Tutte le strade portano a Roma

Le strade del signore sono infinite. Ma non crediate che a Roma sia tanto diverso.
Sono 24 anni che vivo in questa città e ancora ci sono strade che non ho mai percorso, quartieri che non ho mai frequentato e zone che non ho mai conosciuto.
Sarà che ognuno costruisce la propria vita intorno alle sue esigenze, alla sua famiglia, alle amicizie, al lavoro e, al di là delle aree più o meno rinomate per lo shopping, il passeggio, i locali notturni, non sempre si ha occasione di familiarizzare con parti di città con cui non si coltivano legami.
Il risultato è stato che ieri, quando il navigatore mi ha condotto attraverso alcune strade per me ignote, mi sono stupita di quanto Roma possa essere diversa nel raggio di qualche chilometro. Innumerevoli sono i volti di questa città, molteplici le manifestazioni, incredibile anche la folla umana che popola zone così differenti e che le riflette indubbiamente nel modo di vivere quotidiano, nel modo di camminare sui marciapiedi, nel modo di guidare credendosi i padroni del regno, nel modo di conversare animatamente con il proprio vicino di passeggio. Nel modo di parcheggiare o posteggiare in doppia fila! Davvero cose dell'altro mondo. E le previsioni del tempo? Completamente sballate da zona a zona.
"Ma qui da me non è piovuto", una tipica frase che può essere estrapolata da una conversazione tra due romani qualunque.
Gli eterni stereotipi di Roma nord e Roma sud, gli imbattibili 80 km di GRA, che in altre località d'Italia corrispondono alla distanza tra due province.
Il lido di Roma, Ostia, per fare in modo che la capitale affacci sul mare ("Mamma, ma Roma è bagnata dal mare?" Vi sfido a rispondere ad una domanda simile), sebbene Ostia sia quasi una cittadina a sé per le sue vaste dimensioni.
Eppure siamo sempre qui, siamo sempre a Roma. Capitale e capitana. Città eterna e caput mundi.
In fondo "tutte le strade portano a Roma", così si dice? Ma Roma stessa porta ad infinite strade, al suo interno e fuori di essa, strade tutte da scoprire.
Roma, città dai mille universi. Direi che è il luogo che fa effettivamente al caso mio.

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(Sopra)vvivere a Roma e sopravvivere alla pioggia – parte #2

Continua da: (Sopra)vvivere a Roma e sopravvivere alla pioggia -parte #1

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La mensa è forse l’unica nota positiva della giornata. Non sempre ci sono piatti di mio gradimento: spesso trovo la carne, sughi che non mi attirano.
Oggi fare pausa pranzo alle 13 con un bel piatto di tagliolini al limone è sicuramente una piacevole sorpresa.

Ma l’umore scende di nuovo sotto le scarpe (bagnate) all’apertura dell’armadietto, riesumando i vestiti che, contro ogni speranza, sono nelle stesse condizioni della mattina.
Mi vesto controvoglia, i brividi mi si arrampicano sulla pelle, asciutta e calda ancora per poco.
I calzini, bagnati, entrano nelle scarpe, bagnate, ed una spiacevole sensazione di umidità mi avvolge tutto il corpo, la pelle trema e le le dura dei piedi si raggrinziscono.

Almeno fuori non piove. I mezzi pubblici questa mattina non mi hanno dato problemi, potrò presto tornare a casa e, nonostante sia uscita più tardi, potrò recuperare il tempo speso in ufficio…
45 minuti per 10 chilometri, 25 minuti per un autobus che normalmente ha la frequenza di 5 minuti a corsa. E non sono neanche abbastanza.

Quando decido di incamminarmi verso la metro – la strada sarà pure lunga, ma tutto sommato è in discesa – prometto di non arrabbiarmi se dovessi vedere l’autobus sfrecciarmi davanti, passato al 36esimo minuto di attesa. Questo non succede ed in 20 minuti di camminata non c’è l’ombra del 913… Una soddisfazione, dopo tutto. Ho fatto la cosa giusta.

E mentre l’umidità mi sale dai piedi alla vita, dalla vita ai capelli, mentre sento di fare già tardi, visto che sono le otto passate e non sono lontanamente vicina a casa, mentre ascolto, camminando in fretta, un ragazzo parlare di 80 e 93, gli autobus che transitano sotto casa mia, è in questo momento che provo pietà per me e mi sento uno straccio di fronte al mondo.

Questo giorno non dovrà essere dimenticato.
Questo giorno non potrà cadere nell’oblio.
Ecco che dovrà passare alla storia ed essere ribattezzato come:

“Il venerdì nero della Golden Medal Street”.

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(Sopra)vvivere a Roma e sopravvivere alla pioggia – parte #1

Non voglio che abbiate pena di me. Non sono in condizioni tali.
Non chiedo che proviate compassione.
La mia situazione non è poi così irrecuperabile.

Ma io almeno sì, un po’ di pena me la faccio. Alla fine di un venerdì da dimenticare.

La giornata non è certo iniziata nel migliore dei modi.
Non ha smesso di piovere tutta la notte e, quando esco di casa, il tempo non ha intenzione di cambiare programma.
La poggia a Roma si trasforma in una equazione che non ha incognite, ma un risultato certo e prevedibile: la città va in tilt.
Code interminabili di autovetture procedono a passo d’uomo sul GRA, intasando le uscite delle statali e non lasciando vie di scampo. Se dipinta, la città dall’alto apparirebbe come una distesa di carrozzerie colorate, contenitori a forma di macchine occupati da una sola persona.
Anche qui la matematica diventa ovviamente una opinione ed impieghiamo la bellezza di 45 minuti per percorrere meno di 10 km.
Adesso inizia l’avventura sulle rotaie, ma bisogna dire che la situazione a bordo dei mezzi pubblici è piuttosto accettabile: trovo posto a sedere ed i tempi di attesa non sono infiniti.
Il colpo di scena che rovina tutto il film (un film che tutto sommato non è un granché sin dall’inizio) arriva puntualmente all’uscita della metro, in direzione fermata dell’autobus, quando la pioggia si trasforma in una fitta cascata d’acqua, rumorosa ed insistente, con goccioloni simili a pietre compresi.
L’autobus, grazie a chissà dire quale benedizione, non si fa attendere molto. Giusto il tempo per inzupparmi da capo a piedi, metro aspetto lungo una strada che è divenuta un fiume in piena.
L’ombrello, che, poverino, ha fatto quel che poteva, è anche al suo primo giorno di lavoro. I meccanismi di apertura e chiusura sono così nuovi che faccio fatica a richiuderli salendo sulla vettura, guadagnandomi i rimproveri sotto voce di alcuni altri passeggeri, esauriti quanto me.

Scesa dal bus, stessa storia.
In pieno rispetto della legge di Murphy, la tempesta infuria lungo il tragitto a piedi verso l’ufficio e le parti del corpo che erano state risparmiate dalla pioggia si inzuppano ora in pochi istanti.
Passo la sicurezza, entro finalmente in hotel, trafelata e con i capelli arruffati (capelli che costituiscono un mio problema già in condizioni normali e che con la pioggia diventano indomabili).
Mi dirigo verso gli spogliatoi, mi tolgo con soddisfazione gli indumenti bagnati di dosso e li ripongo nell’armadietto, con la speranza che possano asciugarsi alla fine della giornata. In realtà si tratta di una pura illusione, visto che l’armadietto non è né esposto al sole, né collocato in un ambiente arieggiato in qualche modo.
Ma a parte questo mi cambio, mi sistemo i capelli, sono pronta per iniziare.

Le 9.30.
Sono anche in orario. La missione escidicasaconlapioggia-affrontailtrafficodiRoma-sopravvivisuimezzipubblicidellacapitale-arrivainufficiopuntualeepresentabile è riuscita. Con i tempi un po’ stretti, ma non in ritardo, dopotutto.
E allora perché dovrei fare pena?
L’avventura non è finita qui ragazzi…

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…TO BE CONTINUED

La ragazza con le cuffie alle orecchie e l’uomo che ha aperto il finestrino. 

Oggi mi sono sentita in imbarazzo. Tremendamente in imbarazzo. Senza mezze misure.

Sono sull’autobus, tale 23, che tra l’altro non prenderò mai più, nonostante sia una delle linee storiche di Roma (o forse proprio per questo), e sto in piedi, appoggiata al corrimano.
C’è gente e ad ogni fermata la vettura si popola sempre di più: tanti salgono, pochi scendono. Ecco che noi passeggeri ci ritroviamo ad una distanza ravvicinata l’uno con l’altro ed iniziamo ad accusare l’aria sudata e maleodorante del bus. Io personalmente sento anche molto caldo. Mi guardo intorno e noto che non tutti i finestrini sono aperti, dunque mi rivolgo ad una ragazza davanti a me, peraltro anche molto carina, con un outfit niente male, ma con un paio di dannate cuffie nelle orecchie. Inutile dire che al mio “signorina, scusi…” non si gira minimamente. Riprovo a voce un po’ più alta, esordisco nello stesso stile, adesso anche gli altri passeggeri sentono e, di fronte alla sua totale e ripetuta indifferenza, si diffonde una ilarità generalizzata. Qualcuno fa spallucce, altri indicano il finestrino e fanno cenno di essere d’accordo con me, ma al momento nessuno si fa avanti per far entrare una boccata d’aria fresca. D’altronde è la signorina in cuffia la più vicina e comoda rispetto al famoso finestrino serrato, dunque dovrebbe essere lei a darmi retta.
Ad ogni modo mi rassegno, ma non ho ancora idea del tempo infinito che avremo passato intrappolati nell’autobus e nel traffico di Lungotevere.
Quando il caldo diventa sempre più insostenibile e l’aria ancora più puzzolente, riparto all’attacco. Stavolta evito il “signorina” e proferisco solo uno “scusi” con voce più decisa della volta precedente. Sapete come ha reagito? Ecco, bravi, avete indovinato. Intanto si diffonde un’eco del tipo “è fuori dal mondo” o “è troppo isolata con queste cuffie” giacché la causa del finestrino serrato è diventata di interesse pubblico. Non demordo, mi avvicino alla ragazza e le do un colpetto discreto sulla spalla per richiamare la sua attenzione. Avrà pensato che fosse un semplice scombussolamento dato dal movimento dell’autobus – non ne ho idea – ma niente, nessuna reazione nemmeno dietro sollecitazione fisica.
Mi arrendo, mi metto l’anima in pace.
Devo aver manifestato una sensazione di tale sconfitta sul volto che un uomo accanto alla famosa ragazza in cuffie mi guarda e mi sorride. Si fa avanti verso il finestrino, ovviamente non tanto facilmente raggiungibile dalla sua posizione, si butta su un lato e trascina il finestrino della vettura verso destra affinché si apra.

Ha due moncherini al posto delle braccia.

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