Diario di viaggio: gita fuori porta a Viterbo

Succede che hai voglia di passare una giornata diversa.
Succede che desideri ogni tanto uscire dalla tua routine, dalle abitudini e dagli impegni ricorrenti del tuo fine settimana. Perché il mio fine settimana, dopo tutto, non è mai così libero e vacanziero come dovrebbe essere.
Succede che con un messaggio della tua amica organizzi nell’arco di poche ore una gita fuori porta per il sabato successivo, avverti tutti che quel giorno non ci sarai e parti alla volta dell’esplorazione di luoghi vicini, eppure non troppo conosciuti.

Viterbo, sede papale nel XIII secolo, è una cittadina che sicuramente merita una visita. Così come la merita tutta la sua provincia, la zona della Tuscia, ricca di siti archeologici e scavi risalenti all’epoca etrusca, ma anche di borghi medioevali e splendidi paesaggi naturali, lacustri e rurali. Meritano attenzione indubbiamente le località di Tuscania, Nepi, i paesini che sorgono attorno al lago di Bolsena (Marta, Capo di Monte), così come la bellissima Civita di Bagnoregio,  ma anche Tarquinia, Bomarzo, il comune di Farnese e Bagnaia con Villa Lante (teatro delle riprese della serie The Young Pope).

Ma non divaghiamo, Veronica, nella tua insaziabile voglia di esplorazione. Torniamo a noi…

La nostra giornata inizia proprio da Viterbo, che ammiriamo protetta dalle sue mura dalla Valle di Faul, dalla quale saliamo in città mediante comodi ascensori che emergono nella zona di San Lorenzo, il fulcro del centro cittadino.
Qui si trova il polo museale composto dalla Cattedrale di San Lorenzo, con la sua torre campanaria gotica, che di certo ricorda lo stile di Orvieto o di Siena nelle decorazioni della parte superiore. Accanto al Duomo si erge il Palazzo dei Papi che vanta una splendida loggia ed una vista straordinaria sulla vallata sottostante, come a dominare, dalla quella posizione così strategicamente elevata, il territorio ai suoi piedi.
Proseguiamo verso Piazza della Morte, lasciandoci alla spalle Piazza San Lorenzo, senza mai, però, distogliere lo sguardo da quel punto così nevralgico costeggiato da resti di mura etrusche.
Ci perdiamo nel quieto, antico ed integro quartiere medioevale San Pellegrino, domandandoci se le quelle viuzze strette, fiancheggiate da ballatoi, finestre ogivali, archi e merletti siano sempre così deserte e silenziose. Incontriamo abitazioni caratterizzate da quello che Wikipedia mi suggerisce essere chiamato profferlo,  ovvero la scala a vista tipica dell’architettura viterbese. Notiamo diversi edifici abbandonati, strutture dalle mura visibilmente antiche che ora ospitano bed & breakfast e case vacanze, fotografiamo scorci che non possono non essere immortalati. Poi, sapete, io adoro tutti quegli angoli appartati incorniciati da piante che si arrampicano sui muri e da lampioncini che flebilmente illuminano il passaggio…

Attraverso Porta Romana e percorrendo la strada che sembra essere il Corso della città, raggiungiamo Piazza Plebiscito, espressione dell’architettura civile che mi manifesta negli edifici del Municipio e della Prefettura.

Dopo una sosta pranzo a San Martino nel Cimino, torniamo verso i nostri passi dirigendoci verso il Lago di Vico (dove non veniamo risparmiate dall’umidità che si avverta durante una breve passeggiata sulla spiaggia), attraversando Ronciglione e fermandoci poi a Sutri, dove qualche anno avevo già visitato il bellissimo Anfiteatro (lo racconto qui).

C’è una piazza, con una fontana, e una porta, dalla quale si accede alla piazza. E ci sono persone, più o meno giovani, che si incontrano e si salutano, si fermano mentre camminano, mentre siedono al bar per prendere un caffè o mentre accompagnano un nipote a comprare le figurine.
C’è un ritmo della vita alla quale non siamo abituati, e una familiarità tra la gente che non sappiamo più apprezzare.
C’è la luce del giorno quando arriviamo e, poco dopo, scende la sera con i suoi bagliori giallastri: la piazza, con la fontana e la sua porta, diventa quasi una cartolina d’altri tempi e Sutri la scena di un film stampata su una pellicola color seppia.

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A cena da Niko Romito – Casadonna Reale

Ci risiamo. L’ho fatto di nuovo. E a distanza di pochi mesi poi! Ma non allarmatevi, non si tratta di peccati di carne, oggetto delle mie riflessioni recenti, e nemmeno di peccati di gola, che chi mi conosce bene riconosce come mie forti debolezze, ma del peccato di provare un ristorante stellato, con un salto di qualità stavolta.

Nel cuore di un monastero abruzzese del ‘500, il Casadonna Reale non vanta solo il più alto riconoscimento dalla guida Michelin, ma è anche tra i primissimi ristoranti d’Italia secondo il Gambero Rosso e la guida Espresso, collocandosi nell’Olimpo dell’alta ristorazione italiana. Per dirla con parole semplici, il top del top, il non plus ultra.
Ma queste sono notizie facilmente reperibili nel vasto mondo del web, così come potrete approfondire sull’ambizioso chef alla guida di questo gioiello, Niko Romito, una persona all’apparenza molto affabile ed umile, attivo in numerosi progetti affini alla ristorazione (a Casadonna ha sede la scuola di formazione per giovani aspiranti chef, oltre che una struttura ricettiva con un numero limitato camere, mentre a Rivisondoli, Milano e Roma si trova Spazio: qui per approfondire).

Non starò a ripetere le emozioni che si provano durante una cena stellata, l’esperienza sensoriale che essa comporta, la sollecitazione simultanea delle sensazioni gustative, olfattive, visive, tattili, in gioco tutte insieme davanti ad un percorso di degustazione o qualsiasi piatto presentato sulla tavola.
Il nostro benvenuto è stato per esempio gustato interamente con le mani, dal soffice di pistacchio salato, passando per la patata sotto cenere (quale strepitosa creazione!) e l’infuso di cipolla, sedano con olio d’oliva, fino ad arrivare alle crostatine con crema di olive nere.
C’è poi il capitolo pane, che al Casadonna Reale occupa un posto a sé stante all’interno del menù degustazione: il pane è realizzato con farine locali, tra cui Saragolla e Solina, e aggiunta di patata per ottenere una crosta fragrante al massimo ed una mollica così umida da rimanere attaccata alle dita.
Ho ancora in mente la scena della mescita di un elemento ordinario come può essere l’acqua: dentro una caraffa trasparente con forme sinuose ed eleganti, l’acqua esce da una apertura con una grandezza tale da assimilarla ad una cascata e viene versata con ritmo lento e mano delicata per farla scivolare come una stupenda fontana dentro il bicchiere appoggiato sulla tavola.
Ecco che il pane, l’acqua, ingredienti quotidiani sono valorizzati nella loro genuinità, unicità e purezza, secondo un parametro che contraddistingue la cucina di Romito in tutte le sue espressioni: la semplicità.

Dagli impiattamenti agli ingredienti presentati, dalla location all’allestimento dei tavoli, la cifra della semplicità è totalizzante e caratterizzante. Non si trovano fasti eccessivi, elementi lussuosi e sfarzosi nei quali ci si imbatte nella terrazza de La Pergola o dello stesso Imago, e si riscontra piuttosto un magistrale utilizzo di materiali come il legno e il ferro battuto. Il gusto di Niko Romito nei piatti e nella cura della sala è estremamente minimal ed essenziale, in quanto “semplice”, in fondo, vuol forse dire essere “reale”.

Il calore dell’ambiente si percepisce subito dall’accoglienza della hostess fuori dalla dimora e dalle stanze iniziali, dove lo scoppiettare della fiamma nel camino coccola e riscalda l’ingresso a Casadonna. La formalità, la professionalità e l’eleganza del servizio sono stemperate dalla passione che i ragazzi di sala comunicano negli occhi e nelle spiegazioni profondamente sentite delle varie portate. Meno impostazione, distacco e reverenza nei confronti dell’ospite: questi è delicatamente accompagnato in un casale immerso nel silenzio e trascinato, una volta varcata la soglia di ingresso, dentro una esperienza magica, appartata in un ambiente estremamente riservato e silenzioso, come fosse la sala privata di una dimora esclusiva cui un numero limitato di persone può avere accesso.

Che altro dire sulla cucina e quali personalissime impressioni trasmettervi? Mentre il menù degustazione dello chef Apreda include contaminazioni esotiche e sapori spesso provenienti da India, Giappone e Paesi orientali, il percorso di Romito è molto più legato al territorio e alla regione abruzzese di cui lo chef è originario: accanto alle proposte di pesce, pur presenti, si trovano le verdure locali, i funghi, il tartufo, le farine del posto, i cappelletti, la mandorla, la genziana impiegata e presentata in ardite configurazioni. Ogni piatto mostra complessità negli accostamenti di sentori, nel gioco delle temperature e delle consistenze, perseguendo e raggiungendo equilibri meravigliosi di durezza e morbidezza, scioglievolezza e croccantezza, densità e liquidità, compattezza e polverizzazione.

Insomma, alla pari della contemplazione delle diverse forme d’arte, siano esse architettoniche, pittoriche, monumentali o scultoree, cenare in un ristorante stellato equivale a rendere onore ad un capolavoro, l’opera peculiare e distintiva del suo artefice, una creatura nata dalla maestria e dalla tecnica del suo artista.
Come Guernica può essere attribuito unicamente a Picasso e non è stato mai riprodotto dal suo collega Miró, così un piatto è ideato, studiato, testato, elaborato e realizzato dalle mani di un unico chef.
Per quel che mi riguarda, assaggiare ciascuna creazione è meravigliarmi, stupirmi ed estasiarmi. E’ lasciarmi ispirare, farmi vibrare e sentire viva, dentro e fuori, nei sensi e nell’anima. La cucina espressa a questi livelli non è infatti un mero nutrimento per il corpo: alimenta ed esalta prima di tutto lo spirito.

Sui bilanci, le analisi e le considerazioni. Buon 2018.

Credo che l’uomo sia pericolosamente incuriosito da ciò che è proibito, ciò che non c’è, ciò che non ha e non può avere.
Una volta aver assaggiato il sapore della trasgressione, ne è ancora più irrimediabilmente attratto, trascinato dal desiderio di gustarla di nuovo, di sfidare i propri limiti, osare, spingersi oltre il confine dell’integrità. Travalicare i vincoli e le convenzioni sociali.
C’è chi dice che traditori si nasce, c’è chi sostiene che siamo tutti fatti per tradire e che l’essere umano non nasce per essere monogamo.
La verità è che subiamo indistintamente il fascino di ciò che non possediamo, puntiamo alla luna per finire nelle stelle, come direbbero gli americani. Ognuno di noi ambisce a conquistare emozioni che non ha mai provato, vivere esperienze che non ha mai sperimentato. E più queste esperienze assumono il carattere del proibito e dell’intrigo, più diventano tremendamente appetibili ed attraenti.
Accontentarsi di ciò che abbiamo è solo un comodo rifugio per evitare l’errore. Non domandarsi se esiste dell’altro oltre a ciò che quotidianamente viviamo, non assecondare la curiosità di esplorare, vuol dire reprimere istinti naturali che presto o tardi si manifesteranno con insistenza.

Sbagliare è necessario, sbagliare è umano: cedere alle debolezze della carne è cosa vecchia quanto il mondo, e se è vero che è il corpo è il mero involucro terreno di un’anima eterna, dovremo avere tutti la possibilità di cadere nelle tentazioni che esso ci propone e non venire condannati per l’incapacità di averle soffocate. In fondo, siamo di passaggio su questa Terra, la nostra esistenza è limitata, qual è lo scopo di credere nella presenza del peccato e della redenzione? La salvezza dello spirito dipende dalla bontà delle nostre azioni in vita? Ma più si vive con amore e rettitudine, infinitamente maggiore è lo strazio della morte, della fine di tutto quel bene profuso e ora improvvisamente assente.
Che poi il bene è inevitabilmente legato al male, ci avete mai pensato? Fare del bene a sé stessi e a qualcun altro comporta il causare dolore al prossimo vicino a noi o in qualche parte del mondo. E chi decide cosa è il bene o cosa è il male, cosa è giusto e cosa è errato? Il buon senso è una emerita fesseria, è tutto, infatti, incredibilmente relativo. Effimero, volatile, caduco. Tanto vale godersela, la vita, nel bene e nel male.

In un giorno in cui ci fermiamo qualche minuto ad elaborare un bilancio sul 2017 appena trascorso, io affogo nei ricordi, nelle emozioni e nei volti che hanno caratterizzato la mia vita recente e sono stati protagonisti delle scene della mia memoria. Volti che non ci sono più, perché deliberatamente proibiti al mio sguardo, o perché portati via dal disgraziato e crudele volere del destino.
In un giorno in cui ci arrestiamo qualche minuto ad elaborare un bilancio sul 2017 appena trascorso, è così che amo naufragare e perdermi in me stessa.

Felice anno nuovo.

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Il senso.

Finchè non si vive non si può capire.
Finchè non si vieni colpiti da una simile tragedia, la solidarietà è superficialità. Non si comprenderà davvero mai, fino in fondo, cosa si provi.
Certe ferite rimarrano aperte per sempre.
E se si supera tutto, se il dolore con il tempo si affievolisce, se la perdita verrà colmata dal corso della vita che va avanti, la cicatrice, in profondità, resterà visibile e la mancanza di qualcosa si percepirà sempre.
Anche quando sembra che ormai siamo assorbiti da altro, siamo distratti, presi dalle cose di tutti i giorni, ognuno di noi è stato colpito e marchiato: niente sarà più come prima. E’ irreversibile.
Manchi e mancherai negli anni a venire, per tutto il resto del tempo che dovremo passare su questa Terra, secondo la volontà di qualcuno che evidentemente deve capirci molto più di noi nel prendere certe decisioni.
Per scegliere chi deve restare e chi se ne deve andare. Per assegnare la malattia e il benessere randomicamente agli esseri umani, più o meno meritevoli di condurre un’esistenza duratura.

Cosa succederebbe se tutti noi conoscessimo la data della nostra dipartita?
Ho già espresso questo pensiero a chi – sfortunato per lui – mi sta accanto. Cosa accadrebbe se già sapessimo che la vita ha una durata prestabilita, diciamo per esempio 87 anni?
Mi sembra un’età ragionevole per lasciare questo pianeta, per distaccarci dai nostri cari, per sostenere, dopo tutto ,”Ho fatto le mie esperienze, mi ritengo soddisfatto”.
I vantaggi sarebbero, a mio avviso, molto numerosi.

Tanto per cominciare la morte non ci coglierebbe più di sorpresa, sapremmo che si sta avvicinando e avremmo tutto il tempo per prepararci al suo arrivo.
Secondariamente, tutto il mondo la accetterebbe più serenamente, come si accetta la fine di un ciclo di studi, come si accetta il termine di un film, anche se vorremo che proseguisse all’infinito.
Non ci sarebbe ingiustizie, non esisterebbero tragedie, drammi familiari, perdite premature, morti improvvise del tipo “E’ andato a dormire e non si è più svegliato” o ” Si è accasciata per terra ed è morta”. Stiamo giocando, vero? Una vita intera, anni di crescita, sviluppo, di rapporti e sentimenti con e verso le persone, interminabili istanti di aria respirata, non possono certo terminare in un battito di ciglia.

Così come conosciamo più o meno precisamente le circostanze della nostra nascita, dovremo poter essere al corrente del momento in cui la nostra esistenza subirà un arresto:  non voglio esagerare affermando che dovremo essere messi a conoscenza delle modalità con cui la morte ci coglierà, ma sapere che tutti noi vivremo per 87 anni (nessun anno in più, nessun anno in meno) sarebbe estremamente vantaggioso, porterebbe incolmabili benefici a chi resta in vita e a chi se ne va.
La consapevolezza della transitorietà dell’esistenza sarebbe ancora più radicata, sentita, percepita, e non accennata nei pensieri puerili della serie “vivi ogni attimo come se fosse l’ultimo“.

Il cinismo questi giorni mi travolge, non riesco a percepire impeti di bontà in nessuna manifestazione della realtà che mi circonda.
Tutti noi sappiamo di morire, ma non siamo coscienti di quando questo avverrà. Credetemi, aiuterebbe e faciliterebbe enormemente la vita, la nostra e quella dei nostri cari, conoscere con esattezza la data del nostro decesso, ne sono fermamente convinta.
L’imprevidibilità della vita è una grossa scemenza. Il brivido dell’incertezza in questo caso non paga. Vivere appesi al filo di un rasoio, per dirla con una dose di velleità poetica, è semplicemente deleterio e tremendamente crudele. Possibile che nessuno abbia mai pensato di incidere una lapide sulla nostra carta di identità?

Tutti avremo saputo che Gualtiero Marchesi si sarebbe spento a quell’età e la cosa non avrebbe fatto nemmeno tanta notizia.
Tutti ti avremo ancora goduta, come si gode della propria famiglia senza costantemente pensare che un tuo fratello, seduto a tavola di fronte a te, potrebbe non esserci più tra  qualche giorno o che tua nonna, con la testa a dondolo e la bocca aperta mentre dorme sul divano, presto se ne adrà: non è ancora il suo tempo, se non ha raggiunto gli 87 anni.

Dio ha sbagliato tutto, davvero. Dio è incredibilmente maligno con gli esseri umani, condannandoli ad una esistenza che tutti sappiamo essere limitata, seppur non consci di quale sia questo limite. Chissà che mistero è questo, immagino quanto potere si nasconda dietro tale certezza, per essere così grande da non essere rivelata, divulgata, concessa.

Il senso della vita è tutto qui. Il senso della vita è la scomparsa delle malattie, delle coincidenze sfortunate, degli incidenti, degli errori di percorso, degli imprevisti, degli eventi non preventivati.
Ebbene, poichè questa condizione è utopica ed infattibile, v’è da dedurre che il senso della vita non c’è. Il senso della vita non esiste, capite.
Non si trova un significato a tutto il nostro incedere se la morte incombe invisibilmente sulle nostre esistenze e noi non possiamo far altro che accettare una tale punizione.
Non v’è giustizia nella sopravvivenza di un genitore al proprio figlio.
Non v’è ragione, non v’è motivo.
Io voglio morire prima di mio fratello, prima dei miei nipoti, io voglio morire quando sarà giunta la mia ora. Ma non voglio morire a 50 anni perchè un dannato tumore si è impossessato del mio corpo e ha risucchiato progressivamente le mie energie vitali, divorando i miei organi senza pietà e deformando mostrosuamente le mie sembianze umane.

Capite, è molto semplice. Il senso della vita non esiste.

Can’t take my memory off you.

Quando ho incrociato il tuo sguardo, mi sono sentita morire.
Io sapevo chi fossi, ma tu non avevi la minima idea di chi potessi essere io.
Avevo conosciuto il tuo volto, osservato in milioni di foto che mi erano state mostrate.
Avevo immaginato la tua dolcezza, sin dai primi racconti di te.

Quando ho incrociato il tuo sguardo, non ho potuto fare a meno di notare un velo di malcelata tristezza negli occhi.
Ho intravisto della malinconia, un bagliore ormai spento che non riuscivi nemmeno a nascondere, perché non avevi mai imparato a farlo.
Mi è mancata la brillantezza, la vivacità e quella luce argentea che di solito si ritrova negli occhi di un bambino.
La spensieratezza, tipica della tua età, non l’ho percepita nel tuo sguardo.

Quando ti ho guardato negli occhi, mi sei sembrato così docile ed indifeso.
Avrei voluto accarezzarti e passarti la mano tra i capelli, avrei voluto parlarti di più e non sentirmi a disagio di fronte a quell’aria così disorientata che mostravi.
Avrei voluto salutarti, quando sono andata via, ma non ho guardato in faccia nemmeno chi mi aveva aperto la porta.

Quando ti ho osservato negli occhi, ho capito che non avrei mai dovuto spingermi fino a quel punto e ho compreso che non avrei più rimediato.
Avrei voluto sparire, fingere di non essere lì, seduta accanto a te, a consegnarti il presente che hai poi tanto gradito.
Avrei voluto scusarmi, ancora e ancora, per il mio gesto avventato, sconsiderato, esagerato, non ragionato.

Avrei voluto capirti.
Avrei dovuto farlo, fin dal principio.
Ma ormai ho ascoltato la tua voce e ti ho guardato negli occhi.
Mi sono sentita morire.

Diario di viaggio: un weekend a Torino

Che è comunque poco. Un solo fine settimana, intendo, di cui un giorno è inevitabilmente dedicato all’arrivo e uno alla partenza. Da tornarci sicuramente, visto che mancano all’appello alcuni siti che ci eravamo dette di visitare.

Ma vi racconto come è andata, dai.

Arriviamo nella tarda serata di venerdì e veniamo accolte dai primi accenni delle neve che avrebbe poi “buttato” (come si dice lì, no?) copiosamente durante la sera. Del freddo, non parliamo. Ma comunque sopportabile.

La mattina dopo i tetti della città coperti di neve sono particolarmente suggestivi e allietano il nostro risveglio nel quartiere Vanchiglia, a pochi minuti di cammino da Piazza Vittorio Veneto, bellissima per le sue dimensioni e il panorama alpino che la circonda. Dalla piazza saliamo sul Venaria Express in direzione Venaria Reale dove dedichiamo la mattina alla visita guidata della reggia e delle scuderie.

Sarà stato il tempo e la neve poi mista a pioggia, sarà stata la giornata non particolarmente limpida e i giardini non accessibili, ma la Venaria non ci ha fatto chissà quale impressione, a dispetto dei commenti molto positivi che ci erano giunti prima della visita.

Rientriamo in città per pranzo e, tra piedi bagnati, freddo picchiettante e pioggia a tratti comunque fastidiosa, giriamo in pieno spirito sightseeing tra le attrazioni più note del centro storico. Piazza Castello, il Palazzo Reale, Palazzo Madama, il Duomo con la Sacra Sindone e la chiesa di San Lorenzo con la sua riproduzione e alcuni volontari disponibili a fornire qualche spiegazione sul manufatto.

Alla disperata – non così tanto, dopotutto – ricerca di una cioccolateria e di un bicerin, camminiamo per le vie del centro e sotto i portici di via Garibaldi, via Roma, via Po, via Principe Amedeo e via Maria Vittoria, attraverso piazza Carignano, piazza Carlo Alberto, fino ad arrivare alla Mole, dove programmiamo di visitare il museo del cinema ospitato al suo interno.

In realtà la sosta in camera, la cena e il calore degli ambienti, uniti ad una buona dose di stanchezza e ad una nostra naturale propensione alla chiacchiera, ci impediscono di stare nei tempi e di entrare alla Mole dopo la cena. Cambiamo quindi i nostri piani e, dalla zona di Porta Nuova, ci dirigiamo verso il monte dei Cappuccini, punto panoramico dall’altra parte del Po dove godiamo di una vista spettacolare sulla città.

Le luminarie del monte e le luci urbane sono un bel colpo d’occhio e creano una globale atmosfera di calore, nonostante le rigide temperature con le quali i locali sono abituati a convivere.

Dal monte ammiriamo la Basilica di Superga, tappa cui dedicare un seconda puntata in città, e lo skyline torinese, caratterizzato anche da edifici più moderni, come il Palazzo della Regione progettato dallo studio dell’architetto Fuksas.

Domenica ci concentriamo sulla visita al Museo Egizio, il secondo al mondo per ampiezza dopo il museo sito a Il Cairo. La collezione è veramente notevole, tra manufatti perfettamente conservati e reperti di inestimabile valore e bellezza: lo visitiamo in circa 3 ore, accelerando il giro verso la fine per un ritardo nella nostra tabella di marcia, ma consiglio di dedicarci almeno 4 ore per poter apprezzare ogni sala con la giusta attenzione. Trovandoci in centro, torniamo a Piazza Castello per un simpatico giro nel mercatino natalizio, accanto al quale è stato installato un gigante calendario dell’avvento, in pieno spirito di festività. La città è vivace, ricolma di gente, la giornata è soleggiata e l’atmosfera assai piacevole.

Per raggiungere la stazione di Porta Nuova scendiamo anche in metropolitana e ci concediamo una veloce pausa nella boutique Venchi, per un dolce rifornimento lungo il viaggio di ritorno.

Starway to Heaven – Imago, Hotel Hassler

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L’esperienza in un ristorante stellato è assai difficile da descrivere a parole.
Le foto aiutano in questo caso – pensate che fino a qualche anno fa nei ristoranti di un certo livello era vietato fotografare i piatti – e Instagram, il social network eletto strumento d’eccellenza per l’enogastronomia, lo dimostra ampiamente.

Vi lascio pertanto una galleria di immagini che comunque non riusciranno mai a sostituire l’emozione di ammirare ed assaggiare quei piatti, ma anche di sedere di fronte ad una vista invidiabile, come se si fosse ospiti di un cinema esclusivo con un panorama mozzafiato incorniciato in un maxi schermo ad alta definizione e in 3 dimensioni.
A dir la verità, il tavolo a noi riservato, e la poltrona a me concessa dal personale di sala, faceva un tête-à-tête con San Pietro, così vicino ed imponente di fronte a me da avere l’impressione di poterlo quasi raggiungere in salto. Ma non c’è solo quella cupola: ci sono i tetti di Roma, il monumento a Vittorio Emanuele, il Quirinale, la luminosa magia del centro storico estendersi in lungo e in largo, per non parlare di Trinità dei Monti che sarebbe da toccare con le dita se solo ci si potesse affacciare da quella splendida terrazza.

Una location incantevole, senza dubbio. Come da foto, ma anche di più.
Il ristorante è raccolto, molto intimo, e non ha quel traboccante sfarzo che può disgustare; è al tempo stesso misurato, elegante e raffinato, così come tutto lo staff di sala che ci ha serviti ed assistiti con una maestria unica.
Nessun dettaglio è lasciato al caso, niente sbavature, nessuna frizione.
La cura con la quale veniamo accolti al tavolo, consigliati, fatti sentire completamente a nostro agio (e non fuori posto come potrebbe facilmente avvenire in un luogo del genere) è notevole e probabilmente uno dei fattori fondamentali che rendono Imago un indirizzo stellato.

Immagino che la gestione della sala abbia la sua rilevanza all’interno della valutazione complessiva di un ristorante, ma di certo non può mancare l’anima del ristorante stesso: la sua cucina.
Inutile sottolineare che il menù degustazione è l’opera principe dello chef (Francesco Apreda, qui su Instagram, molto cortese nel suo giro tra i tavoli per conoscere gli ospiti della serata) e in un certo senso la dichiarazione di intenti del ristorante. Impossibile non provarlo e impossibile non rimanerne sbalorditi.
Partiamo dal presupposto che i piatti serviti non hanno niente – o poco – a che fare con i sapori più o meno tradizionali cui siamo abituati. Si tratta di pietanze che sembrano appartenere ad un altro pianeta, nelle quali stupisce, al di là della magnifica presentazione visiva e magistrale composizione a mo’ di opera d’arte, l’accostamento di sapori, consistenze, sentori, scioglievolezze.
Il risultato che ne deriva è alchimia pura. Esattamente come un quadro può trasferire mille svariate sensazioni, più o meno coincidenti con le intenzioni del pittore, così un piatto sprigiona un susseguirsi di Emozioni, non confinate, ovviamente, solo al palato e alla dimensione sensoriale del gusto. Sarà che sono sensibile, sarà che mi emoziono facilmente, sarà che vivere i momenti con le persone giuste amplifica la nostra capacità di avvertire e provare sentimenti, ma io mi sono commossa assaggiando ognuna di quelle meraviglie.

Non c’è cosa più bella che rendere nostra una esperienza fatta di stimoli esterni e trasformarla in una Esperienza intima, anche qui con la E maiuscola, per rielaborarla con il nostro occhio interiore e percepirla nella sua Essenza. Un po’ come si fa con uno splendido tramonto, o di fronte ad un paesaggio, ad una bellezza naturale e alle più svariate forme d’arte e manifestazioni cultuali.

Emozione, Esperienza, Essenza. Ciò che ti lascia una serata in un ristorante stellato e dove una scrutatrice di universi come me non avrebbe potuto non esserne trasportata.

Non esagero quando sostengo che certi vissuti ti rimangono addosso, esercitano un potere su di te che va oltre il singolo momento in cui tale potere prende forma. Ti accompagnano per le ore a venire, per i giorni seguenti, e forse non ti abbandoneranno mai… come in un meraviglioso sogno dal quale non vorremo mai risvegliarci.

Dove la porto signorina? Su una stella…

Quando, nella famosa scena del Titanic (famosa perchè l’ho vista 350 volte o perchè è universalmente nota al pubblico di spettatori?), Rose chiede a Jack di essere condotta su una stella, risulta chiaro che il suo riferimento è legato certamente ad un ristorante stellato. Utilizzando altre parole, la sua richiesta sarebbe stata formulata più o meno così: “Jack, mi porti a cena in un ristorante con una stella Michelin?”

Povero Jack (ehi, non lo sto difendendo perchè è Leo, beninteso): in una nave in mezzo all’oceano il desiderio della sua amata sarebbe davvero irrealizzabile. Non si può dire la stessa cosa a Roma, fortunatamente, dove il panorama dell’alta ristorazione e della gastronomia gourmet è assai vivace e variegato, nonostante questa consapevolezza non sia ben diffusa tra i suoi cittadini.

La capitale offre almeno una ventina di indirizzi insigniti del prestigioso riconoscimento Michelin (1 stella), un ristorante con 2 stelle Michelin (Il Pagliaccio) e quella insuperabile terrazza che domina sfarzosamente la bella Roma e custodisce la cucina esclusiva e raffinata dello chef Heinz Beck, anima de La Pergola (3 stelle Michelin).

Ora, io parlo de La Pergola in questi termini perchè la critica fa frequentemente utilizzo di simili aggettivi per descrivere l’essenza dell’arte culinaria del Maestro, ma purtroppo non ne ho mai fatto piena esperienza diretta. A dir la verità, ho avuto la fortuna di assaggiare il delizioso dessert mostrato in foto e che loro chiamano qualcosa come Sfera ai frutti rossi. E che ve lo dico a fare? Pura libidine.

Ho ancora un conto in sospeso con i Fagottelli, piatto cult, storico e distintivo del ristorante, ma temo che rimarranno una lontana e nostalgica fantasia, e magari riuscirò a degustarli solo quando li avranno rimossi dal menù… se mai lo faranno.

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Ma veniamo a noi, anche perchè Rose non è stata così pretenziosa. Si sarebbe accontentata di una sola stella Michelin, se solo il mio adorato Jack fosse ancora vivo (no no, non sto piangendo, e non  ho nemmeno mai pensato di scrivere 3/4/5 finali alternativi del Titanic e consegnarli a James Cameron per la proposta di un rifacimento… MAI FATTO, GIURO!).

Torniamo con i piedi per terra, ma concediamoci per una sera di volare alti nel cielo. Una cena in un ristorante stellato, infatti, è un’esperienza che ognuno di noi, amante o non amante della cucina, esperto o non esperto in materia, dovrebbe provare.

Ve la racconto a breve nel prossimo post… Intanto vado a riscrivere la sceneggiatura del Titanic, senza quel maledetto Iceberg!

Su un paio di ruote

Il sole che ti acceca attraverso il vetro del casco. L’asfalto caldo sotto ai piedi, specialmente in curva.
Il contatto con la strada, il dominio sulla strada.
Uno sguardo dall’alto ai conducenti delle automobili, quasi a voler entrare dentro l’abitacolo.

Poi c’è il vento.
Il vento tra i capelli, il vento in faccia, il vento che ti gonfia la maglietta e ti toglie il respiro.
Il vento che penetra dentro i vestiti, il vento che ti secca le labbra, il vento che ti trasmette adrenalina.
Energia.
Velocità.

E il rumore.
Il motore che senti vibrare sotto di te.
Una mandata di gas e via, si sfreccia davanti ad ogni altra cosa.
Lo sbuffare della marmitta direttamente sotto le gambe.
Il cambio marce che ti fa sobbalzare.
Il piegarsi in curva che ti mette sempre un po’ di timore, oltre che porti fisicamente e pericolosamente su un lato delle gomme.
Pneumatici roventi, li senti lavorare, li senti ruotare.

Quindi arrivi a casa, casa che ti sa riconoscere per il tuo rombo tanto inconfondibile quanto familiare.
Casa che saluta dal balcone, casa che sa quando stai per tornare, casa che vive con ansia ogni tuo tragitto su due ruote.
Casa che non manca mai, casa che è la tua meta, la tua direzione e la tua spinta giornaliera.
Casa che è il tuo motore, e il carburante il suo richiamo.

Errare è umano. Perseverare lo è di più.

Siamo fatti per sbagliare.
Nasciamo, cresciamo, conosciamo il mondo. E sbagliamo.
Prima di morire, sbagliamo.
Prima di nascere, sbagliamo lo stesso.

Sbagliamo e sbagliamo, continuamente, errore su errore, caduta dopo caduta.
Ci alziamo ma crolliamo di nuovo, vittime di una vita fatta di ostacoli perenni che l’uomo non ha la forza di aggirare.
Così sbagliamo: sbagliamo una volta, ci perdonano.
Sbagliamo la seconda volta, ci perdonano.
Sbagliamo la terza volta e siamo ancora perdonati.

Ma più sbagliamo più non ci rendiamo conto della forza del perdono che ci viene concesso, così continuiamo a sbagliare, certi che il perdono arriverà sempre, prima o poi, basta dimenticare e andare avanti.
Metterci una pietra sopra e non pensarci più, allontanare l’errore e le sue conseguenze, distaccarsi dal passato e proiettarsi al futuro, perché tanto quello che è stato non si può più modificare.

Comunque nel futuro sbagliamo di nuovo. E passiamo una vita intera a sbagliare ed attendere l’arrivo di un ignoto perdono senza nemmeno troppa speranza.
Non siamo fatti per cadere e rialzarci.
La vita è fatta per strisciare a terra con lo sguardo rivolto sempre verso il basso, prigionieri e dannati, costretti ad errare in un girone infernale fin da quando prendiamo coscienza della vita stessa.

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