Pensieri 

Pensieri come lampi
Si susseguono come i flash impazziti 
Di fotografie sconosciute. 

Pensieri come lampi 
Sfrecciano come le luci della città 
Che da un treno in corsa sembrano interminabili scie luminose. 

Pensieri come lampi 
Inghiottiti nella notte
Spade laser smarrite da un guerriero di chissà quale stella. 

Pensieri come lampi 
Si tuffano nel vuoto 
Barlumi accecanti nel denso dell’oscurità. 

Pensieri come lampi 
Comete indecifrabili, remote ed intoccabili 
Attraversano veloci
Il buco nero dei ricordi. 

Pensieri come lampi. 
Taglienti e inaspettati 
Fugaci e disordinati. 

Una tempesta nella mente. 
Pensieri. 

Diario di viaggio: Bruxelles – Day III

Il nostro ultimo giorno a Bruxelles inizia con un giro a piedi nel quartiere Les Marolles, la cui caratteristica peculiare sta nei murales che di tanto in tanto spuntano su una parete, immagini fumettistiche che colorano qualche muro spento. In salita, raggiungiamo il Palazzo di Giustizia passando per piazza Jeau De Balle, luogo di mercato durante il mattino. Più avanti, giungiamo nella zona del Palazzo Reale fronteggiato dal Parc de Bruxelles che decidiamo di percorrere al suo interno per rinfrescarci con un po’ d’ombra.
Dopo la visita al Parlamentarium che, se non fosse per il fatto che lavorando negli uffici del Parlamento ho già familiarità con molte caratteristiche dell’istituzione, è davvero ben fatto, divertente e coinvolgente, aggiornato e curato, per sensibilizzare i visitatori sul ruolo e il funzionamento dell’Unione Europea.

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Prima di dedicarci al pranzo in Place du Jourdan, diamo un’occhiata al Parc du Cinquantenaire che, stando alla cartina, sembra uno dei maggiori di Bruxelles.
Lo spuntino consiste in una serie di fritti che prima o poi avremo dovuto provare e che scopriamo in effetti per la prima volta: crocchette di formaggio, polpettine deliziose e speziate, spiedini di pollo fritto e salsiccione di würstel, anch’esso fritto ovviamente. Il tutto innaffiato da una bionda che, come tutte le birre in Belgio, costa meno di una bottiglietta d’acqua.
Sotto il sole caldo del primo pomeriggio abbiamo la non troppo fortunata idea di camminare per il quartiere Ixelles-Elsene che ha tutta l’aria di essere l’area ricca e residenziale di Bruxelles, sviluppata in salita e caratterizzata da palazzine eleganti e signorili, giardini curati e macchine di lusso.
Nel tardo pomeriggio, dopo una ulteriore passeggiata per Avenue Louise, la nostra visita prosegue al centro di Bruxelles, per rivedere i luoghi più noti ed assaggiare i tanto famosi – a ragione! – waffel, che sono una goduria pazzesca. C’è chi va per birra e patatine, e chi, come me da vera golosa quale sono, per i waffel e il cioccolato! In entrambi i casi, comunque, vale la pena visitare questa città.
Una vera delusione è tuttavia il Manneken Pis che simboleggia l’indipendenza di spirito degli abitanti di Bruxelles (o il coraggio in battaglia? … Esistono varie versioni) e raffigura un bambino che sta urinando. Si tratta, in poche parole, di una statuetta alta qualche centimetro ubicata all’incrocio di vie affollate da turisti e con alle spalle la parete di un edificio in rifacimento. Insomma, una finta e ridicola attrazione che solo i Paesi fuori dall’Italia hanno l’abilità di valorizzare: tanto di capello per questo, visto che noi non sappiamo proprio cosa significhi dare valore all’immenso patrimonio artistico-storico-culturale di cui disponiamo. Ma questa è un’altra storia…

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Ci imbattiamo nel Bru Jazz Festival con il suo palco nella Gran Place, la quale è ancora più gremita del solito ed è allestita con tavolini e stand di… indovinate? Birra e patatine. Ci concediamo quindi un aperitivo prima di addentrarci nelle vie limitrofe alla piazza e trovare un locale per la cena. Camminiamo per Rue des Bouchers, una zona similtrasteverina e quindi caratteristica per il suo folklore, e ci fermiamo poi da Chez Leon, per provare l’abbinamento tipico della città: cozze e patatine (già, di nuovo!) in un palazzo di più piani adibito a ristorante, dove i tavoli si trovano anche sulle rampe di scale, sui balconi interni e per i corridori, in un labirinto costruito su diversi livelli.
Place Royale il Mont des Arts sono le ultime tappe della nostra tre-giorni in Belgio, un tempo ideale per visitare la sua capitale e le due cittadine di Bruges e Gand nella regione delle Fiandre.

Il bilancio finale è più che positivo: un tempo favoloso, con temperature ben sopra la media di quei posti, e luoghi molto diversi dai nostri in termini di stile urbano e architetture, standard di pulizia e civiltà, sicurezza e cosmopolitismo. Le culture che popolano interi quartieri di Bruxelles sono impressionanti e si direbbe, senza sbagliare, che si tratta di una città multietnica. Ma i nostri occhi di ingenui viaggiatori non hanno visto tutta l’integrazione che si potrebbe e si vorrebbe immaginare, bensì tante situazioni di “voluta” ghettizzazione e separazione. Del resto conoscere posti nuovi serve anche a questo: più si viaggia più ci rende conto di non essere affatto i padroni del mondo, ma piuttosto dei suoi semplici ospiti.

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Diario di viaggio: Brugge e Gent – Day II

Poiché Trump non si è ricordato di mandarci l’invito per il summit alla NATO, il giorno della sua visita ufficiale a Bruxelles decidiamo di prendere un’altra strada, strada chiamata “in viaggio verso Bruges” e “in viaggio verso Gand“.
Partiamo da Gare du Midi e compriamo i biglietti direttamente in stazione, usufruendo della tariffa Go Pass 1, riservata ai minori di 26 anni, e di quella Weekend, considerato che il 25 maggio dovrebbe essere un giorno di festa nazionale in Belgio.
Forse per questo motivo, o più probabilmente per il fascino costantemente turistico della città, Bruges (o Brugge in lingua locale) è invasa da folle di turisti, come non ne ho mai visti nemmeno a San Pietro.

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A un’oretta di treno da Bruxelles si trova questa cittadina deliziosamente adagiata sui canali e certamente molto romantica, con il suo fascino medievale e l’atmosfera così fiabesca che vi si respira. Se Strasburgo sembrava uscita da una favola dei fratelli Grimm, Bruges fa venire in mente leggende medioevali di dame e cavalieri, ambientate tra ponti in legno, torri, castelli e merletti in ogni dove. Le due piazze principali, Markt e Burg, sono il cuore della città, così come lo sono le vie che vi conducono ed i ponti alle loro spalle, dove guadagnarsi la prima fila tra tutti i visitatori per fare una foto è un’impresa davvero ardua. Noi ci allunghiamo un po’ in “periferia” e scopriamo una piccola area residenziale in cui la pace regna sovrana: piccole casette a schiera in cortina, con il proprio giardino e cancelletto d’acceso, senza dimenticare le piante che su arrampicano lungo i muri, come in un perfetto quadro impressionista.

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Arriviamo ai mulini (senza camminare molto, Brugge non è così estesa!) posizionati al di sopra di piccole colline e nuovamente ci compiacciamo a vedere tanta gente distesa sui prati, all’aperto nei parchi, per catturare tutta la luce emanata dal sole sulla propria pelle.

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Torniamo sui nostri passi, verso la stazione, ma dal treno diretto a Bruxelles Midi scendiamo ad una fermata intermedia, Gand.
Di gran lunga meno turistica di Bruges, anche Gand ci colpisce positivamente, se non altro per la vivacità del centro, animato dalla manifestazione Food Truck Festival, cui non possiamo fare a meno di imbucarci. Nella piazza di Korenmarkt, tra cattedrali e guglie, torri e architetture gotiche svettanti contro un cielo limpidissimo, diversi camioncini e stand da tutto il mondo presentano la loro proposta di street food: vietnamita, asiatico, indiano, libanese, sudamericano, statunitense, italiano e spagnolo, fino a dar spazio ai padroni di casa, con le loro birre e le loro frities (patatine fritte, la cui porzione piccola equivale a un mega menù maxi di McDonalds). In una zona più distaccata, al di sotto di una struttura molto più moderna di tutto il resto e di cui non abbiamo compreso bene la natura, la festa continua con dj set, vini e ulteriori offerte gastronomiche. Impressionante è anche qui il numero di giovani, amici o coppie che trascorrono la loro serata lungo il canale, seduti a godersi la luce ancora intensa alle nove di sera, senza pretese e senza cercare chissà quale forma diversa di divertimento.

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To be continued…

Diario di viaggio: Bruxelles – Day I

A Bruxelles, dove arriviamo in tarda mattinata, il nostro itinerario inizia da una visita al Parlamento europeo, grazie ad una conoscente che ci permette di entrare e visitare gli ambienti di lavoro di commissione e deputati, l’emiciclo e le sale riunioni, così come gli spazi di svago (il caffè Mickey Mouse sembra essere, al pari del Parlamento stesso, un’istituzione) ed i servizi per i funzionari.

DSC_1301Ometto come riusciamo ad arrivare alla zona europea, dove hanno sede le altre istituzioni quali Commissione, Corte dei Conti, Banca centrale europea e Comitato europeo delle regioni, in una giornata in cui la città è blindata in attesa di Trump: vediamo qualche macchina dai vetri oscurati sfrecciare lungo i boulevard scortata da motociclette e vetture della polizia, ma sopratutto ci meravigliamo del massiccio dispiego di forze dell’ordine (non solo quel giorno, in realtà questa sarà una scena frequente anche fino alla fine del viaggio) disposte in fila lungo i marciapiedi, in prossimità delle fermate metro e dei “punti sensibili” legati alla visita del presidente degli USA in città.
Ancora non troppo ripresi dal viaggio e disorientati da una città che non conosciamo e in cui le strade principali sono off-limits, ci concediamo una sosta al Parc Leopold, alle spalle del Parlamento, e ci godiamo il sole e le piacevoli temperature che ci dicono essere rare in queste zone.

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Nel tornare verso il centro, passiamo per Place du LuxembourgRue Royale e poi per la Cattedrale di St. Michael e St. Gudula, fino ad arrivare a Place d’Espagne, deliziosa piazzetta con un buonissimo odore di waffel (forse qui un po’ cari) e diversi locali dove sedersi per una birra.
In direzione Gran Place, non possiamo non fermarci ad assaggiare qualche ottimo cioccolatino in uno dei svariati chocolatier che popolano le vie del centro, in una città che sembra a tutti gli effetti il regno della cioccolata. Credetemi, io impazzisco per il cioccolato, e qui ho trovato davvero l’appagamento assoluto per tutti i sensi. Ad ogni angolo c’è una boutique in cui la cioccolata è esposta in vetrina come fosse un’opera d’arte ed i cioccolatini (abbiamo provato quelli di Neuhaus e di La Belgique Gourmande) venduti come se fossero gioielli di una preziosità unica.

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La Gran Place è, un po’ alla stregua della cioccolata, prestigiosa e preziosa, con i suoi edifici placcati in oro e la maestosità degli spazi. Uno spettacolo a vederla dal vivo.
Proseguiamo verso Place Sainte Catherine dove ci fermiamo per mangiare “spareribs a volonté” da Amedeo, un ristorante che ha fatto della formula “costolette di maiale no limits” la sua forza.

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To be continued… 

Quando c’è l’alta stagione, me ne esco con queste dichiarazioni d’amore

Quando c’è l’alta stagione
Corri prendi e vai 
Non ti fermi mai 

Anche 12 ore al giorno sei capace di lavorare 
Compensi con tutti gli altri mesi in cui comunque non ti faccio oziare

Quanti cancelli aperti e chiusi dallo scultore 
Quanti viaggi di andata e ritorno verso quella destinazione 
E quante volte hai caricato da solo la macchina, con tutto il tuo ardore? 

Alle mie ansie e agitazioni ormai sei abituato 
E qualche volta – ahimè – ne vieni anche contagiato 
Allora sono io a cercare di calmarti 
Ma quando sei sotto evento, la tensione è troppo alta, ed è difficile tranquillizzarti 

Devo dire che di progressi ne abbiamo comunque fatti 
Più eleganti e organizzati, anche se continuiamo a correre come matti 

Per questo lavoro ci vuole coraggio, 
specialmente quando, a voler fare i conti precisi, hai quasi un evento al giorno nel mese di maggio 

Ricordi quando a capodanno,
A seguito di un grosso e per fortuna sventato danno, 
Abbiamo pensato: lasciamo perdere, chiudiamola così, trasferiamoci e fuggiamo lì… 

Invece eccoci ancora qui, 
Con più comunioni di quelle che ha normalmente un sacerdote 
Perché la tua è dopotutto una dote: credere in te e puntare su… me! 

Aaaah, oltre ad agitarmi so anche scherzare, 
E alla fine di tutto questo vorrei invece sottolineare la fiducia e l’orgoglio che provo per il mio uomo, l’uomo che in alta stagione dorme, sì e no, poche ore, l’uomo che non mi fa mai mancare niente, e nonostante questo mi permetto talvolta di essere pure impertinente…

Scrivo queste parole sotto il sole del nostro giardino 
Mentre ti immagino a sistemare ogni singolo fantasmino 

Vedrai che tutto andrà come deve andare 
D’altronde anche un simile grosso impegno 
Serve sempre per maturare e migliorare 

Ci vediamo stasera 
Di nuovo dal nostro amico scultore 
Mi auguro che avrai qualche minuto per leggere 
Questa insolita e buffa dichiarazione d’amore! 

Luoghi e volti delle mie notti

Ho sognato di nuovo quel luogo e quelle persone. Lo sogno ad intervalli regolari da qualche settimana, lo sogno con preoccupante nostalgia.
Ho sognato vecchi volti, compagni di scuola, che ho ritrovato in quel luogo.
Ho sognato anche il presente, le persone che attualmente affollano le mie giornate e che mi circondano quotidianamente.
Le ho sognate immerse in quel luogo, che deve avere qualcosa di particolarmente magico e magnetico per fare capolino così spesso durante il mio sonno.

È proprio vero che i sogni traggono spudoratamente spunto dagli stimoli, seppur fugaci e momentanei, assimilati durante la veglia.

Ieri sono per esempio passata davanti alla mia scuola superiore – è in centro, dove al momento lavoro. Ci sono passata di fronte tante volte, lungo il percorso che a piedi mi conduce fino agli uffici, ma è stato solo ieri che ho represso l’istinto di fermarmi a salutare qualche vecchio professore, semmai ancora in ruolo e semmai ancora memore del mio volto. Ero infatti in anticipo rispetto all’orario di ingresso in ufficio e ho avuto la fulminea idea di attraversare il portone, chiedere ad una bidella l’orario della giornata e domandare della presenza della prof. di matematica, o di inglese, o della prof. di tedesco o discipline turistiche, le uniche che probabilmente sono rimaste operative dopo la mia maturità. Ma non l’ho fatto, ho pensato che avrei speso troppo tempo e, benché l’anticipo in cui mi trovassi, sarebbe stato poco opportuno.

Eppure non ho sognato i professori, non ho sognato la sede centrale della mia scuola o i momenti passati in aula durante inglese o matematica. Non ho sognato la maturità, immagine che per un attimo era stata proiettata nella mia mente durante i miei ragionamenti sull’entrare o meno a scuola.
Ho sognato una compagna insospettabile, con la quale non ho mai avuto grossi rapporti di amicizia, e che ho ovviamente perso di vista in questi anni, vista la simpatia e l’affinità che mai era nata tra noi.
Ho sognato il suo volto in modo chiaro e definito, ma anche la sua fisionomia, riprodotta forse meno fedelmente.
Ho sognato che mi ha salutata con entusiasmo, come d’altronde io ho fatto con lei, ma era tutto un po’ forzato e palesemente surreale, perché nessuno delle almeno dieci persone attorno ci ha chiesto come facevamo a conoscerci.
L’interpretazione dei sogni è a mio avviso un’impresa impossibile, fallimentare in origine, poiché innumerevoli sono i fattori che influenzano la fase onirica e ancor di più sono quelli inconsapevoli, dei quali non ci rendiamo nemmeno conto, non conoscendone spesso l’esistenza.

In realtà il mio caso è un po’ a sé, in quanto, al di là del volto poco significativo risalente al periodo della scuola superiore, so benissimo il motivo per cui sogno quel luogo e quelle persone. È una ragione che faccio fatica a confessare a me stessa, è una ragione di cui sono cosciente ma il cui confronto tento di evitare.

Vorrei poter dare ai miei sogni l’interpretazione che meritano, ma credo che a volte sia meglio lasciar correre, non andare tanto a fondo… Ciò significherebbe dare a certi pensieri troppa importanza.
Sono immagini notturne, è facile viverle e poi dimenticarle, purché non riaffiorino insistenti anche sotto la luce del sole. I sogni ad occhi aperti sono ancora più pericolosi e non so quanto riuscirei a conviverci.

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Magritte – Golconda

Diario di viaggio: Strasburgo [Parte III]

Ho pensato di creare un capitolo a parte in questo diario di viaggio- o diario di una missione, che fa più cool- per dedicarlo alle scoperte gastronomiche immancabili durante un soggiorno in Francia.
Per l’aspetto enologico non sono purtroppo la persona più adatta e l’unica bevanda che ho provato, oltre all’acqua Vittel o Perrier, è stato il sidro, assaggiato durante la mia DSC_0938.JPGprima cena. Ho mangiato a La Plouzinette, o Creperie Breton (l’insegna riportava due nomi), in Place Saint-Etienne, uno di quegli adorabili angoletti di cui vi accennavo nei post precedenti, poco distante dalla cattedrale. Specialità del locale, piccolo ma curato in ogni dettaglio, crêpes di tutti i generi. E non si tratta delle crêpes cui siamo, o almeno sono, abituati in Italia, dal sapore delicato e ripiene come dei cannelloni, sovrastate poi da besciamella (e sono buonissime anche queste, ben inteso!), ma di crêpes più consistenti, realizzate con una farina probabilmente integrale, a giudicare dal colore scuro dell’impasto, e presentate semiaperte sul piatto. Io ho ordinato una crêpe tradizionale con jambon e comtè e mi sono poi lasciata tentare dalle proposte dolci, dividendo con il mio commensale una crêpes al caramello salato ed una ripiena di crema di nocciole locale.

Tra le raccomandazioni gastronomiche ricevute prima della partenza, non ho assecondato quella della quiche, a me e al mio stomaco già ben nota da Roma. Ho però voluto provare la famosa tarte flambé, ordinata nello specifico nella versione gratinee, ovvero con emmentaler in aggiunta agli ingredienti tradizionali: cipolla, pancetta e comtè. Si tratta di una sorta di pizza che è però molto più sottile e leggera, una sorta di crepe più croccante e consistente, ed è una vera specialità alsaziana. L’ho mangiata al Bistrot des Compains, a due passi dalla Petit France.

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Chi mi conosce sa bene che non esiste cibo più degno di essere chiamato tale se non i dolci, quindi mi sono concessa una pausa pranzo al Parc de l’Orangerie, degustando i tipici savoiarde della patisserie Patrick seduta su una panchina con vista lago.

L’esperienza croissant era già stata fatta a Parigi e debbo ammettere che Strasburgo ha riconfermato tutte le mie convinzioni: evviva i croissant e il pane francesi, evviva il burro usato come se non ci fosse un domani! D’altronde non mangio cornetti francesi tutte le mattine, quindi un’esplosione di fragranza e dolcezza, seppur provocata da ingenti quantità di burro, vale la pena di essere vissuta quando si è in suolo francese.

Riporto infine a casa altri fondamentali ricordi culinari di questa terra che, bisogna ammetterlo, in campo gastronomico sa il fatto suo. Formaggi e macarons sono stati preferiti al vino o al foie gras, più che altro per esigenze legate al bagaglio a mano del mio volo e a questioni di gradimento personale (…ma a chi piace veramente il foie gras?! Conosco solo pochissime persone e due di queste – ahimè – me lo sono ritrovate in famiglia).

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La Francia per me non è finita qui e oltre all’Alsazia ho nei miei futuri progetti di viaggio la Loira, la Provenza, la Normandia e la Bretagna, magari on the road, magari in bicicletta… Magari quando avrò un mese intero di tempo libero! 😉

Diario di viaggio: Strasburgo [Parte II]

Ci siamo lasciati con l’immagine dell’universo veloce e movimentato del Parlamento europeo, dove le ore passano come minuti e il mondo esterno sembra un meraviglioso quadro impressionista da contemplare da dietro una parete di vetro. Ora veniamo alla mia vera passione: visitare e scoprire il mondo.

Strasburgo città.

Strasburgo è una cittadina deliziosa, dall’architettura tipica della regione dell’Alsazia e dal fascino fiabesco, oltre che indiscutibilmente romantico.
L’arrivo alla Place de la Gare aveva già posto chiaramente le carte in tavola e alla fine di ogni giornata lavorativa non vedo l’ora di percorrere la strada lungo il canale che mi avrebbe portata verso il centro.
Il tempo di percorrenza dalle Istituzioni Europee alla zona della cattedrale è di circa 25 minuti, ma per me ogni passo corrisponde praticamente ad una fotografia – non posso farne a meno – e la passeggiata dura in sostanza 45 minuti pieni.
Ma si sa, e io ho sempre sostenuto che, la bellezza del viaggio sta (anche) nel tragitto e non solo nella destinazione…

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Lungo il famoso canale è meraviglioso godersi la tranquillità delle persone che passeggiano, di coloro che vanno in bici, o di quelli che sono seduti sulle sponde del fiume stesso. E che dire delle casette che si specchiano nelle acque e sembrano essere dipinte dalla mano di un pittore impressionista, quasi non paiono reali?
La piazza della cattedrale è un altro spettacolo per gli occhi e per il cuore. Notre Dame de Strasbourg è una delle tante “Nostre Signore” sparse per la Francia, ma, se non fosse per la popolarità, non avrebbe nulla da invidiare alla sua famosa sorella di Parigi. L’interno, che riesco a visitare nel mio ultimo giorno di permanenza in città, lascia davvero a bocca aperta per i rosoni, le finestre, le innumerevoli guglie, i dettagli gotici così spiccati e le altezze così svettanti. Per non parlare delle navate laterali dell’imponente costruzione, ammirabili dall’esterno nelle piazzette ricavate lungo i bordi della cattedrale, ancora più magnifica perché nascosta: non si riuscirà mai ad ammirarla nella sua interezza, non essendo preceduta da una piazza di uguali dimensioni. Un po’ come mi è accaduto per la cattedrale di Siviglia, si rimane basiti dalla scala possente di questi edifici, totalmente sproporzionati rispetto al resto delle architetture cittadine.

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Il fascino di Strasburgo sta in modo particolare nella sua disposizione lungo diversi canali, attraversati da ponticelli pittoreschi e circondati da casette ancora più adorabili. La zona prediletta per scoprire le casette in stile Hansel & Grethel, paragone che effettivamente rende l’Alsazia assimilabile ad una regione tedesca, è il quartiere della Petit France. Qui ho scovato degli angoletti veramente splendidi, dei vicoli e delle piazzette che possono non possono commentarsi a parole, tanto speciale è la loro bellezza. Questa è ovviamente l’area prediletta per le fotografie – oltre a quelle che già scattavo nel percorso dal Parlamento al centro, ricordate? – e non ci si può esimere dall’immortalare un quartiere che già di per sè sembra essere congelato in un’epoca – che dico! In una dimensione – diversa, dove lo scorrere del tempo si è arrestato da un pezzo.

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Non solo nella Petit France si scoprono scorci da immortalare, poiché la città, o almeno il centro, è totalmente una location da fiaba, e questo impone di camminare con lo sguardo sempre in alto, per non perdere la magia dell’aria. Magic is in the air… Ed è proprio vero: Magic is in Strasbourg.

 

Diario di viaggio: Strasburgo [Parte I]

Questo non è un semplice diario di viaggio.
Questo è il resoconto di una missione. E, badate bene, non si tratta di una missione per salvare il mondo. Non che non ne abbia le capacità, ma la responsabilità sarebbe troppo gravosa per la mia giovane età… 😛

Va bene, bando agli scherzi (perché spero abbiate capito che stessi scherzando) e veniamo a noi.

Arrivo. 

Il giorno del mio arrivo alla Gare Central non posso dire di avere i minuti contati, ma certo debbo affrettarmi per raggiungere la collega che mi aspetta in Parlamento al fine di espletare le procedure di accredito e registrazione.
Riesco comunque a formularmi una vaga idea, poi confermata, della tipologia di città che mi attenderà nei giorni successivi. La Place de la Gare mi fa subito un’ottima impressione: tanta gente, tanti giovani, tanta vita in giro. Tante biciclette. E le architetture… Già parlano da sole, ma ancora non dicono niente rispetto a quello che mi racconteranno nel pieno centro della città…

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Il Parlamento Europeo a Strasburgo

Il Parlamento Europeo di Strasburgo, dove si svolgerà gran parte delle mie giornate, è esternamente proprio come appare in televisione, capeggiato dalle bandiere dei 28 Paesi membri. Abituata alle sedi stratosferiche di Google, Salesforce ed Ebay, che ho avuto la fortuna di visitare a Dublino (ne parlo qui), non mi meraviglio della modernità e degli spazi aperti dell’edificio. Devo tuttavia ammettere che la disposizione dei piani e la sua struttura architettonica è particolarmente interessante ed affascinante. L’emiciclo, dove DSC_0945una volta al mese si tiene la seduta plenaria degli eurodeputati, è infatti ospitato in un edificio arioso, totalmente a vetri, fatto di ponti, corridoi aperti che si vedono da tutti i piani ed ascensori trasparenti in stile nave da crociera. I vari piani sembrano sospesi nel vuoto, come d’altronde lo sono le colonne di piante che si calano dal soffitto nella parte centrale dell’edificio, la parte attraversata dalle passerelle. Di ponti interni e, per l’appunto, passerelle, come quella famosa che attraversa il fiume e conduce all’emiciclo, ve ne sono diversi. Ma la bellezza sta nella quantità di gente che è continuamente in giro, che cammina per i corridoi e che transita nelle caffetterie, nelle sale riunioni, negli studi, per le scale mobili e per i tornelli di ingresso sotto gli occhi vigili del personale di sicurezza. Si respira un’aria di business, di una ordinata frenesia e dinamicità che contrasta con la lentezza avvertita in città, da contemplare nei riflessi delle case prodotti lungo i canali. I funzionari parlano al telefono, gli assistenti corrono dietro ai deputati per aggiornarli sulle novità di un dossier, persone che trasportano sul petto cartelline o documenti vanno da sole e dritte come un treno perché sono in ritardo al loro prossimo appuntamento, in un luogo in cui le riunioni, le assemblee, i meeting, le registrazioni e le conferenze stampa si susseguono una dietro l’altra senza un attimo di respiro e con frenetica regolarità.
È sicuramente un mondo a sé, un polo di lavoro molto movimentato, multietnico e multiculturale, aperto e veloce, come effettivamente l’Europa stessa dovrebbe essere.

Accanto al Parlamento, nella zona dedicata alle istituzioni europee, sorge il Consiglio d’Europa, e poco più in là si apre il bellissimo Parc dell’Orangerie, dove trascorro una pausa pranzo rilassata, in pieno silenzio e riverente contemplazione, distante dal continuo viavai, a tratti soffocante, di giacche, cravatte e tacchi che ininterrottamente si muovono tra gli ambienti del Parlamento.

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Vi aspetto al prossimo post per scoprire di più su Strasburgo città e auguro a tutti i lettori una felice domenica di PasquaRisultati immagini per icon easter egg

Un anno fa, c’eri tu.

E’ arrivato il giorno 11. Di già.
E’ già arrivato. E’ già passato un anno dal giorno 11 di un anno fa.

La prima cosa che ricordo nitidamente è il tuo abbraccio, forte ed affettuoso allo stesso tempo, con quel pancione che mi metteva tanta simpatia e quegli occhi celesti così buoni e dolci…

Gli occhi, gli stessi che ritrovo sulla tua foto, ma che non riesco nemmeno a guardare troppo a lungo. La vista si riempie di lacrime e come un velo queste annebbiano il mio sguardo. Ogni cosa perde forma, perde il suo vero colore.

Quando tutto sembra non avere più alcun senso, riaffiora la tua immagine dall’abisso dei ricordi e ti vedo di nuovo come per sempre avrei voluto vederti.

Porti una camicia a maniche corte ed un calzoncino fino al ginocchio. Sorridi, un po’ abbattuto forse, ma mai troppo debole. Il cappello e la sua visiera non possono mancare, così come il tuo fedele compagno di passeggiate, prima Sissi e poi Winnie, quando riuscivi ancora a muoverti senza sforzo. Uscivi. Uscivi per portare a spasso il cane, per fare la spesa, andare al mercato o accompagnare i nipoti a scuola. E venivi a trovarci al mare, ci salutavi al di là della recinzione, quando sull’altalena passavo ancora tutte le mie giornate.

In fondo adesso cosa cambia? Quei tempi sono passati da anni, e quegli anni sono ormai andati via col tempo. L’assenza già c’era, prolungata ma mai infinita. Troppo a lungo siamo stati distanti, troppo tardi quando ce n’era bisogno… In fondo cosa costava una telefonata? Noia, pigrizia, scarsa forza di volontà. Minuti preziosi da dedicare a qualcuno che non è meno prezioso di noi. Qualcuno che non è invincibile, qualcuno che non ci sarà per sempre.

Niente è più importante, niente è così essenziale. Tutto collassa, tutto sprofonda in un baratro. Ciò che conta, spesso non c’è più.

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