Luoghi e volti delle mie notti

Ho sognato di nuovo quel luogo e quelle persone. Lo sogno ad intervalli regolari da qualche settimana, lo sogno con preoccupante nostalgia.
Ho sognato vecchi volti, compagni di scuola, che ho ritrovato in quel luogo.
Ho sognato anche il presente, le persone che attualmente affollano le mie giornate e che mi circondano quotidianamente.
Le ho sognate immerse in quel luogo, che deve avere qualcosa di particolarmente magico e magnetico per fare capolino così spesso durante il mio sonno.

È proprio vero che i sogni traggono spudoratamente spunto dagli stimoli, seppur fugaci e momentanei, assimilati durante la veglia.

Ieri sono per esempio passata davanti alla mia scuola superiore – è in centro, dove al momento lavoro. Ci sono passata di fronte tante volte, lungo il percorso che a piedi mi conduce fino agli uffici, ma è stato solo ieri che ho represso l’istinto di fermarmi a salutare qualche vecchio professore, semmai ancora in ruolo e semmai ancora memore del mio volto. Ero infatti in anticipo rispetto all’orario di ingresso in ufficio e ho avuto la fulminea idea di attraversare il portone, chiedere ad una bidella l’orario della giornata e domandare della presenza della prof. di matematica, o di inglese, o della prof. di tedesco o discipline turistiche, le uniche che probabilmente sono rimaste operative dopo la mia maturità. Ma non l’ho fatto, ho pensato che avrei speso troppo tempo e, benché l’anticipo in cui mi trovassi, sarebbe stato poco opportuno.

Eppure non ho sognato i professori, non ho sognato la sede centrale della mia scuola o i momenti passati in aula durante inglese o matematica. Non ho sognato la maturità, immagine che per un attimo era stata proiettata nella mia mente durante i miei ragionamenti sull’entrare o meno a scuola.
Ho sognato una compagna insospettabile, con la quale non ho mai avuto grossi rapporti di amicizia, e che ho ovviamente perso di vista in questi anni, vista la simpatia e l’affinità che mai era nata tra noi.
Ho sognato il suo volto in modo chiaro e definito, ma anche la sua fisionomia, riprodotta forse meno fedelmente.
Ho sognato che mi ha salutata con entusiasmo, come d’altronde io ho fatto con lei, ma era tutto un po’ forzato e palesemente surreale, perché nessuno delle almeno dieci persone attorno ci ha chiesto come facevamo a conoscerci.
L’interpretazione dei sogni è a mio avviso un’impresa impossibile, fallimentare in origine, poiché innumerevoli sono i fattori che influenzano la fase onirica e ancor di più sono quelli inconsapevoli, dei quali non ci rendiamo nemmeno conto, non conoscendone spesso l’esistenza.

In realtà il mio caso è un po’ a sé, in quanto, al di là del volto poco significativo risalente al periodo della scuola superiore, so benissimo il motivo per cui sogno quel luogo e quelle persone. È una ragione che faccio fatica a confessare a me stessa, è una ragione di cui sono cosciente ma il cui confronto tento di evitare.

Vorrei poter dare ai miei sogni l’interpretazione che meritano, ma credo che a volte sia meglio lasciar correre, non andare tanto a fondo… Ciò significherebbe dare a certi pensieri troppa importanza.
Sono immagini notturne, è facile viverle e poi dimenticarle, purché non riaffiorino insistenti anche sotto la luce del sole. I sogni ad occhi aperti sono ancora più pericolosi e non so quanto riuscirei a conviverci.

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Magritte – Golconda

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Da uno zaino, mille ricordi.

Oggi sono passata davanti alla mia scuola e ho incrociato una nonna che tornava a casa con il nipotino, appena preso da scuola. Il bimbo le ha detto: “oggi non mi hanno dato compiti”, la nonna gli ha risposto: “certo, non hai con te lo zaino”.

Una centrifuga di immagini si è scatenata da quella frase.

L’immagine del mio zaino, rosso, Seven, con una fantasia a scacchi colorata sui due lati. Lo zaino che all’epoca non sopportavo: troppo anonimo, troppo serio, troppo da grande. I miei compagnetti iniziavano ogni anno con uno zaino diverso, a seconda del cartone animato più gettonato al momento. Io mi sentivo in imbarazzo: l’unica alunna che manteneva lo stesso zaino per tutta la durata delle elementari. Che ingiustizia. Mia madre non è mai stata incline al consumismo, all’acquisto di prodotti commerciali, di articoli inutili solo perché “andavano di moda”. Ora io sono mia madre, ma all’ennesima potenza. Così tanto ho odiato le sue scelte prima, così tanto le ammiro e le ripeto adesso.

Oggi sono passata davanti alla mia scuola e ho incrociato una nonna che tornava a casa con il nipotino, appena preso da scuola. Il bimbo le ha detto: “oggi non mi hanno dato compiti”, la nonna gli ha risposto: “certo, non hai con te lo zaino”.

Una carrellata di ricordi è partita da quella frase.

Il ricordo di mia nonna che mi veniva sempre a prendere e chiacchierava con qualsiasi mamma fuori da scuola. Nonna che mi portava a casa sua, tra l’altro sullo stesso pianerottolo di quella che era casa nostra, e mi preparava delle merende deliziose che gustavo rapita davanti ai cartoni animati di Italia Uno. E poi arrivava mamma, mamma che era stata in ufficio tutto il giorno, mamma che stanca cucinava la cena, mamma che ci mandava a letto alle nove, dopo Sarabanda, proclamando che il Big Ben aveva detto “stop”.

Oggi sono passata davanti alla mia scuola e ho incrociato una nonna che tornava a casa con il nipotino, appena preso da scuola. Il bimbo le ha detto: “oggi non mi hanno dato compiti”, la nonna gli ha risposto: “certo, non hai con te lo zaino”.

Un vortice di memorie mi avvolge da quella frase.

Il bello è che ho solo memorie di questo periodo, giustamente più indietro non arrivo, ma non riesco nemmeno a ricordare il rientro a casa di mio padre, il suo ritorno dal lavoro, le cene tutti insieme, le domeniche passate in famiglia. Ricordo divisione, separazione, non unione o condivisione. Ho paura a scavare troppo fondo, non so cosa potrei trovare o so che quel che troverò potrebbe farmi male. Non voglio vivere nel passato, è una dimensione che mi affascina, mi attira a sè con potenza magnetica, mi invita ad esplorarlo, ma io rifiuto seduta stante.

Oggi sono passata davanti alla mia scuola e ho incrociato una nonna che tornava a casa con il nipotino, appena preso da scuola. Il bimbo le ha detto: “oggi non mi hanno dato compiti”, la nonna gli ha risposto: “certo, non hai con te lo zaino”.

E io ho rivisto me, piccola, a camminare leggera verso casa, con le spalle leggere priive dello zaino, lasciato sopra il banco della classe, al secondo piano sezione B.

…E vorrebbero quasi restare.

L’altro giorno, dopo aver letto un post alquanto toccante dalla mitica Marisa, ho commentato lungamente sul suo blog, sentendomi evidentemente anch’io particolarmente ispirata.
Si parlava di scuola, di ex alunni e di ex professori, visitati da quelli che in sostanza possono esser visti come dei semi, semi piantati anni fa ed ormai germogliati. Semi che altro non sono che docili studenti, nutriti dalle parole degli insegnanti, dalle risa dei compagni, dalle chiacchiere con i bidelli. Arricchiti, cresciuti, fortificati. Fiori da poco sbocciati, seguaci del vento e delle sue correnti.
Comunque non è stato questo il mio commento. Ho citato tale commento al principio dell’articolo ed ho naturalmente intenzione di postarlo, però capite bene come queste rievocazioni, questi ricordi mi siano a cuore. Ecco perché le mie dita non conoscono freni quando debbono (e vogliono) parlare di scuola. Ritengo che nell’immaginario collettivo la parola “scuola” sia uno di quei termini grigi, cupi e scuri, associati all’idea di studio, doveri, noia, obblighi. Ebbene, nel mio immaginario, la “scuola” non è mai stata così. “Scuola” era sì libri, sì compiti, ma soprattutto significava confronto, scambio, relazione, esperienza, arricchimento, scoperta. Potrei continuare ad oltranza citando tutti i vocaboli che rientrano in questa sfera, ma così facendo ricadrei nella mia brutta abitudine di dilungarmi troppo. Veniamo dunque all’inizio del post, veniamo a quelli che, secondo Marisa, “ a volte tornano”.

A volte tornano perchè hanno nostalgia, perchè vogliono passeggiare di nuovo per quei corridoi, entrare in quelle aule, confortare i nuovi studenti, magari anche i futuri maturandi, e dire loro “godetevi questo periodo, fate tesoro di tutto ciò che apprendete su questi banchi, ma non affezionatevi troppo ai professori, chè poi diventa dura lasciarli..”
Ed infatti dopo poco tocca a loro, ai professori, che domandano del futuro, delle prospettive di vita, delle scelte. E ti guardano con un sorriso a trentadue denti, con una strana luce negli occhi…sarà soddisfazione, sarà orgoglio, sarà anche affetto cresciuto e maturato (anche lui!) in cinque anni di vita scolastica insieme.
A volte tornano e vorrebbero sedersi di fronte alla cattedra per assistere nuovamente ad una lezione, gioire al suono della campanella, intrattenersi a parlare del più e del meno con gli insegnanti, mentre per i corridoi altri scolari chiacchierano tra loro, stuzzicano una merendina o magari ripassano per il compito, il test o l’interrogazione, con la schiena appoggiata al muro e la testa persa tra le pagine dei libri.
A volte tornano solo per ricordarsi di certi momenti e conservarli eternamente nel cuore.

Obiettivo raggiunto. Passare al livello successivo.

Eccomi di nuovo qui. Riemersa da quello che non può certo essere definito “studio matto e disperatissimo”, giacché matta e disperata ancora non sono diventata,  ma da un impegno che non nascondo mi sia costato molto.
E non parlo solo di quello relativo all’ultimo mese e mezzo, bensì mi riferisco all’impegno protratto nei cinque anni di superiori e terminato proprio ieri con un colloquio della durata più o meno di quarantacinque minuti. Chissà, forse – ora che a posteriori ci ripenso – è un modo po’, come dire… “sbrigativo”, per concludere un percorso così lungo e così intenso (beninteso che ieri, quando mi sono seduta davanti alla commissione, non desideravo altro che “sbrigarmi”).
Tornando al mio caro Leopardi, alla “pazzia” e alla “disperazione” si sono sostituiti stress, esaurimenti nervosi e facile irascibilità, come possono testimoniare le persone a me più vicine. Ringrazio pertanto tali persone per lo spirito di sopportazione che hanno dimostrato nei miei confronti nel corso di questo periodo.

@Scrutatrice – “Le sudate carte del paterno ostello”

Ci sono state giornate in cui pensavo di non farcela, in cui credevo di stare per esplodere da un momento all’altro; ci sono stati giorni in cui mi sentivo sull’orlo dell’autodistruzione, come se stessi per cadere in un precipizio. E ci sono state situazioni in cui i crolli e le scariche di tensione hanno investito l’intero mio circondario.
Ma ora sono qui. Libera, leggera e “maturata”. Non riesco nemmeno a crederci. E ancora non realizzo di aver detto addio ai banchi di scuola, alle interrogazioni, ai professori che ti chiedevano di andar a prendere loro un caffè, o a quelli che ti fermavano per i corridoi domandandoti come fosse andata il giorno prima agli Internazionali di tennis. In qualche angolo oscuro del mio inconscio c’è una parte di me che continua ad essere convinta che da settembre riprenderà la classica routine: mattinata a scuola tra compiti, spiegazioni e verifiche, e pomeriggio a casa con relativo studio. Insomma, la vita che mi accompagnato fino ad oggi.
La realtà dei fatti è che quella parte di me in qualche angolo oscuro del mio inconscio non vuole ammettere di doversi presentare puntuale ad un appuntamento impellente quanto improrogabile: la decisione del mio futuro.
Eh sì, perché tolta una preoccupazione ne esce fuori un’altra. Così, per evitare di rischiare l’esaurimento nervoso anche questa volta, ho deciso di stilare una lista dei doveri ai quali adempiere nel corso dei mesi a venire.

I BUONI PROPOSITI PER L’ESTATE DELLA SCRUTATRICE DI UNIVERSI
(ordine sparso)

  • farmi una bella scorpacciata di letture, film ed articoli “blogghistici” che ho praticamente bandito durante questo periodo per privilegiare “le sudate carte del paterno ostello” (un po’ come Svevo ed il suo rapporto con la letteratura, guardata con sospetto e lasciata da parte nel momento in cui assume il ruolo di dirigente nella ditta di vernici dei suoi suoceri, i signori Veneziani)
  • far sì che il colorito della mia pelle si avvicini almeno vagamente ad un’idea di abbronzatura (in tal caso servirebbe Canova con una sua particolare cera a fare in modo che il mio incarnato assuma quella tonalità bronzea che vorrei ottenere)
  • operare l’ardua scelta circa il mio avvenire, scelta sulla quale mi sono continuamente arrovellata da gennaio e che ho abbandonato durante gli esami per focalizzarmi esclusivamente sull’obiettivo che intendevo raggiungere (e, con grande soddisfazione e commozione, devo dire che ci sono riuscita). Ecco, qui mi sento molto simile ai garibaldini, i quali propugnavano l’Unità d’Italia, ma rimandavano ad un secondo momento la questione dell’assetto istituzionale del Paese: monarchia o repubblica?
  • dedicarmi ed approfondire i miei interessi che, oltre a  comprendere le letture, i film e gli articoli “blogghistici”, spaziano in altri campi dello scibile umano (e qui ci sta a pennello la citazione di Socrate:  “io so di non sapere”)
  • scrivere, scrivere e scrivere, che per me equivale a dire: respirare, respirare, respirare. Adesso devo chiamare in causa Monet, uno dei miei artisti preferiti, il quale dichiarava di “dipingere come un uccello canta”. Beh, caro Claude, anche io scrivo come un cuore che batte, come un sole che splende.

Che altro aggiungere? Chiedervi se vi sono mancata mi sembra una domanda scontata (e menomale che i professori hanno lodato la mia umiltà!), così come domandarvi se vi state godendo l’estate ormai già ampiamente iniziata. Ora però vi raggiungo anch’io, ora vi recupero, ora…ora sì che spicco il volo!


Non è un Addio, ma un Arrivederci.

Diletti amici internauti,
Carissimi vicini blogger,

E’ con mio profondo rammarico che debbo comunicarvi l’assenza dalla blogsfera che mi vedrà protagonista nei mesi a venire.
Gli esami si stanno avvicinando, l’ansia sta salendo ed il lavoro da svolgere prima della fatidica data sta aumentando sempre di più (sì, perché, nonostante i programmi didattici dovrebbero essere formalmente conclusi e firmati entro il 15 di maggio, i professori vi inseriscono argomenti che tratteranno anche dopo la metà del mese, con il risultato che, fino all’ultimo giorno, il carico di studio crescerà ed il ripasso si farà sempre più sostanzioso).
Pertanto, al di là del mio blog che rimarrà incustodito per un po’ di tempo (sebbene cercherò di mantenerlo sempre sotto controllo), mi scuso sin da ora per la mia assenza dai vostri di blog, che pure sono piacevolissimi luoghi in cui ristorarsi con parole amiche. Mi mancherete, lo so già. Ma credo di poter affermare che la mia scomparsa dai commenti e dai “Like” sia ampiamente giustificata.
In ogni caso, ci tenevo a farvelo sapere. E mi preme allo stesso modo ribadirvi che non si tratta di un addio, ma solo di un arrivederci.
A rivederci, a rileggerci, a risentirci presto.

Scrutatrice Di Universi

Buongiorno…e casomai non vi rivedessi, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!

Mente nomade in corpo sedentario

Diamine! Non ce la faccio più.
Mi terrorizzano questi giorni a venire.
“Addirittura terrorizzano?” mi farebbe eco l’amica May.
Eh sì, proprio così.
I tempi morti mi spaventano enormemente. Mi uccidono.
Ho tremendamente paura di non avere nulla da fare, di dover restare con le mani in mano ed essere costretta a girarmi i pollici (non ci avevo mai riflettuto, ma queste due ultime azioni sembrano essere l’una la conseguenza dell’altra).
Non riesco a tollerare la totale assenza di qualsiasi attività, sia essa intellettuale o manuale. E le motivazioni alla base di questi timori sono alquanto semplici.
La mancanza di qualcosa che tenga la mia mente occupata, che imponga un freno ai miei pensieri, circoscrivendoli ad una particolare attività ed obbligandoli a concentrarsi su un determinato compito, induce questi ultimi ad andarsene a spasso come vogliono. La cosa non mi va a genio – anzi, direi che è oltremodo intollerabile – poichè so perfettamente che la mia mente se ne andrà a spasso in quella direzione.
Diamine a voi, pensieri turbolenti! Non potreste passeggiare per viali meno angusti o avventurarvi verso sentieri meno impervi?
Così, con l’intento di evitare escursioni mentali indesiderate, cerco di tenermi occupata il più a lungo possibile: svolgo quei pochi compiti che mi assegnano con una lentezza interminabile; leggo parola per parola tutti i documenti che mi viene chiesto di archiviare; imparo a memoria numeri di telefono, codici di prenotazione, date di arrivo e partenza dei gruppi; faccio i conti trentaquattro volte, prima con la calcolatrice da scrivania, poi con quella del pc ed infine con quella sul cellulare. E me ne sto per i fatti miei, dimostrando a me stessa che, se non mi faccio viva io, per gli altri è come se non esistessi.

@Scrutatrice

Forse dovrei fermarmi un attimo e spiegare in quale attività io sia impegnata (in senso lato, ovviamente) questi giorni, onde facilitare al lettore la comprensione di quanto scrivo, proprio durante un lunghissimo tempo morto di cui vi parlavo.
Per due settimane la nostra scuola organizza tirocini presso agenzie di viaggio, tour operator, alberghi, con il dubbio scopo di mostrarci il funzionamento del mondo del lavoro, specificatamente nel settore in cui riceviamo una formazione, vale a dire il turismo.
Ciò detto, sono tre giorni che trascorro il mio periodo di stage (mi raccomando, simulate un accento francese durante la lettura di questo termine, chè ci tengo!) presso la DER – Deutsches Reisebüro, suddivisa in due reparti: l’agenzia dettagliante ed il tour operator. Questa prima settimana il mio posto è al tour operator; la prossima mi toccherà l’agenzia.
Ora, se sono terrorizzata adesso che il mio turno è al t.o., in cui, bene o male, qualcosina – ina – ina faccio, non oso pensare a cosa mi aspetterà in agenzia, dove, a sentire l’amica che in questi giorni vi passa il tirocinio, l’attività più impegnativa è quella di disegnare su Paint.

Insomma, un tirocinio di grandissima utilità, mi dicono.
Di certo la mia mente non perderà occasione di torturarmi, mandando pericolosamente in giro quei pensieri che tanto eviterei.
Proprio ora che vorrei gettarmi nello studio per tenere il cervello occupato, proprio ora che i libri mi paiono l’unica ancora di salvezza, proprio ora…devo starmene due settimane off school.
Certo, potrei sempre mettermi a studiare al ritorno a casa, ma la stanchezza la fa da padrone e la voglia di rilassarmi davanti al pc prende il sopravvento.
Stanchezza, poi…! Neanche mi sforzassi intellettualmente a fare qualcosa, giacchè i miei compiti si limitano a mere operazioni di archivio barra sistemazione barra riordino. Neanche mi impegnassi fisicamente a trasportare scatole o faldoni, dato che per la maggior parte del tempo rimango ancorata alla sedia girevole. Comodissima, per carità (con la seduta alta, lo schienale ben dritto ed i braccioli, come piacciono a me), ma onestamente mi aspettavo più di una poltrona da questo stage.

Io, seduta, ferma, immobile. La mia mente vagante, itinerante, gitana.

Caratteri indecifrabili

Ho capito che al mondo non esistono solo persone piacevoli o spiacevoli, persone buone o cattive. E’ presente una grande quantità di persone indecifrabili, che non si lasciano capire o non si vogliono lasciar capire. Persone che non sai mai come prendere, con le quali non sai mai come comportarti, cosa dire o cosa tacere. Alle volte puoi riderci e scherzarci, lo vedi che anche loro stanno al gioco, che si divertono. Altre devi invece soppesare ogni parola da dire, temendo la loro reazione di fronte ad una frase fuori posto o leggermente inadeguata, con la paura che possano innervorsirsi e guardarti storto per tutta la giornata.
Fortunatamente, queste persone riesci a capirle fin da subito. Il loro sguardo ed il loro atteggiamento tradiscono immediatamente la disposizione d’umore che hanno quel giorno.

Ma direi che sia il caso di smetterla di parlare in termini generali, con un plurale majestatis – come dice molto spesso mia madre – dato che la persona alla quale mi riferisco è una ed una sola.

E’quella persona che ogni volta entra in classe in un modo diverso. Nelle giornate , rivolge subito lo sguardo a tutti noi, ci sorride, ci chiede come stiamo, azzarda commenti che dovrebbero essere per lei battute esilaranti circa il tempo atmosferico, la notizia dell’ultima ora, i professori della scuola, il nostro abbigliamento oppure qualsiasi altra cosa che gli viene in mente. Si siede alla cattedra, sempre sorridendo, è allegra, si vede che non ha molta voglia di fare lezione. Certo, alla fine la lezione la tiene, ma è una lezione piacevole, stravagante, che si riempe di riferimenti talvolta azzardati, come quando racconta dei suoi jeans strappati e le sue giacche anni ’70, i quali dovrebbero avere un qualche collegamento con il Positivismo ed il Naturalismo francese.
Però va bene, ci sta quest’ironia che spezza la monotonia della lezione e ribalta il classico metodo della lettura in classe del testo di letteratura, che noiosamente recita: “Il Naturalismo è una corrente letteraria che si diffonde in Francia nella seconda metà dell’Ottocento…”.
Le giornate non durano a lungo. La volta successiva sembra come se non avessimo mai conosciuto la persona il cui guardaroba è stato l’argomento principale di una lezione.
Entra in classe con il muso, gli occhi a terra, a passo svelto. Si siede con una certa fretta, tira fuori penna, matita – alla quale ho scoperto tiene particolarmente – e registro, vuole il silenzio e chiede la nostra immediata attenzione.
La lezione si svolge nei classici “canoni” imposti dalla scuola, verso i quali il giorno prima sembrava essere così insofferente, rovesciandoli, criticandoli spesso, affermando che il professore non è solo un dispensatore di nozioni puramente “scolastiche”, bensì una guida per il nostro futuro, una sorta di maestro di vita. Per questo spesso la lezione viene interrotta dal racconto delle sue esperienze personali che vuole condividere con noi nella speranza che fruttino da insegnamento. Ed è bello, è un confronto interessante e profondo.
Ma nelle giornate no non c’è spazio per la condivisione di esperienze, bisogna andare avanti con il programma, bisogna che si faccia il “professore”, ruolo che consiste nello spiegare, assegnare i compiti, interrogare, mettere voti, promuovere o bocciare.
Ebbene, è proprio in un “professore” che tale persona si trasforma nelle sue giornate no, sebbene altre volte si mostri restia a rivestire questo ruolo così distante dai ragazzi.
Nelle giornate , il professore di lettere quale è, non si manifesta nel grigiore della sua professione, ma rimane nascosto dietro la veste di un semplice uomo, che ha nostalgia della moda anni ’70, che si sporca le mani con la catena della sua bicicletta, che fuma la pipa in classe chiedendoci prima un permesso che nella nostra incredulità siamo costretti ad accordare.

C’è quindi il fumatore di pipa, il figlio dei fiori con i pantaloni a zampa di elefante, il ciclista che ogni giorno scavalca i setti colli di Roma, dei quali sempre si lamenta rimpiagendo la sua cara Pianura Padana di Milano.
E c’è poi il professore in giacca e cravatta, con la valigetta nera, le sue penne e le sue matite, che odia imbrattarsi le mani di gesso e si innervorsisce per un’inezia, una parola sbagliata in un contesto sbagliato, una gomma che cade a terra e viene raccolta, un movimento di sedia che rompe la “musica” della lezione, come ama dire lui.

Ho capito che al mondo preferisco decisamente i fumatori di pipa.

 

OrientaMENTE: ecco quello che mi serve.

Scritto il 27-10-11

Se prima avevo le idee confuse, dopo la giornata di ieri sono entrata completamente nel pallone.
Come non dare ragione al caro Leopardi a alla sua idea secondo la quale nell’ignoranza e nell’ingenuità risiedano felicità e serenità?
Riferimento un pò forzato, d’accordo, ma in sostanza molto adatto a descrivere il mio attuale stato mentale.
Meno cose conosco, meno problemi mi faccio; meno mi informo, meno entro in confusione. Morale della favola: se vivo nell’ignoranza, vivo meglio. E faccio vivere meglio anche tutti coloro  che mi danno retta e che – sono sicura – sono stufi di leggere o ascoltare in continuazione le stesse cose. Sì, perchè sempre di questo sto parlando: l’università.

Si può dire che fino alla settimana scorsa avevo più o meno le idee chiare riguardo all’università che avrei scelto, al percorso che avrei seguito e a cosa avrei fatto della mia vita (va bene, ho detto che ero confusa ma un piccolo lumicino mi si era acceso). Da ieri non ne ho più la pallida idea.
Ho scoperto facoltà di cui non sapevo l’esitenza, ho ricevuto broschure e materiale relativi a tutti gli atenei ai quali mi sono rivolta e anche da quelli che mi hanno semplicemente fermato “per strada”, ho avuto colloqui molto interessanti, ho ottenuto tutte le informazioni che cercavo, anche più di quelle che desideravo.
E’ stata senz’altro una giornata utile e fruttuosa, che ha chiarito i molti dubbi che frullavano nella mia testa, ma la così vasta e variegata offerta formativa che mi è stata presentata, ognuna a suo modo attraente, ognuna sotto certi aspetti accattivante, non ha fatto altro che disorientarmi.
E menomale che l’intento della manifestazione era quello di aiutare l’orientamento universitario!
Credo, tuttavia, che il problema maggiore sia costituito da me, dalla mia incapacità di capire quale, tra i miei diversi interessi, prevalga sugli altri e quale abbia intenzione di portare avanti come materia di studio.
Tempo fa un’amica mi disse: “Scegli la cosa che ti piace e che sai fare bene”. Okay, ma ce ne sono così tante! Così, istintivamente, direi scrivere. Eh sì, in effetti mi piace proprio tanto. Forse più di ogni altra cosa. Ora la domanda è se sono capace a farlo bene e, soprattutto, se voglio che diventi il futuro della mia vita.

I miei punti di forza secondo Alma.

Non sapendo più dove andare a sbattere la testa, dopo due ore di ricerca sui siti delle università, due ore di lettura dei piani di studio delle varie facoltà, due ore di mal di testa continuo ma chissene importa, questa è una cosa importante, devo scegliere bene e devo prendere la decisione giusta, ho seguito il consiglio che mia madre mi ripeteva da diverso tempo: AlmaLaurea.
“E’ fatto bene, sembra utile, c’è una sezione per l’orientamento…vai a vedere di cosa si tratta.”
E vaaaaabbbbè, andiamo a vedere di cosa si tratta.
C’è un test, uno come quelli che già ci hanno somministrato a scuola (ma che non ci hanno più restituito perchè, a quanto pare, è necessaria la liberatoria dei genitori…mah!), uno con quelle domande sugli interessi, le passioni, le materie preferite. Praticamente uno di quei questionari che ho sempre considerato scontati e poco attendibili.
Tuttavia, con mia grande sorpresa, il profilo che mi è stato restituito rispecchia molto verosimilmente la realtà.
Mamma aveva proprio ragione.
Oltre ad essere fatto bene come sito e a fornire informazione veritiere, presenta diverse statistiche riguardo i laureati degli scorsi anni, le loro attuali occupazioni, la loro soddisfazione nell’ambito lavorativo nel quale si trovano, la loro provienza scolastica (al riguardo, mi fa piacere notare che i secondi laureati del 2010 siano quelli che provengono da un istituto tecnico) ed altre indagini personalizzabili, ovvero visualizzabili a seconda di particolari criteri  e caratteristiche scelti dall’utente. Si può, per esempio, restringere la ricerca ai soli laureati del Lazio, oppure focalizzare una determinata facoltà, o ancora richiedere risultati relativi solo ad un ateneo.
Insomma, è veramente molto interessante  e vado fiera di averlo scoperto. Okay, sempre tutto merito di mamma… 😉
Ora però, ecco i risultati del test. E ditemi se quando parla di “non hai ancora messo a fuoco cosa vorresti fare in futuro”, non ci ha azzeccato in pieno.

Dalle tue risposte emerge che:

Metodo di studio. Alla fine della scuola superiore valuti di aver acquisito un buon metodo di studio personale. Questa competenza ti sarà molto utile in qualsiasi percorso di studi vorrai intraprendere. E’ una base di partenza importante per affrontare l’esperienza universitaria.

Risultati scolastici. La tua idea è quella che i risultati scolastici conseguiti finora dipendono prevalentemente dal tuo impegno personale e dalle tue capacità. La determinazione nello studio e la volontà di riuscita sono un requisito importante per affrontare il percorso universitario.

Valore della formazione. Sembra che tu abbia ben presente l’importanza di continuare a formarsi per migliorare il proprio futuro professionale. Questa convinzione è un’ottima premessa per raggiungere buoni risultati.

Preferenze ed interessi. Non hai ancora messo a fuoco cosa vorresti fare in futuro. Non emergono ambiti di studio o di lavoro che possono suscitare un qualche interesse particolare. Hai bisogno di riflettere ancora su questo punto, magari confrontandoti con altre persone (genitori, insegnanti, amici) o parlandone con gli operatori dei servizi di orientamento.

Disponibilità al nuovo. Ti descrivi come una persona interessata a conoscere situazioni diverse e aperta verso nuove esperienze. Questa tua risorsa ti sarà utile nel percorso universitario; tuttavia non buttarti allo sbaraglio e rifletti sempre prima e dopo, così potrai trarre il massimo vantaggio da ogni esperienza importante.

Capacità di analisi. Ritieni di essere una persona che sa riflettere prima di agire ed è in grado di cogliere le richieste dei diversi contesti in cui si trova. Questa capacità ti dovrebbe aiutare anche nell’affrontare l’esperienza universitaria ed eventuali situazioni complesse che si potrebbero presentare. Se questo non si verificasse, non ti demoralizzare perché si può imparare anche dagli errori.

Capacità di affrontare gli imprevisti. Di fronte ad un evento che non ti aspettavi sei in grado di non farti prendere completamente dal panico, anche se hai qualche difficoltà a venirne fuori. La capacità di affrontare situazioni complesse o impreviste è una risorsa personale che devi ancora potenziare perché ti potrà essere utile per arrivare in fondo al percorso universitario e anche quando cercherai di inserirti nel mondo del lavoro.

Focalizzazione sull’obiettivo. Sembri una persona molto determinata a concludere con successo quello che stai facendo. Se ti riconosci veramente questa caratteristica, puoi essere soddisfatto/a perché sarà una buona risorsa anche nei momenti di maggiore carico di studio. Se ti sembra di aver esagerato un po’ e devi rivedere il tuo giudizio, abbi comunque la consapevolezza che lungo il percorso universitario è importante rimanere concentrati sui propri obiettivi (numero di esami da sostenere, tempi di preparazione, etc.).

Addio grammatica, addio italiano, addio lingua!

“Il giorno 4-05-2011 la mia classe ed io siamo andati in gita a Villa D’Este e Villa Gregoriana.”

Cosa vi sembra?

Esatto. Un temino di bambini terza o quarta elementare.
Invece no. Purtroppo no. Si tratta di un tema di ragazzi di primo superiore, ai quali era stato richiesto di analizzare, dal punto di vista esperienzale, la loro giornata a Tivoli.

Ieri la prof. di Storia dell’Arte ci ha fatto divertire. Poichè abbiamo ormai finito il programma (anzi, ci siamo anche anticipati alcuni argomenti del quinto) e poichè l’ultima ora del venerdì è sfiancante per tutti, la professoressa ci ha consegnato i temi del 1°… , in modo che riuscissimo a spiegarci il perchè tutti gli insegnanti che devono andare a fare lezione nei primi siano terrorrizzati.
Sulle prime ero un pò titubante: non mi sembrava giusto rendere pubblici dei temi tra le altre classi. Però poi non ho resistito e mi sono avventurata nella loro lettura.
La prima osservazione che posso fare è che tutti – e dico tutti – i temi iniziavano nello stesso modo, cioè come ho riportato sopra. Ma, santo cielo, un pò di fantasia, no? Non c’è introduzione più classica di questa, anche perchè alle elementari si impara ad avviare il tema contestualizzandolo nel tempo e nello spazio. D’accordo, tecnica accettabile, ma siete alle superiori adesso! Si presuppone che un ragazzo, una volta uscito dalle medie, abbia acquisito una certa capacità di manipolare la lingua e di scrivere in maniera più o meno originale.
Ma vabbè, lasciamo perdere. Chi sono io per giudicare? Ed in fondo non è nemmeno la cosa più eclatante.
La seconda osservazione è che questi ragazzini si credono furbissimi, quando invece la loro ingenuità è talmente palese che anche loro stessi, se fossero un pò più accorti, se ne accorgerebbero. Come si può pensare di fare fesso un professore, scopiazzando parola per parola da Internet? Insomma, questi poveri insegnanti, avranno un tantino di fiuto? 
Internet è così vasta, che si potrebbero trovare anche dei posticini dove prendere informazioni senza essere scovati. Ma – e così si conferma ciò che ho detto pocanzi – la loro ingenuità è tale da portarli dritti dritti su Wikipedia oppure sul primissimo risultato presentato da Google.  E allora, scusate, ma siete voi i fessi!
Infine, la cosa che ci ha fatto ridere per tutta l’ora, ma allo stesso tempo ci ha gettati nello sconforto è stata questa:
Signori e Signore, rullo di tamburi per…immezzo” e “dippiù“.

Fantastico! Credetemi, ci vuole originalità per partorire cose del genere.
Darei 10 alla fantasia!

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