Starway to Heaven – Imago, Hotel Hassler

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L’esperienza in un ristorante stellato è assai difficile da descrivere a parole.
Le foto aiutano in questo caso – pensate che fino a qualche anno fa nei ristoranti di un certo livello era vietato fotografare i piatti – e Instagram, il social network eletto strumento d’eccellenza per l’enogastronomia, lo dimostra ampiamente.

Vi lascio pertanto una galleria di immagini che comunque non riusciranno mai a sostituire l’emozione di ammirare ed assaggiare quei piatti, ma anche di sedere di fronte ad una vista invidiabile, come se si fosse ospiti di un cinema esclusivo con un panorama mozzafiato incorniciato in un maxi schermo ad alta definizione e in 3 dimensioni.
A dir la verità, il tavolo a noi riservato, e la poltrona a me concessa dal personale di sala, faceva un tête-à-tête con San Pietro, così vicino ed imponente di fronte a me da avere l’impressione di poterlo quasi raggiungere in salto. Ma non c’è solo quella cupola: ci sono i tetti di Roma, il monumento a Vittorio Emanuele, il Quirinale, la luminosa magia del centro storico estendersi in lungo e in largo, per non parlare di Trinità dei Monti che sarebbe da toccare con le dita se solo ci si potesse affacciare da quella splendida terrazza.

Una location incantevole, senza dubbio. Come da foto, ma anche di più.
Il ristorante è raccolto, molto intimo, e non ha quel traboccante sfarzo che può disgustare; è al tempo stesso misurato, elegante e raffinato, così come tutto lo staff di sala che ci ha serviti ed assistiti con una maestria unica.
Nessun dettaglio è lasciato al caso, niente sbavature, nessuna frizione.
La cura con la quale veniamo accolti al tavolo, consigliati, fatti sentire completamente a nostro agio (e non fuori posto come potrebbe facilmente avvenire in un luogo del genere) è notevole e probabilmente uno dei fattori fondamentali che rendono Imago un indirizzo stellato.

Immagino che la gestione della sala abbia la sua rilevanza all’interno della valutazione complessiva di un ristorante, ma di certo non può mancare l’anima del ristorante stesso: la sua cucina.
Inutile sottolineare che il menù degustazione è l’opera principe dello chef (Francesco Apreda, qui su Instagram, molto cortese nel suo giro tra i tavoli per conoscere gli ospiti della serata) e in un certo senso la dichiarazione di intenti del ristorante. Impossibile non provarlo e impossibile non rimanerne sbalorditi.
Partiamo dal presupposto che i piatti serviti non hanno niente – o poco – a che fare con i sapori più o meno tradizionali cui siamo abituati. Si tratta di pietanze che sembrano appartenere ad un altro pianeta, nelle quali stupisce, al di là della magnifica presentazione visiva e magistrale composizione a mo’ di opera d’arte, l’accostamento di sapori, consistenze, sentori, scioglievolezze.
Il risultato che ne deriva è alchimia pura. Esattamente come un quadro può trasferire mille svariate sensazioni, più o meno coincidenti con le intenzioni del pittore, così un piatto sprigiona un susseguirsi di Emozioni, non confinate, ovviamente, solo al palato e alla dimensione sensoriale del gusto. Sarà che sono sensibile, sarà che mi emoziono facilmente, sarà che vivere i momenti con le persone giuste amplifica la nostra capacità di avvertire e provare sentimenti, ma io mi sono commossa assaggiando ognuna di quelle meraviglie.

Non c’è cosa più bella che rendere nostra una esperienza fatta di stimoli esterni e trasformarla in una Esperienza intima, anche qui con la E maiuscola, per rielaborarla con il nostro occhio interiore e percepirla nella sua Essenza. Un po’ come si fa con uno splendido tramonto, o di fronte ad un paesaggio, ad una bellezza naturale e alle più svariate forme d’arte e manifestazioni cultuali.

Emozione, Esperienza, Essenza. Ciò che ti lascia una serata in un ristorante stellato e dove una scrutatrice di universi come me non avrebbe potuto non esserne trasportata.

Non esagero quando sostengo che certi vissuti ti rimangono addosso, esercitano un potere su di te che va oltre il singolo momento in cui tale potere prende forma. Ti accompagnano per le ore a venire, per i giorni seguenti, e forse non ti abbandoneranno mai… come in un meraviglioso sogno dal quale non vorremo mai risvegliarci.

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Dove la porto signorina? Su una stella…

Quando, nella famosa scena del Titanic (famosa perchè l’ho vista 350 volte o perchè è universalmente nota al pubblico di spettatori?), Rose chiede a Jack di essere condotta su una stella, risulta chiaro che il suo riferimento è legato certamente ad un ristorante stellato. Utilizzando altre parole, la sua richiesta sarebbe stata formulata più o meno così: “Jack, mi porti a cena in un ristorante con una stella Michelin?”

Povero Jack (ehi, non lo sto difendendo perchè è Leo, beninteso): in una nave in mezzo all’oceano il desiderio della sua amata sarebbe davvero irrealizzabile. Non si può dire la stessa cosa a Roma, fortunatamente, dove il panorama dell’alta ristorazione e della gastronomia gourmet è assai vivace e variegato, nonostante questa consapevolezza non sia ben diffusa tra i suoi cittadini.

La capitale offre almeno una ventina di indirizzi insigniti del prestigioso riconoscimento Michelin (1 stella), un ristorante con 2 stelle Michelin (Il Pagliaccio) e quella insuperabile terrazza che domina sfarzosamente la bella Roma e custodisce la cucina esclusiva e raffinata dello chef Heinz Beck, anima de La Pergola (3 stelle Michelin).

Ora, io parlo de La Pergola in questi termini perchè la critica fa frequentemente utilizzo di simili aggettivi per descrivere l’essenza dell’arte culinaria del Maestro, ma purtroppo non ne ho mai fatto piena esperienza diretta. A dir la verità, ho avuto la fortuna di assaggiare il delizioso dessert mostrato in foto e che loro chiamano qualcosa come Sfera ai frutti rossi. E che ve lo dico a fare? Pura libidine.

Ho ancora un conto in sospeso con i Fagottelli, piatto cult, storico e distintivo del ristorante, ma temo che rimarranno una lontana e nostalgica fantasia, e magari riuscirò a degustarli solo quando li avranno rimossi dal menù… se mai lo faranno.

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Ma veniamo a noi, anche perchè Rose non è stata così pretenziosa. Si sarebbe accontentata di una sola stella Michelin, se solo il mio adorato Jack fosse ancora vivo (no no, non sto piangendo, e non  ho nemmeno mai pensato di scrivere 3/4/5 finali alternativi del Titanic e consegnarli a James Cameron per la proposta di un rifacimento… MAI FATTO, GIURO!).

Torniamo con i piedi per terra, ma concediamoci per una sera di volare alti nel cielo. Una cena in un ristorante stellato, infatti, è un’esperienza che ognuno di noi, amante o non amante della cucina, esperto o non esperto in materia, dovrebbe provare.

Ve la racconto a breve nel prossimo post… Intanto vado a riscrivere la sceneggiatura del Titanic, senza quel maledetto Iceberg!

Roma tempestosa.

Vorrei riproporre qualche estratto di un post che mi è tornato in mente proprio la scorsa mattina, di fronte allo scenario devastante nel quale mi sono svegliata e nel quale si è risvegliata tutta la capitale.

Questo richiamo dimostra come nubifragi da allerta meteo non ricorrano, fortunatamente, in maniera così frequente nella nostra città, ma è al tempo stesso testimonianza indelebile di come le reazioni e le conseguenze di tali eventi siano esattamente identiche nel corso degli anni.

Per la rubrica: spesso ritornano.

LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA.

Questa mattina Roma sembrava una nave pirata in balia della tempesta.
Urge un chiarimento etimologico dei termini di questa “definizione”.

Nave. Con le strade completamente allagate, depressioni profonde più della Fossa delle Marianne stracolme d’acqua piovana, marciapiedi inondati ed impraticabili, con i lampi che ogni tanto squarciavano il cielo, i fulmini che illuminavano la giornata ancora inghiottitta dalle tenebre notturne, Roma pareva essere in bilico, inclinata prima da una parte e poi dall’altra, proprio come un’imbarcazione in preda alle onde più selvagge, incontrollabili, devastanti.

Pirata. Con le strade allagate di cui sopra, automobilisti, motociclisti e qualunque altro utente della strada si sono esibiti nelle loro migliori performance: parcheggi impossibili, cambi di corsia improbabili, passaggi ad altissima velocità su pozze d’acqua nelle quali rischiavano anche di affondare, slalom assurdi da parte dei motorini più impavidi, autobili ferme, con il motore spento, in quelle stesse pozze di prima… Il panico. […]

Tempesta. Beh, non c’è bisogno di aggiungere altro. Mi è bastato guardar fuori dalla finestra stamattina e trovarmi davanti un infuriato cielo stile The Day After Tomorrow per realizzare che “tempesta” non era nemmeno la parola più adatta per definire la giornata.

Fortunatamente, nel primo pomeriggio, la nave pirata ha assunto le sembianze di una pacata barca a vela, cullata da un mare più calmo.
Ed è sopraggiunta la quiete, si è fatto strada il sereno, anche se solo per pochi minuti.
Il cielo si è aperto, uno spicchio di sole è spuntato fuori e le nuvole si sono pian piano schiarite. Con lo sguardo rivolto verso questo scenario, mi sono concessa una lunga passeggiata, assaporando la bellezza di quel momento, appena successivo ai tuoni, ai lampi, all’incessante pioggia, godendo appieno di quella pace, ancora più sentita grazie alla solitudine che mi circondava, poichè non ho incontrato nessuno sul mio percorso.

Non una parola ha interrotto l’armonia di quel cammino, in cui sentivo solo il rumore dei miei passi e l’ansimare del mio respiro; non un suono, se non l’ululare del vento, ha potuto distogliere la mia attenzione dal cielo che mi sovrastava e mi trasmetteva una instabile, eppur piacevole, sensazione di serenità. […]

La quiete dopo la tempesta non è durata a lungo, ma che bella che è stata.

Tutte le strade portano a Roma

Le strade del signore sono infinite. Ma non crediate che a Roma sia tanto diverso.
Sono 24 anni che vivo in questa città e ancora ci sono strade che non ho mai percorso, quartieri che non ho mai frequentato e zone che non ho mai conosciuto.
Sarà che ognuno costruisce la propria vita intorno alle sue esigenze, alla sua famiglia, alle amicizie, al lavoro e, al di là delle aree più o meno rinomate per lo shopping, il passeggio, i locali notturni, non sempre si ha occasione di familiarizzare con parti di città con cui non si coltivano legami.
Il risultato è stato che ieri, quando il navigatore mi ha condotto attraverso alcune strade per me ignote, mi sono stupita di quanto Roma possa essere diversa nel raggio di qualche chilometro. Innumerevoli sono i volti di questa città, molteplici le manifestazioni, incredibile anche la folla umana che popola zone così differenti e che le riflette indubbiamente nel modo di vivere quotidiano, nel modo di camminare sui marciapiedi, nel modo di guidare credendosi i padroni del regno, nel modo di conversare animatamente con il proprio vicino di passeggio. Nel modo di parcheggiare o posteggiare in doppia fila! Davvero cose dell'altro mondo. E le previsioni del tempo? Completamente sballate da zona a zona.
"Ma qui da me non è piovuto", una tipica frase che può essere estrapolata da una conversazione tra due romani qualunque.
Gli eterni stereotipi di Roma nord e Roma sud, gli imbattibili 80 km di GRA, che in altre località d'Italia corrispondono alla distanza tra due province.
Il lido di Roma, Ostia, per fare in modo che la capitale affacci sul mare ("Mamma, ma Roma è bagnata dal mare?" Vi sfido a rispondere ad una domanda simile), sebbene Ostia sia quasi una cittadina a sé per le sue vaste dimensioni.
Eppure siamo sempre qui, siamo sempre a Roma. Capitale e capitana. Città eterna e caput mundi.
In fondo "tutte le strade portano a Roma", così si dice? Ma Roma stessa porta ad infinite strade, al suo interno e fuori di essa, strade tutte da scoprire.
Roma, città dai mille universi. Direi che è il luogo che fa effettivamente al caso mio.

Ai bordi di periferia, dove l’aria è popolare…

Non li ho mai apprezzati sul serio.
Ma ieri, mentre viaggiavo ad un orario insolito sulla metropolitana B, nella tratta in cui, dopo la fermata Piramide, questo mostro meccanico esce dal sottosuolo, non ho potuto fare a meno di osservarli con una certa ammirazione.

I raggi di sole penetravano dal finestrino di fronte al mio posto a sedere e coloravano di una luce magica tutti quegli edifici alti, di periferia, quei palazzoni della Garbatella, senza nemmeno un balcone, ma con i panni stesi all’antica fuori dal davanzale. Punteggiati di finestre con vista binari e cullati dal silenzio di un treno in corsa.

Ce l’avemo solo noi… Direbbe qualche mio concittadino molto orgoglioso di esserlo. Ma in effetti è difficile dargli torto.

Non li ho mai apprezzati sul serio, ma questi palazzi che sanno di borgata, dall’architettura così anonima eppure così tipica dei quartieri rionali, hanno un qualcosa di particolare. Definiscono Roma e la rendono una città dai mille volti, le mille sfumature, dall’imponenza degli edifici in centro, alla semplicità povera e disarmante delle periferie che a tratti sono rimaste come una volta… Compresi i treni, con i loro vagoni ultradatati che conservano la storia di chi li ha costruiti.

È Roma, è la mia città. Dopotutto, è una grande città.

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Gazometro, Roma

Sul tram – anche se non è autunno.  

Il tram. Che strana parola. Non suona nemmeno italiana con questa finale in consonante. D’altronde anche autobus non termina in vocale, ma sembra più familiare.

Il tram. Era un vita che non lo prendevo. E non ricordo nemmeno l’ultima volta che vi sono salita, sempre che ci sia mai stata una volta.

Il tram. Un’esperienza. In certe zone di Roma non che può essere l’unico mezzo di trasporto possibile, così integrato con tutto il tessuto urbano, le piazzole strette in mezzo ai viali, i binari con gli attraversamenti pedonali.

Il tram. Quello sottile e lungo, rialzato di almeno tre grossi gradini dalla strada. Quello verde con la scritta arancione, che sa di vettura d’altri tempi, anche se di vagoni vetusti e treni datati a Roma se ne incontrano ancora.

Il tram. Un fascino autunnale, l’immagine dei binari dipinti di giallo ed arancione lungo viali alberati che piangono foglie. I passeggeri con cappello e cappotti, le zone di Roma più residenziali, l’ora tarda del giorno che precede il rientro in casa.

Il tram. Una musica jazz che accompagna il viaggio, sottofondo di un film che altro non è che una città in cartolina, incorniciata dai finestroni del vagone. Il Bioparco, Valle Giulia, le Belle Arti e Viale Liegi: scene indimenticabili di un nastro che scorre a tratti, che si arresta ai semafori e rallenta in salita. Fermo immagine all’apertura delle porte, avanti veloce tra una fermata e l’altra, riavvolge tutto al capolinea.

Il tram. Un cinema urbano in movimento, con tutta la sua colonna sonora.

(Sopra)vvivere a Roma e sopravvivere alla pioggia – parte #1

Non voglio che abbiate pena di me. Non sono in condizioni tali.
Non chiedo che proviate compassione.
La mia situazione non è poi così irrecuperabile.

Ma io almeno sì, un po’ di pena me la faccio. Alla fine di un venerdì da dimenticare.

La giornata non è certo iniziata nel migliore dei modi.
Non ha smesso di piovere tutta la notte e, quando esco di casa, il tempo non ha intenzione di cambiare programma.
La poggia a Roma si trasforma in una equazione che non ha incognite, ma un risultato certo e prevedibile: la città va in tilt.
Code interminabili di autovetture procedono a passo d’uomo sul GRA, intasando le uscite delle statali e non lasciando vie di scampo. Se dipinta, la città dall’alto apparirebbe come una distesa di carrozzerie colorate, contenitori a forma di macchine occupati da una sola persona.
Anche qui la matematica diventa ovviamente una opinione ed impieghiamo la bellezza di 45 minuti per percorrere meno di 10 km.
Adesso inizia l’avventura sulle rotaie, ma bisogna dire che la situazione a bordo dei mezzi pubblici è piuttosto accettabile: trovo posto a sedere ed i tempi di attesa non sono infiniti.
Il colpo di scena che rovina tutto il film (un film che tutto sommato non è un granché sin dall’inizio) arriva puntualmente all’uscita della metro, in direzione fermata dell’autobus, quando la pioggia si trasforma in una fitta cascata d’acqua, rumorosa ed insistente, con goccioloni simili a pietre compresi.
L’autobus, grazie a chissà dire quale benedizione, non si fa attendere molto. Giusto il tempo per inzupparmi da capo a piedi, metro aspetto lungo una strada che è divenuta un fiume in piena.
L’ombrello, che, poverino, ha fatto quel che poteva, è anche al suo primo giorno di lavoro. I meccanismi di apertura e chiusura sono così nuovi che faccio fatica a richiuderli salendo sulla vettura, guadagnandomi i rimproveri sotto voce di alcuni altri passeggeri, esauriti quanto me.

Scesa dal bus, stessa storia.
In pieno rispetto della legge di Murphy, la tempesta infuria lungo il tragitto a piedi verso l’ufficio e le parti del corpo che erano state risparmiate dalla pioggia si inzuppano ora in pochi istanti.
Passo la sicurezza, entro finalmente in hotel, trafelata e con i capelli arruffati (capelli che costituiscono un mio problema già in condizioni normali e che con la pioggia diventano indomabili).
Mi dirigo verso gli spogliatoi, mi tolgo con soddisfazione gli indumenti bagnati di dosso e li ripongo nell’armadietto, con la speranza che possano asciugarsi alla fine della giornata. In realtà si tratta di una pura illusione, visto che l’armadietto non è né esposto al sole, né collocato in un ambiente arieggiato in qualche modo.
Ma a parte questo mi cambio, mi sistemo i capelli, sono pronta per iniziare.

Le 9.30.
Sono anche in orario. La missione escidicasaconlapioggia-affrontailtrafficodiRoma-sopravvivisuimezzipubblicidellacapitale-arrivainufficiopuntualeepresentabile è riuscita. Con i tempi un po’ stretti, ma non in ritardo, dopotutto.
E allora perché dovrei fare pena?
L’avventura non è finita qui ragazzi…

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…TO BE CONTINUED

Libri in Metro #53

Nuovi tragitti e nuovi percorsi in questa mia estate romana. Ma i lettori sono sempre lì, puntuali su ogni treno, autobus o metro che sia…

Le affinità elettive [ROMA]

Sulla linea Roma-Viterbo, in direzione piazzale Flaminio, è una delle poche volte che trovo posto a sedere. Di fronte a me (Continua a leggere…)

Verso l’alto, verso il cielo 

In occasione di passeggiate che facevamo insieme, quando ero piccola, mia madre mi incoraggiava sempre a guardare avanti, cosa che si sentiva di sottolineare perché immancabilmente mi vedeva tenere lo sguardo a terra. Adesso la situazione non è cambiata molto, ma una grande differenza sicuramente c’è. Anziché guardare a terra, rivolgo gli occhi verso l’alto.

Mi è sempre piaciuto capire e percepire l’altezza degli edifici intorno a me e rendermi conto dell’aspetto generale del quartiere tra le cui strade cammino. Così sembro un po’ svagata e rischio di farmi mettere sot… Ovviamente no, quando attraverso le guardo le macchine, ma quando sono sul marciapiede sinceramente no. Anche perché da qualche mese cammino per una Prati deserta, visto che ho imparato ad evitare via Ottaviano, gremita di turisti e pellegrini, oltre che di guide turistiche e venditori ambulanti, e scegliere delle stradine interne per recarmi in ufficio. Certo, deserte proprio no, però via Cola di Rienzo non vive ancora il viavai dello shopping ed i negozi sono in fase di apertura, sebbene i bar siano già attivi da un pezzo. E trovo qualcuno che si pulisce con la scopa lo zerbino davanti all’ingresso o getta secchiate d’acqua sul marciapiede, come farebbe una vera pescheria.

Poi c’è il mercato, un ambiente che non ho mai molto amato perché non mi fa sentire a mio agio. Girare tra banchi di commercianti urlanti che ti vogliono spacciare l’ultimo melone loro rimasto come l’offerta del secolo o il prodotto più gustoso di tutta l’estate… non è esattamente il mio forte. Tuttavia questo mercato coperto ha un non so che di accogliente, per non parlare dei profumi di panetteria che sprigiona e che aspiro avidamente, per conservarli fino all’ufficio.

Ed infine i palazzi, i palazzi che sono tutti squadrati, pochi balconi, principalmente finestre, ma con degli attici assolutamente invidiabili. Alcuni riportano delle targhe, si tratta di edifici per lo più storici, non saprei dire a quale epoca risalgano – dovrei informarmi o chiedere a mio fratello geometra – e sono eleganti, così raffinati. Mi piacciono gli ingressi tramite questi portoni molto ampi, in legno, che si aprono su dei cortili interni che un giorno o l’altro mi deciderò a visitare.

Ci sono a Roma sicuramente quartieri più interessanti dal punto di vista architettonico, ma credo che inizierò ad affezionarmi a questo, decisamente. Questo quartiere così silenzioso al mattino quanto indaffarato a pranzo, vivace nel pomeriggio e di nuovo spento la sera. Questo quartiere nascosto dagli alti palazzi ed apparentemente freddo, distaccato, eppure a pochi passi dall’edificio che secondo me non ha alcun rivale nel mondo. Maestoso, regale: mi incute un certo timore, confesso, ogni volta che oso guardarlo, attraversando Via della Conciliazione.

Poi qualcuno mi spiegherà come si fa, in questi casi, a non guardare verso l’alto ed elevarsi interamente al cielo.

Il Giardino Giapponese a Roma

La visita al Giardino Giapponese presso l’Istituto Giapponese di Cultura non è certo tra le più entusiasmanti che si possano fare a Roma. Tuttavia, il fatto che sia gratuita e disponibile solo in determinati periodi dell’anno contribuisce a creare una lista d’attesa notevole ed una fila di prenotazioni telefoniche che arrivano sino al mese precedente.Interessante la spiegazione al giardino e le parole spese per descrivere la concezione sulla quale si fonda. Il giardino in sé per sé è carino, ma niente di eccezionale.

Acqua, rocce e vegetazione si alternano armoniosamente e tutto ha l’aria di essere totalmente spontaneo. Il giardino giapponese, che raramente sarà un giardino con fiori, è espressione di una natura senza vincoli e controlli da parte dell’uomo. Ciò si deve ad una diversa visione della realtà che distanzia la cultura giapponese da quella italiana, nello specifico.

La spiegazione della guida, che forse è la parte che merita di più di tutta la visita, delinea i tratti più comuni di tutti i giardini all’italiana, menzionando nella Reggia di Caserta l’esempio principe. Secondo la nostra cultura, l’uomo è colui che governa la natura, la governa e la controlla, disponendo dunque di un punto di vista privilegiato per la sua osservazione. Basti pensare alle mirabili prospettive che arbusti e siepi rigorosamente tagliate creano lungo i verdi corridoi dei giardini. Basti pensare a come i giardini spesso compongano disegni geometrici e simmetrici se visti da una certa prospettiva, spesso dall’alto o dall’entrata stessa del parco. Adornati di fontane, i giardini italiani rappresentano una natura che si è piegata agli artefici umani e che svolge sicuramente funzioni di diletto ed appagamento visivo.

In Giappone, ma anche nel resto del mondo in realtà, non esiste una natura simmetrica. Se le proporzioni e le simmetrie esistono, non sono certo una peculiarità della natura. Ecco che i giardini giapponesi, non i giardini zen ma quelli definiti  Nihon teien (日本 庭园), presentano una vegetazione rigogliosa, incontaminata, spontanea, con la quale l’uomo non cerca il dominio, bensì armonia ed equilibrio. Non v’è traccia di imposizioni umane o vincoli puramente edonistici cui la natura è servita. La natura prende il sopravvento ed è l’unico elemento veramente dominante.
L’uomo interviene nel portare l’acqua nei giardini, acqua  che effettivamente non sembra mancare mai. Le rocce sono anch’esse presenti di frequente, in quanto rimandano alla divinità. La fede scintoista giapponese è legata all’animismo e dunque alla convinzione che la divinità possa prender forma in qualsiasi essere, anche inanimato. Per questo i giapponesi credono che persino le montagne possano essere un simbolo divino e per questo motivo le rocce rivestono una tale importanza. Che siano isole adagiate in mezzo all’acqua o sistemate in posizione eretta a rappresentare una montagna, o ancora disposte a ricordare un guado naturale, direi che personalmente sono la parte che ho amato di più del giardino..

Non resta ora altro da fare che programmare una visita più estensiva a giardini autoctoni nel loro luogo di provenienza… 😉

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