Diario di viaggio: Salento e costa adriatica

La mia terza volta in Salento è stata dedicata, oltre all’esplorazione degli usi linguistici di questa parte di Puglia, alla scoperta della costa adriatica, che non ha smesso nemmeno una volta di darmi soddisfazioni.
C’è da dire che il vento – lu ientu, elemento fondamentale in terra salentina – è stato tutta la settimana a nostro favore e le temperature, di un caldo aggressivo, hanno permesso di farci godere un’acqua calda cristallina, in un mare che, complici gli splendidi colori, ha sempre avuto le sembianze di una piscina.
Le spiagge, le baie, le insenature e le calette nelle quali ci siamo fermati, tuffati e abbandonati come in un paradiso perduto, sono state:

  • Torre dell’Orso. Forse la località più rinomata della costa, affollata e presa d’assalto da turisti e famiglie di vacanzieri, è spettacolare nei colori e nei paesaggi. E’ chiaramente riconoscibile per la presenza delle Due Sorelle, ovvero due faraglioni che dominano la baia.
  • Roca e Grotta della Poesia. Si tratta di una “buca” dentro le rocce, una piscina naturale che si apre tra gli scogli e nella quale è usanza tuffarsi dal ciglio alto su per giù 5/6 metri. Sembra un’altezza innocua e fattibile, ma fidatevi che mentre la punta dei piedi è sospesa nel vuoto un leggero timore sale. Eccome se sale.
  • Sant’Andrea. Un’insenatura dai colori stupefacenti che ci lascia a bocca aperta e ci impone una sosta di dovere, seppur breve ed improvvisata, per un tuffo veloce in acque che rigenerano mente e spirito.
  • Otranto. Si pensa spesso – oppure noi romani siamo abituati a pensarlo – che le acque vicino ai porti e agli ingressi delle città siano meno pulite di altre. Ad Otranto queste convinzioni non esistono e farsi il bagno in un mare turchese mentre si staglia frontalmentek il panorama del castello, delle case, delle barche nel porticciolo è qualcosa di impagabile.
  • Porto Miggiano. Poco dopo Santa Cesarea Terme, prima di arrivare a Castro, si trova questa baia che doveva essere in passato nota solo ai locali, ma che ora ègl inevitabilmente scoperta e frequentata da molti turisti. Si raggiunge con una scalinata piuttosto lunga che corre lungo la scogliera tagliandola pericolosamente in altezza e regala un paradiso di colori e natura incontaminati.
  • Riserva delle Cesine. Una spiaggia che é un paradiso perduto, simile all’isola deserta dove naufraga Robin Crusoe, ancora non affollatissima e in certi punti quasi disabitata. Il mare che troviamo é calmo e cristallino, una piscina a cielo aperto.
  • San Foca. La parte di costa che segue la marina di Vernole e le Cesine non può che essere fenomenale: continua la sabbia anche se la spiaggia si restringe e si popola si lidi attrezzati, polo di aggregazione anche per la movida serale
  • Grotta della Zinzulusa. Verso Castro, nota come la “perla del Salento”, si trova questa grotta naturale, una tra molte, che può essere raggiunta anche a piedi mediante una serie di scalinate e camminamenti scavati nella roccia. Un tuffo in questo mare dal blu limpido e profondo é assolutamente d’obbligo.
  • Acquaviva. A differenza del resto della costa, l’acqua di questa splendida insenatura – quasi un fiordo – è di gran lunga più fredda, a causa di alcune sorgenti situate tra le rocce. Immergendosi o tuffandosi nelle profondità, si apprezza invece una temperatura più mite e piacevole. I colori dell’acqua sono a dir poco da togliere il fiato: si va dal verde all’azzurro, fino al turchese e al trasparente della riva.
  • Baia dei Turchi. Raggiungibile con un percorso a piedi di circa 15 minuti, abbastanza agevole anche con ombrellone, borse e zaini al seguito, la baia lascia a bocca aperta per la brillantezza dell’acqua che non delude mai. Romantica e accogliente anche per la notte di San Lorenzo: il cielo stellato e la luna, riflessi nel mare notturno, donano emozioni uniche.
  • Frassineto. L’ultimo giorno, sabato, è quello in cui il mare, complice la tramontana, inizia ad incresparsi. Ma i locali ci avevano avvertiti: “Se è tramontana, bisogna spostarsi sotto Otranto o sullo Jonio”. Abbiamo comunque voluto concludere la visita della costa adriatica, senza tradirla con la sua rivale jonica, a Frassineto, piccola spiaggia alternata a rocce che emergono già a riva. Il mare è pulito e trasparente anche con le onde.

Non può certo mancare una visita al centro storico e barocco di Lecce, che per me è stata una riscoperta notturna, momento del dì in cui i colori della pietra leccese si esaltano in tutto il loro caldo fascino. Piazza Duomo e Piazza Sant’Oronzo sono tappe d’obbligo, ma ammiriamo anche i resti del teatro e dell’anfiteatro romano, oggi palcoscenici di rappresentazioni teatrali, festival, concerti in una cornice dal sapore storico alla luce della luna.

Rimando ad Instagram  per le foto che documentano la visita e la degustazione presso la cantina Apollonio di Monteroni, cui abbiamo dedicato una piacevole mezza giornata insieme alla visita della tenuta Santi Dimitri a Galatina.

Tra i piatti assaggiati in una regione la cui offerta enogastronomica ci fa letteralmente impazzire, debbo per forza iniziare dal pasticciotto, un po’ perché sono una inguaribile golosa, un po’ perché è stato nostro alleato in tutte le colazioni.mattutine (ne ho comunque già parlato qui). Le pietanze di terra – degustate a La Casina del Grillo – si sono alternate a quelle di mare, spaziando dai pezzetti di cavallo, condimento anche dei maccheroncini, ciceri e tria e turcinieddhri, fino ad arrivare alla municeddha, al polpo in pignata e al gambero rosso di Gallipoli, passando per il cibo da strada come pittule, rustico leccese, pizzi, pucce e taralli.
Una bella cesta di pomodori appesi, origano e cacioricotta, oltre ad un carico generoso di vino, a scapito, quest’anno, dell’olio, sono i souvenir enogastronomici (quanto va di moda ormai questa parola…) che trasportiamo verso Roma, come ogni espatriato del Sud che si rispetti porta con sé i prodotti della sua terra nella sede che lo ospita nel resto del Belpaese. Belpaese che non sarà comunque mai come casa soa.

Se nu te scierri mai delle radici ca tieni: riflessioni linguistiche in quel di Salento

Se nu te scierri mai delle radici ca tieni
Rispetti puru quiddre delli paisi lontani
Se nu te scierri mai de du ede ca ieni
Dai chiu valore alla cultura ca tieni!

L’uso transitivo dei verbi “salire” e “scendere” (in)/(ris)contrato di recente in terra salentina (che corrisponde alla provincia di Lecce e nient’altro – non vi azzardate ad annoverare Brindisi e dintorni, tra cui la famosa Ostuni, nell’Alto Salento, in quanto i salentini veri sono molto orgogliosi, oltre che territoriali, e potrebbero seriamente offendersi) …. ma dicevo, l’uso transitivo dei verbi “salire” e “scendere” è un fenomeno linguistico assai curioso e affascinante per una che ama riflettere sulla lingua e ha una deformazione personale nella conoscenza delle varietà dialettali della penisola.

E altrettanto interessante è l’utilizzo della formula “stare + gerundio” per indicare piani e programmi futuri anziché un’azione in corso di svolgimento, come vorrebbe la grammatica italiana.

Un esempio emblematico di queste affascinanti distorsioni sta nella frase:

La prossima settimana mio papà mi sta salendo la macchina a Roma

Con la presenza anche del complemento di termine “mi” a conclusione del tutto.

Tra i prodotti tipici salentini, oltre a friselle, taralli ed intramontabili pasticciotti, di sicuro non manca un generoso quantitativo di sintassi personalizzata e irriverente, condita con un accento del tutto riconoscibile ed un lessico ricco di forme tradizionali.
Insomma, una genuina ricetta di salentinità anche nella lingua.
Amo questa terra sempre di più.

La cultura vera è cu sai capire
Ci tene veramente besegnu ci ete lu chiu debole
Me la difendu, stritta e forte cullu core
Quista e’ la poesia ca crea sta terra cull’amore.
Quiddra ca muti, tenenu modu te sentire
Grazie a ci la porta in giru oci a quai la po saggiare.

Diario di Viaggio: Ostuni

CONTINUA DA Diario di Viaggio: Matera…

La casa vacanze che ci ospiterà ad Ostuni è essenziale, piccola, ma funzionale. Tremendamente utile è la doccia esterna che praticamente sostituirà quella interna per tutta la nostra permanenza in Puglia. Altro punto forte è la posizione: immersa in una distesa di ulivi e raggiungibile con una stradina interna, sterrata DSC_0144e circondata da alberi da frutta. Ergo: pace totale. Solo di tanto in tanto, in lontananza, sentiamo il rumore della ferrovia, a dimostrazione dell’alta frequenza dei treni nel sud. 
Il primo giorno scegliamo di recarci a Torre Pozzella, la spiaggia più vicina, per farci un’idea della costa e capire che tipo di mare aspettarci. In realtà di spiaggia ne troveremo poca perché la costa fino a Brindisi tende ad essere rocciosa, scogliosa e con piccole calette, ovviamente occupate da tanti funghetti di colore diverso che altro non sono che ombrelloni. Il mare è uno spettacolo, limpido e calmo, cosa che ci permette di stare in spiaggia (cioè sugli scogli) fino al pomeriggio, seppur abbastanza accaldati. Ci organizziamo una cenetta a casa, mangiando comunque friselle, le bruschette locali che devono essere bagnate nell’acqua prima di essere servire. Una bontà, veramente. Dopo cena ci rechiamo ad Ostuni e parcheggiamo quasi in centro, che è ovviamente piccolo e raccolto. Ci fa però una buonissima impressione: pulito, curato, elegante, pieno di locali ma non di bettole, tutti con stile e originalità. C’è molto passeggio, così seguiamo la folla e raggiungiamo la Cattedrale, alla sommità del paese, passando per viuzze in salita e tra negozietti di souvenir ed artigianato locale. Qui l’acquisto della mia calamita è d’obbligo (vi ho mai detto che collezioniamo calamite di ogni viaggio che facciamo? Il frigo inizia ad esserne stracolmo…). Memori della scorsa vacanza in Salento (qui il relativo Diario di Viaggio) e della squisitezza del pasticciotto leccese, ne andiamo a caccia anche qui, pur sapendo che non è esattamente la zona. Ma cerca cerca, chiedi chiedi, troviamo un bar che ordina questo dolce strepitoso direttamente da Lecce e ne gustiamo due come sostanzioso dessert.
Dietro consiglio di alcuni locali che conosciamo a Torre Pozzzella decidiamo di recarci alla riserva naturale di TorreDSC_0084 Guaceto, che si rivelerà essere un angolo di paradiso. Parcheggiamo la macchina, prendiamo la navetta (non quella gratuita, ma una extra a pagamento che conduce nelle zone più interne della riserva) e ci incamminiamo per un sentiero di circa 800 metri che separa noi dalla spiaggia. In realtà ci sono tre calette in cui poter sostare: noi scegliamo una striscia ampia di fine sabbia bianca, movimentata da un andamento curioso, non lineare. Per fortuna non è troppo affollata, visto che la maggior parte della gente si dirige nella spiaggia servita dalla navetta gratuita. Qualche ombrellone c’è, ma tutto sommato il posto è riservato e molto selvaggio: sembra di essere sulla spiaggia di Cast Away! La vera meraviglia ci aspetta però in mare, i cui fondali sono tutti da scoprire. Ci imbattiamo in diverse sarpe, occhiate, saraghi, riconosciamo una marmora ed un’orata, oltre ad enormi branchi di pesciolini che ci nuotano indisturbati sotto i piedi. L’acqua è strepitosa, sembra formare una piscina naturale in alcuni punti, per poi sprofondare in un blu scurissimo. Ma la cosa più bella è la sua temperatura, che in realtà troveremo constante lungo tutta la costa: è calda, piacevole, da sogno.
Questa sera andiamo fuori, in un ristorante di pesce che ci è stato consigliato sempre dagli stessi tipi del luogo incontrati in spiaggia il giorno prima. Purtroppo non siamo fortunati come con Torre Guaceto, perché il locale non ci entusiasma a livello di piatti presentati e sopratutto per il modo in cui veniamo trattati con il conto: un totale più alto del dovuto e pressoché ingiustificato. Ci consoliamo con una passeggiata sul lungomare di Torre Santa Sabina e nuovamente con un pasticciotto dei nostri sogni.
Ci svegliamo doloranti: io ho il labbro inferiore che sembra essere stato gonfiato con un botulino, Armando ha la schiena e le cosce rosse come un pomodoro (ha la pelle delicata di un bebè e non va tanto d’accordo con il sole). Così decidiamo di non osare e di accontentarci di una mezza giornata di mare, per poi dedicare il pomeriggio ad un giretto ad Ostuni, per apprezzarla sotto la luce del sole. Dunque la mattina la trascorriamo a Gorgognolo, una caletta che ricorda molto Torre Pozzella e che presenta dei colori sempre stupendi. Nel tardo pomeriggio (tanto prima delle 17 non c’è anima viva in giro e sopratutto tutti i negozi sono chiusi) passeggiamo per Ostuni, scoprendo degli angoli davvero DSC_0124deliziosi. Il bianco accecante delle costruzioni ci dà l’impressione di essere in un’isola greca tipo Santorini, così come pure il colore degli infissi, blu o verdi, ad indicare che nulla è lasciato al caso. Per fortuna non soffriamo il caldo, un po’ per la presenza di diverse fontanelle, un po’ per un’arietta piacevole che pare provenire da una finestra spalancata. Più tardi scopriremo la sua vera origine: delle terrazze che affacciano su tutta la campagna circostante e dove lo sguardo spazia fino al mare. Avventurandoci tra scale e scalette, salite e discese, scopriamo dei locali inerpicati sui gradini, protetti dalla vegetazione e nascosti tra le mura. Attirano molto la nostra curiosità, tanto che il giorno dopo, per salutare il termine della vacanza, decideremo di fermarci a mangiare presso uno di loro. Questa sera però un maxi barbecue ci aspetta con tanto di specialità del luogo: caciocavallo e bombette al formaggio.
Già dalla sera notiamo che il tempo sta cambiando perché un forte ed insolito vento ci fa compagnia durante la cena. Difatti la mattina, recandoci in direzione mare, ci accorgiamo di come sia mosso ed infuriato. Non sappiamo bene cosa fare, anche perché l’ipotesi di tornare – come speravamo – a Torre Guaceto è stata abbandonata nel momento in cui ci siamo resi conto che fosse sabato e che quindi l’affluenza dei turisti alla riserva sarebbe stata triplicata. Dopo un sopralluogo alla costa di Lamaforca, capiamo che è il caso di spostarci un po’ verso nord e sopratutto verso una costa più sabbiosa ed ampia. Approdiamo così a Pilone, sopra Villanova, dove riusciamo a trovare un altro posticino niente male: una duna protetta dalla macchia e dalla pineta. Con vista mare. Ci “ammacchiamo” e ci tratteniamo fino al tardo pomeriggio.DSC_0069 Salutiamo poi la magica Ostuni cenando in un ristorante molto suggestivo, adocchiato durante la passeggiata del giorno prima. La Taverna della Gelosia, aperta da più di vent’anni (come ci spiega la titolare), presenta i tavoli arrampicati sui vari gradini a formare un ristorante movimentato con tre terrazze. La cucina è molto particolare: si tratta di una rivisitazione di piatti poveri e medioevali come la pasta nera servita dentro ad una conchiglia di pane, creme al grano saraceno, polpettine e formaggi locali. La cena va alla grande, ma la partenza del giorno dopo ci impone di tornare in casa non troppo tardi, dopo l’ultima camminata per le terrazze illuminate della Città Bianca.

TO BE CONTINUED…

Diario di viaggio: Salentu, lu sule, lu mare, lu ientu.

Il Salento è la regione della Puglia che corrisponde alla provincia di Lecce e dunque al tacco del nostro stivale. Santa Maria di Leuca è esattamente il DSC_0253punto più a est della penisola e noi l’abbiamo visitata qualche anno fa.
In questa settimana siamo tornati nel già esplorato Salento e ci siamo stabiliti in una fantastica masseria del ‘500 nella campagna a largo di Presicce, a pochi chilometri da una delle località più rinomate della zona: le Maldive del Salento. Il tratto di costa tra Torre Vado, Pescoluse e Marina di Salve è denominato in questo modo così “esotico” per via delle lunghe spiagge sabbiose dai granelli sottili di colore dorato e per l’acqua cristallina, che brilla come un diamante quando è colpito in pieno dal sole con le sue tinte dall’azzurro al blu scuro ed una limpidezza da togliere il fiato. Abbiamo trascorso diversi giorni della settimana a mollo in questo mare così magico e distesi su questo paradiso di spiaggia. Lunedì e giovedì, tuttavia, ci siamo diretti verso altri lidi, in particolare a Porto DSC_0272Selvaggio, una caletta incastonata tra la roccia ed un luogo incontaminato immerso in un parco naturale appena a nord di Gallipoli, e Lido Pineta, spiaggia dalla sabbia chiara racchiusa in una bellissima cornice naturale e protetta da una pineta attrezzata con aree relax, bar, tavoli, amache, sala giochi e playground per i più piccoli. Devo dire che la pineta ha protetto anche la nostra pelle, ustionata dal sole caldo dei giorni precedenti, e ci ha regalato una giornata di svago e di fresco.
Lecce, regina del Salento e nota come la “Firenze del sud”, è stata oggetto della nostra visita l’ultimo giorno di permanenza in Puglia. Il centro storico si gira in una mattinata ed è veramente delizioso. Non mi aspettavo una città del sud così curata, pulita e ben presentata (le indicazioni turistiche così come i punti informazioni abbondano… Peccato che aprano tutti con comodo, dalle 9.30 in poi!). La nostra visita inizia intorno alle 8.30 quando le temperature permettono ancora di camminare freschi senza che il caldo DSC_0375ci sottragga energie. Iniziamo dalla Piazza del Duomo che si apre inaspettatamente dalle strette viuzze del centro. Lo stile architettonico predominante è il barocco leccese, caratterizzato dalle tipiche decorazioni opulente, dallo sfarzo e da motivi naturalistici esuberanti e reso particolare dall’uso della pietra leccese come materiale da costruzione. Percorrendo il corso, dove non possiamo far a meno di notare le botteghe di artigianato locale ed il trionfo della lavorazione della cartapesta, raggiungiamo Piazza Sant’Oronzio, la piazza laica in contrapposizione al luogo di riferimento ecclesiastico di fronte al Duomo dell’Assunta. Sulla destra della piazza ammiriamo le rovine di un anfiteatro romano di epoca augustea, impiegato durante l’estate per rassegne e spettacoli. Fotografiamo poi dall’esterno il castello Carlo V, così chiamato in onore del sovrano che decise la sua costruzione, e, studiando la mappa, ci facciamo un’idea della sua struttura con i quattro bastioni ai lati. Torniamo sui nostri passi lungo Corso Matteotti e facciamo una deviazione che ci consente di visitare le rovine del teatro romano, da tenere distinto dall’anfiteatro in quanto la sua funzione nell’antichità era diversa: l’anfiteatro ospitava le lotte dei gladiatori e tutto ciò che era destinato al sollazzo del popolo; lo spazio scenico teatro era invece dedicato alle rappresentazioni teatrali rivolte alle élite. Terminiamo il nostro giro con una visita alle chiese di Sant’Irene e Santa Croce, per poi riprendere la macchina parcheggiata alla Stazione di Lecce.DSC_0424
Parlando di Lecce non è possibile non citare una splendida scoperta che abbiamo fatto riguardo questa bella città: il pasticciotto. Si tratta del dolce tipico leccese, una meraviglia della pasticceria, il vertice più alto dell’arte dolciaria, una squisitezza per il palato ed un appagamento di qualsiasi appetito nello stomaco (da golosa quale sono, devo ammettere che il pasticciotto è uno dei dolci più buoni che abbia mai assaggiato). Noi abbiamo avuto la fortuna di poterli mangiare tutte le mattine, insieme ai biscotti, alle crostate, ai dolci, ai cornetti salati e con crema che la cucina della nostra masseria sfornava caldi a colazione. La ricetta tradizionale del pasticciotto lo prevede ripieno di crema, ma esistono numerose altre varianti (ricotta e pistacchio, cioccolato, crema e Nutella) che ovviamente abbiamo provato nella mitica pasticceria Martinucci, la più rinomata del Salento. Inutile dire che mi sono innamorata di quel luogo, un tempio enorme e luccicante dedicato alla Dea Pasticceria in persona. Ed è inoltre superfluo aggiungere che la mamma, depositaria della più raffinata arte dolciaria, è stata obbligata a ripetere la ricetta una volta tornati a casa.

P. S. Ah, dimenticavo, questa la canzone eletta a colonna sonora della vacanza.

Diario di viaggio: Gargano

Non contenti della vacanza di giugno a Tropea (e ci credo! Abbiamo preso un tempo pietoso…), ci siamo concessi, i primi di settembre, un’ultima settimana di mare in Puglia, precisamente a Vieste, sul Gargano.
Conoscevamo già la regione, ma limitatamente alla sua parte salentina, mentre sul lato della costiera adriatica non eravamo mai stati.
Ecco come si sono svolti questi giorni.

PRIMO GIORNO, Sabato.
Arriviamo a Vieste nel primo pomeriggio, ma tempo di sistemare noi e le nostre valigie nell’appartamento si fanno già le cinque. Ci dirigiamo comunque verso il mare, curiosi di capire il tipo di litorale, ma decidiamo di non bagnarci, bensì di fare due passi lungo la spiaggia in direzione del Pizzo Munno, uno scoglio solitario e bianchissimo che si erge distaccato dalla costiera, pure lei di un bianco abbagliante, ove sorge la cittadina di Vieste. È l’occasione per fare un po’ di foto approfittando della luce del tardo pomeriggio, quella che accarezza morbidamente i colori di ogni cosa e si rivela ideale per gli scatti fotografici.

SECONDO GIORNO, Domenica.
Il giorno dopo ci godiamo interamente quel mare che, all’arrivo, abbiamo assaporato solo in parte. Si tratta di un mare basso, sabbioso, con secche anche a 50 metri di distanza da riva; un mare che personalmente non mi fa impazzire (preferisco gli scogli e le insenature racchiuse dai promontori alle spiaggione chilometriche disseminate di stabilimenti), però si rivela ottimo per giocare a racchettoni, l’attività che ci occupa gran parte della giornata.

TERZO GIORNO, Lunedì.
Il lunedì approfittiamo delle previsioni meteo positive e del mare permissivo, meno mosso del solito, per organizzare un’escursione alle isole Tremiti, arcipelago composto da Capraia, San Nicola e San Domino, di cui solo le ultime due sono popolate e costruite dall’uomo. Dopo il periplo dell’arcipelago con sosta a Capraia nel punto in cui è stata sommersa la statua di Padre Pio, ci stabiliamo su San Domino, a Cala dello Spido. Il percorso per raggiungerla è piuttosto impervio ed inoltre bisognerà sdraiarsi sugli scogli, non essendo presente la spiaggia sabbiosa, ma ne vale davvero la pena. La baietta è un incantevole paradiso. Poiché la nostra motonave sarebbe ripartita da San Nicola, ci spostiamo sulla seconda isola e visitiamo la fortezza con annessa chiesa di Santa Maria del Mare ed abbazia benedettina. La visita, grazie anche agli strepitosi panorami che si godono dall’alto, ci lascia veramente soddisfatti. Rientrati a Vieste, dopo una cena a base della caratteristica paposcia e nonostante la stanchezza dovuta al sole, al vento, alle camminate, passeggiamo nella zona del castello, ricca di locali, ristoranti, botteghe di artigianato e negozietti di souvenir, tutti segnalati da pittoresche insegne in legno.

QUARTO GIORNO, Martedì.
Ci dirigiamo verso Monte Sant’Angelo, paesino medioevale nell’entroterra a 800 metri sul livello del mare, raggiungibile attraverso una lunga serie di tornanti che dà l’impressione di non arrivare mai. Il santuario di San Michele, gemellato con il Mont-Saint-Michel francese, è ricavato nella roccia sotto il livello del suolo ed è un posto tanto mistico quanto affascinante.
Concludiamo la giornata trascorrendo le ore del “quasi tramonto” al mare e cenando in un ristorante di pesce nel centro di Vieste, attorno ad un tavolo molto felicemente posizionato, ovvero nel fortunato angolo di una terrazza panoramica.

QUINTO GIORNO, Mercoledì.
Dedichiamo la mattinata alla spesa per l’approvvigionamento serale, la quale non ci porta ad entrare in un unico supermercato, ma a visitare prima il fornaio, poi la macelleria ed infine il banco dell’ortofrutta, cosa che a Roma (almeno per quel che mi riguarda) succede sempre più raramente.
Dopo il mare, nel pomeriggio, ci avventuriamo verso la Foresta Umbra. L’aggettivo che la identifica non ha niente a che vedere con la regione Umbria dato che deriva dalla parola latina “umbrus” che significa “ombra”. In effetti, nell’addentrarsi al suo interno, sia con la macchina che a piedi, si attraversano dei tratti estremamente bui, come se fosse scomparso del tutto il sole, nonostante fossero ancora le quattro. La foresta è costituita essenzialmente da aceri, faggi, querce ed agrifogli ed ospita una vasta riserva per la riproduzione dei daini, animali che, con il loro portamento così elegante, conquistano subito la nostra simpatia.

SESTO GIORNO, Giovedì.
Il pezzo forte della giornata è la gita alle grotte marine di Vieste. A bordo della motobarca Valentina, ammiriamo la costiera garganica costituita essenzialmente da rocce bianche e molto levigate, con una vegetazione piuttosto fitta che arriva quasi a ridosso del mare, come se volesse tuffarcisi. Entriamo in diverse grotte, scorgiamo da lontano diverse baie, lasciate ancora intatte dalla forza erosiva dell’acqua. Tra le tante grotte, quelle che più ci rimangono impresse sono la Grotta sfondata e quella dei due occhi, così chiamate perché sono prive di
soffitto. Guardando in alto, infatti, si viene colpiti dalla forte luce che entra dalla cavità (o dalle cavità, nel caso della “grotta dei due occhi”), attorno alla quale si affacciano rigogliosi alberi dalle forme più improbabili. Il giro in barca si conclude con l’arrivo alla Baia delle Zagare, una delle spiagge più rinomate di tutto il Gargano, riservata all’uso esclusivo di due scritture alberghiere a picco sul mare. Oltre a non poter accedere alla baia via terra, è vietato anche sostare con la barca per un bagno o un tuffo, dunque siamo costretti a fare dietrofront e a fermarci nell’insenatura precedente, l’altrettanto famosa Vignanotica. Qui ci godiamo il mare che, stranamente per essere Adriatico, è piuttosto alto e ci asciughiamo approfittando dell’ultimo sole che ancora per poco illumina la spiaggia incastonata tra due lunghi e candidi promontori.

Finisce così la settimana pugliese ed inizia ora l’ultima parte del mese romano.
Di diari di viaggio ce ne saranno meno, di fotografie ne sentirò la mancanza e le categorie fino ad ora abusate (“viaggi, vacanze, tempo libero”) verranno impiegate più raramente. Ma il blog, impegni permettendo, continuerà a proliferare e ad essere aggiornato in vario modo. La vita non si ferma, i suoi resoconti nemmeno. Il movimento del mondo prosegue ed il suo racconto con lui.
Si riparte con un nuovo ciclo.

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