio papà mi sta salendo la macchina a Roma

Con la presenza anche del complemento di termine “mi” a conclusione del tutto.

Tra i prodotti tipici salentini, oltre a friselle, taralli ed intramontabili pasticciotti, di sicuro non manca un generoso quantitativo di sintassi personalizzata e irriverente, condita con un accento del tutto riconoscibile ed un lessico ricco di forme tradizionali.
Insomma, una genuina ricetta di salentinità anche nella lingua.
Amo questa terra sempre di più.

La cultura vera è cu sai capire
Ci tene veramente besegnu ci ete lu chiu debole
Me la difendu, stritta e forte cullu core
Quista e’ la poesia ca crea sta terra cull’amore.
Quiddra ca muti, tenenu modu te sentire
Grazie a ci la porta in giru oci a quai la po saggiare.

Diario di viaggio: Bruxelles – Day III

Il nostro ultimo giorno a Bruxelles inizia con un giro a piedi nel quartiere Les Marolles, la cui caratteristica peculiare sta nei murales che di tanto in tanto spuntano su una parete, immagini fumettistiche che colorano qualche muro spento. In salita, raggiungiamo il Palazzo di Giustizia passando per piazza Jeau De Balle, luogo di mercato durante il mattino. Più avanti, giungiamo nella zona del Palazzo Reale fronteggiato dal Parc de Bruxelles che decidiamo di percorrere al suo interno per rinfrescarci con un po’ d’ombra.
Dopo la visita al Parlamentarium che, se non fosse per il fatto che lavorando negli uffici del Parlamento ho già familiarità con molte caratteristiche dell’istituzione, è davvero ben fatto, divertente e coinvolgente, aggiornato e curato, per sensibilizzare i visitatori sul ruolo e il funzionamento dell’Unione Europea.

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Prima di dedicarci al pranzo in Place du Jourdan, diamo un’occhiata al Parc du Cinquantenaire che, stando alla cartina, sembra uno dei maggiori di Bruxelles.
Lo spuntino consiste in una serie di fritti che prima o poi avremo dovuto provare e che scopriamo in effetti per la prima volta: crocchette di formaggio, polpettine deliziose e speziate, spiedini di pollo fritto e salsiccione di würstel, anch’esso fritto ovviamente. Il tutto innaffiato da una bionda che, come tutte le birre in Belgio, costa meno di una bottiglietta d’acqua.
Sotto il sole caldo del primo pomeriggio abbiamo la non troppo fortunata idea di camminare per il quartiere Ixelles-Elsene che ha tutta l’aria di essere l’area ricca e residenziale di Bruxelles, sviluppata in salita e caratterizzata da palazzine eleganti e signorili, giardini curati e macchine di lusso.
Nel tardo pomeriggio, dopo una ulteriore passeggiata per Avenue Louise, la nostra visita prosegue al centro di Bruxelles, per rivedere i luoghi più noti ed assaggiare i tanto famosi – a ragione! – waffel, che sono una goduria pazzesca. C’è chi va per birra e patatine, e chi, come me da vera golosa quale sono, per i waffel e il cioccolato! In entrambi i casi, comunque, vale la pena visitare questa città.
Una vera delusione è tuttavia il Manneken Pis che simboleggia l’indipendenza di spirito degli abitanti di Bruxelles (o il coraggio in battaglia? … Esistono varie versioni) e raffigura un bambino che sta urinando. Si tratta, in poche parole, di una statuetta alta qualche centimetro ubicata all’incrocio di vie affollate da turisti e con alle spalle la parete di un edificio in rifacimento. Insomma, una finta e ridicola attrazione che solo i Paesi fuori dall’Italia hanno l’abilità di valorizzare: tanto di capello per questo, visto che noi non sappiamo proprio cosa significhi dare valore all’immenso patrimonio artistico-storico-culturale di cui disponiamo. Ma questa è un’altra storia…

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Ci imbattiamo nel Bru Jazz Festival con il suo palco nella Gran Place, la quale è ancora più gremita del solito ed è allestita con tavolini e stand di… indovinate? Birra e patatine. Ci concediamo quindi un aperitivo prima di addentrarci nelle vie limitrofe alla piazza e trovare un locale per la cena. Camminiamo per Rue des Bouchers, una zona similtrasteverina e quindi caratteristica per il suo folklore, e ci fermiamo poi da Chez Leon, per provare l’abbinamento tipico della città: cozze e patatine (già, di nuovo!) in un palazzo di più piani adibito a ristorante, dove i tavoli si trovano anche sulle rampe di scale, sui balconi interni e per i corridori, in un labirinto costruito su diversi livelli.
Place Royale il Mont des Arts sono le ultime tappe della nostra tre-giorni in Belgio, un tempo ideale per visitare la sua capitale e le due cittadine di Bruges e Gand nella regione delle Fiandre.

Il bilancio finale è più che positivo: un tempo favoloso, con temperature ben sopra la media di quei posti, e luoghi molto diversi dai nostri in termini di stile urbano e architetture, standard di pulizia e civiltà, sicurezza e cosmopolitismo. Le culture che popolano interi quartieri di Bruxelles sono impressionanti e si direbbe, senza sbagliare, che si tratta di una città multietnica. Ma i nostri occhi di ingenui viaggiatori non hanno visto tutta l’integrazione che si potrebbe e si vorrebbe immaginare, bensì tante situazioni di “voluta” ghettizzazione e separazione. Del resto conoscere posti nuovi serve anche a questo: più si viaggia più ci rende conto di non essere affatto i padroni del mondo, ma piuttosto dei suoi semplici ospiti.

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Diario di viaggio: Brugge e Gent – Day II

Poiché Trump non si è ricordato di mandarci l’invito per il summit alla NATO, il giorno della sua visita ufficiale a Bruxelles decidiamo di prendere un’altra strada, strada chiamata “in viaggio verso Bruges” e “in viaggio verso Gand“.
Partiamo da Gare du Midi e compriamo i biglietti direttamente in stazione, usufruendo della tariffa Go Pass 1, riservata ai minori di 26 anni, e di quella Weekend, considerato che il 25 maggio dovrebbe essere un giorno di festa nazionale in Belgio.
Forse per questo motivo, o più probabilmente per il fascino costantemente turistico della città, Bruges (o Brugge in lingua locale) è invasa da folle di turisti, come non ne ho mai visti nemmeno a San Pietro.

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A un’oretta di treno da Bruxelles si trova questa cittadina deliziosamente adagiata sui canali e certamente molto romantica, con il suo fascino medievale e l’atmosfera così fiabesca che vi si respira. Se Strasburgo sembrava uscita da una favola dei fratelli Grimm, Bruges fa venire in mente leggende medioevali di dame e cavalieri, ambientate tra ponti in legno, torri, castelli e merletti in ogni dove. Le due piazze principali, Markt e Burg, sono il cuore della città, così come lo sono le vie che vi conducono ed i ponti alle loro spalle, dove guadagnarsi la prima fila tra tutti i visitatori per fare una foto è un’impresa davvero ardua. Noi ci allunghiamo un po’ in “periferia” e scopriamo una piccola area residenziale in cui la pace regna sovrana: piccole casette a schiera in cortina, con il proprio giardino e cancelletto d’acceso, senza dimenticare le piante che su arrampicano lungo i muri, come in un perfetto quadro impressionista.

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Arriviamo ai mulini (senza camminare molto, Brugge non è così estesa!) posizionati al di sopra di piccole colline e nuovamente ci compiacciamo a vedere tanta gente distesa sui prati, all’aperto nei parchi, per catturare tutta la luce emanata dal sole sulla propria pelle.

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Torniamo sui nostri passi, verso la stazione, ma dal treno diretto a Bruxelles Midi scendiamo ad una fermata intermedia, Gand.
Di gran lunga meno turistica di Bruges, anche Gand ci colpisce positivamente, se non altro per la vivacità del centro, animato dalla manifestazione Food Truck Festival, cui non possiamo fare a meno di imbucarci. Nella piazza di Korenmarkt, tra cattedrali e guglie, torri e architetture gotiche svettanti contro un cielo limpidissimo, diversi camioncini e stand da tutto il mondo presentano la loro proposta di street food: vietnamita, asiatico, indiano, libanese, sudamericano, statunitense, italiano e spagnolo, fino a dar spazio ai padroni di casa, con le loro birre e le loro frities (patatine fritte, la cui porzione piccola equivale a un mega menù maxi di McDonalds). In una zona più distaccata, al di sotto di una struttura molto più moderna di tutto il resto e di cui non abbiamo compreso bene la natura, la festa continua con dj set, vini e ulteriori offerte gastronomiche. Impressionante è anche qui il numero di giovani, amici o coppie che trascorrono la loro serata lungo il canale, seduti a godersi la luce ancora intensa alle nove di sera, senza pretese e senza cercare chissà quale forma diversa di divertimento.

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To be continued…

Diario di viaggio: Bruxelles – Day I

A Bruxelles, dove arriviamo in tarda mattinata, il nostro itinerario inizia da una visita al Parlamento europeo, grazie ad una conoscente che ci permette di entrare e visitare gli ambienti di lavoro di commissione e deputati, l’emiciclo e le sale riunioni, così come gli spazi di svago (il caffè Mickey Mouse sembra essere, al pari del Parlamento stesso, un’istituzione) ed i servizi per i funzionari.

DSC_1301Ometto come riusciamo ad arrivare alla zona europea, dove hanno sede le altre istituzioni quali Commissione, Corte dei Conti, Banca centrale europea e Comitato europeo delle regioni, in una giornata in cui la città è blindata in attesa di Trump: vediamo qualche macchina dai vetri oscurati sfrecciare lungo i boulevard scortata da motociclette e vetture della polizia, ma sopratutto ci meravigliamo del massiccio dispiego di forze dell’ordine (non solo quel giorno, in realtà questa sarà una scena frequente anche fino alla fine del viaggio) disposte in fila lungo i marciapiedi, in prossimità delle fermate metro e dei “punti sensibili” legati alla visita del presidente degli USA in città.
Ancora non troppo ripresi dal viaggio e disorientati da una città che non conosciamo e in cui le strade principali sono off-limits, ci concediamo una sosta al Parc Leopold, alle spalle del Parlamento, e ci godiamo il sole e le piacevoli temperature che ci dicono essere rare in queste zone.

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Nel tornare verso il centro, passiamo per Place du LuxembourgRue Royale e poi per la Cattedrale di St. Michael e St. Gudula, fino ad arrivare a Place d’Espagne, deliziosa piazzetta con un buonissimo odore di waffel (forse qui un po’ cari) e diversi locali dove sedersi per una birra.
In direzione Gran Place, non possiamo non fermarci ad assaggiare qualche ottimo cioccolatino in uno dei svariati chocolatier che popolano le vie del centro, in una città che sembra a tutti gli effetti il regno della cioccolata. Credetemi, io impazzisco per il cioccolato, e qui ho trovato davvero l’appagamento assoluto per tutti i sensi. Ad ogni angolo c’è una boutique in cui la cioccolata è esposta in vetrina come fosse un’opera d’arte ed i cioccolatini (abbiamo provato quelli di Neuhaus e di La Belgique Gourmande) venduti come se fossero gioielli di una preziosità unica.

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La Gran Place è, un po’ alla stregua della cioccolata, prestigiosa e preziosa, con i suoi edifici placcati in oro e la maestosità degli spazi. Uno spettacolo a vederla dal vivo.
Proseguiamo verso Place Sainte Catherine dove ci fermiamo per mangiare “spareribs a volonté” da Amedeo, un ristorante che ha fatto della formula “costolette di maiale no limits” la sua forza.

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To be continued… 

Diario di viaggio: Bologna, Ferrara e Comacchio

Primo giorno: Bologna 

Il nostro breve viaggetto ci porta innanzitutto a Bologna, città che avevo vistato da piccola, ma che – come avviene quando si va in giro da ragazzini – avevo pressoché dimenticato.
Raggiungiamo il centro città con il bus, puntuale e sorprendentemente riscaldato – neanche fossimo a Zurigo – che, attraversando Via San Vitale, ci lascia direttamente sotto le famose Due Torri, soprannominate dai locali Torri degli Asinelli. Piazza della Mercanzia, pochi metri più avanti, è una delle zone che più mi ricorderà Bologna nei giorni futuri: sembra il cortile di un castello medioevale tra merletti, pietra rossa e botteghe/ristorantini tipici, i quali si presentano con la targa metallica che funge da insegna.dsc_0566Dopo esserci concessi una pausa ristoro al Bolpetta, gustando dei buonissimi boltellini in brodo e un mix di Piovono Polpette, ci dirigiamo verso la Basilica di Santo Stefano, che, con le sue 7 chiese, sorge in un piazzale molto vasto e leggermente in discesa. Le 7 chiese sono state costruite l’una accanto all’altra in un complesso assai affascinante, cui si accede entrando dalla prima basilica di Santo Stefano. Dovrebbero ricordare le 7 stazioni della passione di Cristo e la loro visita è accompagnata da un binomio perfetto
di canti gregoriani e odore penetrante di incenso. Qui si respira davvero l’atmosfera di edifici antichi e di ambenti rimasti tali e quali a come dovevano presentarsi in origine.
Uscendo, ci dirigiamo verso Piazza Maggiore, che Lucio Dalla ha reso nota a tutti con l’appellativo di Piazza Grande. Non può mancare un visita, seppur solo dall’esterno, della casa del famoso e talentuoso cantautore in Piazza de’ Celestini, a due passi dagli immensi spiazzi della piazza cantata nel suo pezzo. Vistiamo, questa volta entrando a capo chino, la Basilica di San Petronio, patrono della città di Bologna. L’imponenza della Basilica ci lascia senza fiato, ma rimaniamo ancora più sorpresi dal fatto che non è questa ad essere considerata la cattedrale.
Proseguendo su Via dell’Indipendenza e guardando sulla destra, ecco mostrarsi la Cattedrale di San Pietro, molto più modesta della Basilica in piazza appena visitata. Ci concediamo una ulteriore passeggiata sotto i famosi portici della città e verso il quartiere universitario, per poi tornare sui nostri passi ed ammirare di nuovo le Due Torri, al cospetto delle quali ci sentiamo piccolissimi.

Secondo giorno: Sigep a Rimini 

La scelta delle date del viaggio è stata condizionata dalla programmazione della fiera del Sigep, l’esposizione di richiamo europeo per quanto riguarda il mondo del gelato, del cioccolato e del caffè, oltre che alle attrezzature dedicate a catering, bar e ristorazione.
Il secondo giorno del nostro viaggio è quindi impegnato nella visita dei numerosi padiglioni nei quali si sviluppa la fiera, che ci ha colpito molto per le dimensioni notevoli ed il numero eccessivo di assaggi di gelato che la sottoscritta ha degustato… Non credo di aver mai mangiato così tanto gelato in una sola volta e in tutta la mia vita. I padiglioni ospitano, tra gli altri, le più importanti aziende di fornitura del gelato a livello europeo, come Mac3 e Comprital, oltre che Fabbri, Pernigotti, Elenka e Nestlé. Le prime due si presentano in tutta la loro forza con dei padiglioni immensi, a due piani, e delle architetture imponenti che alla lontana possono ricordare i padiglioni delle varie nazioni all’Expo. Insomma, non parliamo di piccoli stand o bancarelle… Vedere per credere.
Esaurito il giro della fiera e saziate per bene le nostre pance, ci rimettiamo in viaggio verso Ostellato, località in provincia di Ferrara dove trascorreremo le due notti successive. Per raggiungere il nostro alloggio, la strada consigliata dal navigatore ci conduce attraverso le Valli di Comacchio, luogo davvero suggestivo che avremo modo di scoprire meglio il giorno seguente.

Terzo giorno: Ferrara e Comacchio

Ostellato sorge, come tanti simili paesini, isolato in mezzo alla vasta Pianura Padana. E si fa presto a dire pianura… La Pianura Padana è uno scenario al quale io non sono per niente abituata. È uno scenario che – debbo ammettere – mi procura una leggera angoscia, dovuta forse alla vastità degli spazi infiniti e alla scarsa densità abitativa di tali aree, i cui confini sono inarrivabili e si confondono con l’orizzonte. Apprezziamo la presenza di questi casali immersi nel nulla, a distanze interminabili gli uni con gli altri, distanze colmate da coltivazioni regolari e precisamente organizzate.
È attraversando questo paesaggio, ancora avvolto nella fredda bruma del mattina, che raggiungiamo Ferrara, cittadina che è stata la capitale del regno degli Este e che tuttora conserva fascino e caratteristiche tipiche di un Gran Ducato.dsc_0620Conosciuta come città delle biciclette, Ferrara ci accoglie con diversi cartelloni pubblicitari legati a mostre dedicate al V centenario dell’Orlando Furioso, opera di Ludovico Ariosto, cui la cittadina dedicata anche un’ariosa piazza in zona semicentrale.
Per raggiungere il centro vero e proprio passeggiamo lungo le mura che ancora corrono per 9 km intorno alla cittadina. E’ così suggestivo camminare qualche metro sopra la strada e sentirsi sopraelevati rispetto al parco verde e immenso che a sua volta circonda le mura. Dopo aver percorso circa 1/4 delle mura, interrotte da vari bastioni più o meno conservati, tagliamo per Porta Mare, la via d’accesso all’arteria che poi incrocia Corso Ercole I D’Este. Inutile dire che le biciclette non sono solo presenti fisicamente, tra giovani e anziani senza distinzioni, ma anche nelle normative cittadine, piuttosto diverse da quelle cui siamo abituati: “Divieto di appoggiare le biciclette al muro” è un esempio della buona educazione civica dei ferraresi.
Passeggiando lungo il corso pedonale, fotografiamo Palazzo dei Diamanti e giungiamo al Castello Estense, una struttura davvero magnifica che sorge sull’acqua, in pieno centro cittadino. Oggi sede di un museo e degli uffici della Provincia, il castello mostra tutti quegli elementi che lo rendono la fortezza per antonomasia: ponte levatoio, fossato con l’acqua, bastioni e torri, nonché merletti e finestre con stendardi. Da qui in poi, Ferrara non smette di stupire. Su Piazza della Cattedrale si affacciano il Palazzo Municipale, anche questo  tipicamente medievale, la Torre della Vittoria ed ovviamente la maestosa Cattedrale di Ferrara, che ha più di una chicca in serbo per i visitatori. Anzitutto è evidente una commistione di stili tra il romanico ed il gotico, ma l’aspetto più particolare è il porticato che corre lungo la fiancata della chiesa, sin dal medioevo sede di botteghe di artigiani ed attività commerciali. Tutt’oggi è un porticato ricco di negozi, i quali stranamente non stridono con l’antichità e l’imponenza dell’edificio religioso alle loro spalle, ma ne sono con tutto rispetto integrati. Passeggiando per le vie del centro, Ferrara si mostra continuamente con i suo palazzi ricchi di merletti e dettagli medievali, fino a sfoggiare tutto il suo splendere in Via Delle Volte, famosa per le arcate che vi si susseguono.
Dopo aver gustato una deliziosa piadina alle spalle dello Scalone D’Onore ed esserci dedicati a qualche acquisto-ricordo, decidiamo di abbandonare Ferrara nel primo pomeriggio, calcolando di giungere a Comacchio, nella zona del Delta del Po, sfruttando ancora la luce del giorno.dsc_0661In realtà, costeggiando nuovamente la città sulle sue mura, impieghiamo più tempo del previsto per tornare alla nostra automobile, ma nonostante questo arriviamo a Comacchio in tempo per fare qualche fotografia.
Le Valli di Comacchio costituiscono una zona paludosa che circonda la cittadina e si estende fino al Parco del Delta del Po. L’area è quindi una immensa laguna del tutto particolare che  ci comunica ancora una volta quel senso di vastità senza confini unito ad una sensazione di spaesamento per sentirsi immersi in uno spazio di cui non riusciamo a percepire i confini. La cittadina di Comacchio ci riserva, dal canto suo, delle piacevoli sorprese. Incuriositi da un manifesto pubblicitario che ricordava a tutti come Comacchio fosse candidata a Capitale della Cultura 2018, decidiamo di fare due passi nel centro. Non è il caso paragonarla a Venezia, ma qualcosa di Treviso me lo ha ricordato. Comacchio sorge infatti lungo un canale che si snoda in tanti piccoli canaletti, affascinanti sopratutto perché arrivano allo stesso livello della pavimentazione stradale. Ci sono inoltre diversi ponti che movimentano il centro e lo rendono particolarmente piacevole per una passeggiata, consigliata prima del calar della sera, a causa dell’umidità notevole della zona.
Concludiamo la nostra breve vacanza all’insegna dei sapori tipici della regione, mangiando tortellini in brodo, crescentine con salumi e torta tenerina.dsc_0671Abbiamo ancora qualche città nella lista dei luoghi da esplorare in Emilia Romagna. Sarà quindi nostro piacere tornare presto in questa grande regione, tra itinerari culturali e soste gastronomiche, alla scoperta di luoghi unici nel loro genere, luoghi che solo la nostra penisola a forma di stivale sa offrire.

… And Happy NY!

Quando trovi posto a sedere sui mezzi pubblici negli orari di punta; quando la porta del vagone si apre esattamente davanti a te e non devi ingaggiare una lotta greco-romana per entrare; quando non fai in tempo a mettere piede sulla banchina che la metro passa, semivuota, senza farti aspettare; quando la scia verde dei semafori impedisce inutili attese al freddo al bordo della strada… Non vuol dire che il 2017 è iniziato bene, ma che la popolazione di Roma non è ancora rientrata dalle ferie!

Auguri di buon anno to all of you 🙂

P.S. So che “NY” sta per “New York”, ma visto che avevo abbreviato “Christmas” nel post precedente, ho pensato che la sigla non fosse ambigua in questo contesto! 😉

Happy Xmas

Risultati immagini per merry xmas

… and enjoy your Christmas meals 😛

Diario di viaggio: Castellabate e dintorni

Questa veloce, ma intensa, toccata e fuga nel Cilento mi serviva proprio. Anche quando si dice di non averne bisogno, prendere e partire è sempre un ottimo modo per rigenerare corpo e spirito.

Il pretesto, dunque, per prendere partire è stato dovuto ad esigenze lavorative di Armando, ma arrivando il giorno prima dell’evento nella location designata all’evento stesso, abbiamo avuto modo di girovagare un po’.

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Il nostro punto di partenza è Ogliastro Marina, raggiungibile in poco meno di 4 ore da Roma, dove ci godiamo qualche ora di mare, un mare splendido e caldo, per nulla affollato. Il paesino conta circa 120 anime e si sviluppa lungo la costa,  presentandosi con una piazzetta deliziosa in cui sorge la chiesa affacciata sul tramonto. Da qui, parte una piacevole passeggiata che può ricordare la Via Dell’Amore nelle Cinque Terre: si tratta di un percorso rialzato sul mare e protetto su due lati da staccionate in legno e da un’ombrosa pineta verso la strada principale.

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La sera stessa ci dedichiamo alla scoperta dei dintorni e del comune principale di questa porzione di Cilento: Castellabate. Si tratta dei luoghi in cui, per chi è familiare con il film, è stato girato Benvenuti al Sud (per la trama, visitate questo link). Rimandi ed echi a questa pellicola si trovano un po’ ovunque, dalle fotografie appese sui muri agli angoli inconfondibili in cui certe scene hanno preso vita.
Per la cena, a base di una squisita pizza napoletana, scegliamo Santa Maria di Castellabate, frazione direttamente sul mare ove sorge il ristorante “Le Gatte“, rifugio dell’allegra comitiva di attori in una scena del film stesso. Non sarà il locale in cui mangeremo,  ma non possiamo fare a meno di trattenerci qualche minuto per fotografare la location, a dir poco incantevole. Sotto gli archi che fanno da cornice al ristorante sono disposti alcuni tavoli che guardano il mare, mentre altri si trovano sulla baia, punteggiata da luci e barchette di pescatori.

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Anche il centro del paese è curato e presentato a dovere, cosa che non ci saremo mai aspettati per un posto di mare. Ma la vera sorpresa arriva a Castellabate, il cuore del film e della vivacità del Cilento. Lo raggiungiamo inerpicandoci su una montagna e capiamo, nel parcheggiare l’auto, che il paese è ancora più vissuto della sua controparte marittima. Dall’esterno ci accoglie come “Uno dei borghi più belli d’Italia” e non serve molto tempo per capire il perché. Ci sono degli angoli che sembrano venire fuori da un film… Poco dopo ci rendiamo conto che è effettivamente così! Riconosciamo la piazzetta dell’Ufficio Postale che, in realtà, non si trova affatto sulla piazza, ma è stato allestito al posto di un bar, smantellando il quale è stato possibile rendere noto a tutti questo angolo di Cilento. La piazzetta è infatti gremita di turisti che si fotografano accanto alle foto che ritraggono scene del film o ai locali che compaiano nella pellicola stessa. Proseguendo più avanti, diventa chiaro che tutto il paese è stato set inconfondibile delle imprese di Claudio Bisio e compagni, fino ad arrivare al castello, che da il nome al paese, alla targa di Gioacchino Murat (presente all’inizio alla fine di Benvenuti al Sud) e alla terrazza con un panorama mozzafiato su tutto il Golfo.

Resteremmo seduti su quella panchina, sfidando con lo sguardo il limite dell’orizzonte, per ore, ore ed ore… Ma ci ricordiamo che la toccata e fuga in questo piccolo paradiso, ancora immune dall’assalto del turismo di massa, è legata ad esigenze lavorative, le quali – ahimè – ci richiamano ad un solerte ritiro.

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E così, proprio come recita una famosa citazione di Benvenuti al Sud, confermiamo che “quando un forestiero viene al Sud piange due volte: quando arriva e quando parte”. Anche se con noi non sono serviti pianti all’arrivo: il Cilento è stato amore a prima vista.

 

Ho visto un luogo che voi umani…

Non è possibile.

Ogni volta che lavoro su questa città, ne rimango stregata, pericolosamente attratta. Un magnete, una calamita dalla quale non riesco a separarmi. Sento un attaccamento morboso, quasi fossi gelosa della gente che cammina tra le sue strade e che respira la sua atmosfera, così sospesa, silente, ipnotica…

Ogni volta che si tratta di verificare il posizionamento di una struttura sulla mappa di Booking.com e ogni volta che questa struttura si trova a Matera, per me è la fine. Non posso fare a meno di passare dalla modalità “Maps” alla modalità “Street” e tuffarmi nell’esplorazione di vie e vicoli che in parte conosco, in parte mi sono ignoti. È così tremendamente affascinante: mi lancio alla scoperta impazzita di questo paradiso perduto, decadente, color sabbia. E mi perdo tra la fragilità del paesaggio che da un momento all’altro sembra poter svanire, essere spazzato via da una folata di vento, esattamente come le dune del deserto che si trasformano in minuscoli granelli in volo nel cielo.

Ogni volta che mi addentro nei Sassi di Matera non posso fare a meno di ricordare i nostri passi per quelle strade, impronte lasciate in una città di polvere e deserto, rumore prodotto nel silenzio assordante di un Canyon che lo fa risuonare.

Non avrei mai immaginato che un luogo potesse causarmi una simile reazione o indurre un simile effetto nel mio animo. Perché non è nostalgia, ma un legame più forte, un attaccamento più intimo che mi farebbe sentir male se venisse a mancare.
Una città che, come dissi la prima volta che la conobbi, non mi è solo rimasta nel cuore, ma mi si è attaccata alla pelle e mi fa venire i brividi se la guardo cristallizzata in una fotografia. E l’immobilità che un’immagine può trasmettere non è nemmeno lontanamente vicina a quella si avverte mentre si è circondati dall’inquietante mutismo dei Sassi.

Mi manca. Mi manca quel fascino decadente, il suo incanto della rovina e la sua storia di lunghi anni di abbandono. Mi manca la magia, il sentirsi dimenticato dal mondo. Perché non è una città di questo mondo: è sicuramente su un altro, lontanissimo pianeta…

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