The sound of silence

Quando il silenzio non è un vuoto, ma è ricco di significato.

Quando il silenzio non è imbarazzo, ma emozione.

Quando il silenzio non è mancanza di argomenti, ma è ricco di mille cose da dire.

Quando basta il contatto, tenersi per mano, scambiarsi un sorriso ed incrociare gli sguardi per capire tu, lì, in quel momento, è proprio il posto dove vorresti e dovresti essere.

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Roma tempestosa.

Vorrei riproporre qualche estratto di un post che mi è tornato in mente proprio la scorsa mattina, di fronte allo scenario devastante nel quale mi sono svegliata e nel quale si è risvegliata tutta la capitale.

Questo richiamo dimostra come nubifragi da allerta meteo non ricorrano, fortunatamente, in maniera così frequente nella nostra città, ma è al tempo stesso testimonianza indelebile di come le reazioni e le conseguenze di tali eventi siano esattamente identiche nel corso degli anni.

Per la rubrica: spesso ritornano.

LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA.

Questa mattina Roma sembrava una nave pirata in balia della tempesta.
Urge un chiarimento etimologico dei termini di questa “definizione”.

Nave. Con le strade completamente allagate, depressioni profonde più della Fossa delle Marianne stracolme d’acqua piovana, marciapiedi inondati ed impraticabili, con i lampi che ogni tanto squarciavano il cielo, i fulmini che illuminavano la giornata ancora inghiottitta dalle tenebre notturne, Roma pareva essere in bilico, inclinata prima da una parte e poi dall’altra, proprio come un’imbarcazione in preda alle onde più selvagge, incontrollabili, devastanti.

Pirata. Con le strade allagate di cui sopra, automobilisti, motociclisti e qualunque altro utente della strada si sono esibiti nelle loro migliori performance: parcheggi impossibili, cambi di corsia improbabili, passaggi ad altissima velocità su pozze d’acqua nelle quali rischiavano anche di affondare, slalom assurdi da parte dei motorini più impavidi, autobili ferme, con il motore spento, in quelle stesse pozze di prima… Il panico. […]

Tempesta. Beh, non c’è bisogno di aggiungere altro. Mi è bastato guardar fuori dalla finestra stamattina e trovarmi davanti un infuriato cielo stile The Day After Tomorrow per realizzare che “tempesta” non era nemmeno la parola più adatta per definire la giornata.

Fortunatamente, nel primo pomeriggio, la nave pirata ha assunto le sembianze di una pacata barca a vela, cullata da un mare più calmo.
Ed è sopraggiunta la quiete, si è fatto strada il sereno, anche se solo per pochi minuti.
Il cielo si è aperto, uno spicchio di sole è spuntato fuori e le nuvole si sono pian piano schiarite. Con lo sguardo rivolto verso questo scenario, mi sono concessa una lunga passeggiata, assaporando la bellezza di quel momento, appena successivo ai tuoni, ai lampi, all’incessante pioggia, godendo appieno di quella pace, ancora più sentita grazie alla solitudine che mi circondava, poichè non ho incontrato nessuno sul mio percorso.

Non una parola ha interrotto l’armonia di quel cammino, in cui sentivo solo il rumore dei miei passi e l’ansimare del mio respiro; non un suono, se non l’ululare del vento, ha potuto distogliere la mia attenzione dal cielo che mi sovrastava e mi trasmetteva una instabile, eppur piacevole, sensazione di serenità. […]

La quiete dopo la tempesta non è durata a lungo, ma che bella che è stata.

Diario di viaggio: Salento e costa adriatica

La mia terza volta in Salento è stata dedicata, oltre all’esplorazione degli usi linguistici di questa parte di Puglia, alla scoperta della costa adriatica, che non ha smesso nemmeno una volta di darmi soddisfazioni.
C’è da dire che il vento – lu ientu, elemento fondamentale in terra salentina – è stato tutta la settimana a nostro favore e le temperature, di un caldo aggressivo, hanno permesso di farci godere un’acqua calda cristallina, in un mare che, complici gli splendidi colori, ha sempre avuto le sembianze di una piscina.
Le spiagge, le baie, le insenature e le calette nelle quali ci siamo fermati, tuffati e abbandonati come in un paradiso perduto, sono state:

  • Torre dell’Orso. Forse la località più rinomata della costa, affollata e presa d’assalto da turisti e famiglie di vacanzieri, è spettacolare nei colori e nei paesaggi. E’ chiaramente riconoscibile per la presenza delle Due Sorelle, ovvero due faraglioni che dominano la baia.
  • Roca e Grotta della Poesia. Si tratta di una “buca” dentro le rocce, una piscina naturale che si apre tra gli scogli e nella quale è usanza tuffarsi dal ciglio alto su per giù 5/6 metri. Sembra un’altezza innocua e fattibile, ma fidatevi che mentre la punta dei piedi è sospesa nel vuoto un leggero timore sale. Eccome se sale.
  • Sant’Andrea. Un’insenatura dai colori stupefacenti che ci lascia a bocca aperta e ci impone una sosta di dovere, seppur breve ed improvvisata, per un tuffo veloce in acque che rigenerano mente e spirito.
  • Otranto. Si pensa spesso – oppure noi romani siamo abituati a pensarlo – che le acque vicino ai porti e agli ingressi delle città siano meno pulite di altre. Ad Otranto queste convinzioni non esistono e farsi il bagno in un mare turchese mentre si staglia frontalmentek il panorama del castello, delle case, delle barche nel porticciolo è qualcosa di impagabile.
  • Porto Miggiano. Poco dopo Santa Cesarea Terme, prima di arrivare a Castro, si trova questa baia che doveva essere in passato nota solo ai locali, ma che ora ègl inevitabilmente scoperta e frequentata da molti turisti. Si raggiunge con una scalinata piuttosto lunga che corre lungo la scogliera tagliandola pericolosamente in altezza e regala un paradiso di colori e natura incontaminati.
  • Riserva delle Cesine. Una spiaggia che é un paradiso perduto, simile all’isola deserta dove naufraga Robin Crusoe, ancora non affollatissima e in certi punti quasi disabitata. Il mare che troviamo é calmo e cristallino, una piscina a cielo aperto.
  • San Foca. La parte di costa che segue la marina di Vernole e le Cesine non può che essere fenomenale: continua la sabbia anche se la spiaggia si restringe e si popola si lidi attrezzati, polo di aggregazione anche per la movida serale
  • Grotta della Zinzulusa. Verso Castro, nota come la “perla del Salento”, si trova questa grotta naturale, una tra molte, che può essere raggiunta anche a piedi mediante una serie di scalinate e camminamenti scavati nella roccia. Un tuffo in questo mare dal blu limpido e profondo é assolutamente d’obbligo.
  • Acquaviva. A differenza del resto della costa, l’acqua di questa splendida insenatura – quasi un fiordo – è di gran lunga più fredda, a causa di alcune sorgenti situate tra le rocce. Immergendosi o tuffandosi nelle profondità, si apprezza invece una temperatura più mite e piacevole. I colori dell’acqua sono a dir poco da togliere il fiato: si va dal verde all’azzurro, fino al turchese e al trasparente della riva.
  • Baia dei Turchi. Raggiungibile con un percorso a piedi di circa 15 minuti, abbastanza agevole anche con ombrellone, borse e zaini al seguito, la baia lascia a bocca aperta per la brillantezza dell’acqua che non delude mai. Romantica e accogliente anche per la notte di San Lorenzo: il cielo stellato e la luna, riflessi nel mare notturno, donano emozioni uniche.
  • Frassineto. L’ultimo giorno, sabato, è quello in cui il mare, complice la tramontana, inizia ad incresparsi. Ma i locali ci avevano avvertiti: “Se è tramontana, bisogna spostarsi sotto Otranto o sullo Jonio”. Abbiamo comunque voluto concludere la visita della costa adriatica, senza tradirla con la sua rivale jonica, a Frassineto, piccola spiaggia alternata a rocce che emergono già a riva. Il mare è pulito e trasparente anche con le onde.

Non può certo mancare una visita al centro storico e barocco di Lecce, che per me è stata una riscoperta notturna, momento del dì in cui i colori della pietra leccese si esaltano in tutto il loro caldo fascino. Piazza Duomo e Piazza Sant’Oronzo sono tappe d’obbligo, ma ammiriamo anche i resti del teatro e dell’anfiteatro romano, oggi palcoscenici di rappresentazioni teatrali, festival, concerti in una cornice dal sapore storico alla luce della luna.

Rimando ad Instagram  per le foto che documentano la visita e la degustazione presso la cantina Apollonio di Monteroni, cui abbiamo dedicato una piacevole mezza giornata insieme alla visita della tenuta Santi Dimitri a Galatina.

Tra i piatti assaggiati in una regione la cui offerta enogastronomica ci fa letteralmente impazzire, debbo per forza iniziare dal pasticciotto, un po’ perché sono una inguaribile golosa, un po’ perché è stato nostro alleato in tutte le colazioni.mattutine (ne ho comunque già parlato qui). Le pietanze di terra – degustate a La Casina del Grillo – si sono alternate a quelle di mare, spaziando dai pezzetti di cavallo, condimento anche dei maccheroncini, ciceri e tria e turcinieddhri, fino ad arrivare alla municeddha, al polpo in pignata e al gambero rosso di Gallipoli, passando per il cibo da strada come pittule, rustico leccese, pizzi, pucce e taralli.
Una bella cesta di pomodori appesi, origano e cacioricotta, oltre ad un carico generoso di vino, a scapito, quest’anno, dell’olio, sono i souvenir enogastronomici (quanto va di moda ormai questa parola…) che trasportiamo verso Roma, come ogni espatriato del Sud che si rispetti porta con sé i prodotti della sua terra nella sede che lo ospita nel resto del Belpaese. Belpaese che non sarà comunque mai come casa soa.

Tutte le strade portano a Roma

Le strade del signore sono infinite. Ma non crediate che a Roma sia tanto diverso.
Sono 24 anni che vivo in questa città e ancora ci sono strade che non ho mai percorso, quartieri che non ho mai frequentato e zone che non ho mai conosciuto.
Sarà che ognuno costruisce la propria vita intorno alle sue esigenze, alla sua famiglia, alle amicizie, al lavoro e, al di là delle aree più o meno rinomate per lo shopping, il passeggio, i locali notturni, non sempre si ha occasione di familiarizzare con parti di città con cui non si coltivano legami.
Il risultato è stato che ieri, quando il navigatore mi ha condotto attraverso alcune strade per me ignote, mi sono stupita di quanto Roma possa essere diversa nel raggio di qualche chilometro. Innumerevoli sono i volti di questa città, molteplici le manifestazioni, incredibile anche la folla umana che popola zone così differenti e che le riflette indubbiamente nel modo di vivere quotidiano, nel modo di camminare sui marciapiedi, nel modo di guidare credendosi i padroni del regno, nel modo di conversare animatamente con il proprio vicino di passeggio. Nel modo di parcheggiare o posteggiare in doppia fila! Davvero cose dell'altro mondo. E le previsioni del tempo? Completamente sballate da zona a zona.
"Ma qui da me non è piovuto", una tipica frase che può essere estrapolata da una conversazione tra due romani qualunque.
Gli eterni stereotipi di Roma nord e Roma sud, gli imbattibili 80 km di GRA, che in altre località d'Italia corrispondono alla distanza tra due province.
Il lido di Roma, Ostia, per fare in modo che la capitale affacci sul mare ("Mamma, ma Roma è bagnata dal mare?" Vi sfido a rispondere ad una domanda simile), sebbene Ostia sia quasi una cittadina a sé per le sue vaste dimensioni.
Eppure siamo sempre qui, siamo sempre a Roma. Capitale e capitana. Città eterna e caput mundi.
In fondo "tutte le strade portano a Roma", così si dice? Ma Roma stessa porta ad infinite strade, al suo interno e fuori di essa, strade tutte da scoprire.
Roma, città dai mille universi. Direi che è il luogo che fa effettivamente al caso mio.

Luoghi e volti delle mie notti

Ho sognato di nuovo quel luogo e quelle persone. Lo sogno ad intervalli regolari da qualche settimana, lo sogno con preoccupante nostalgia.
Ho sognato vecchi volti, compagni di scuola, che ho ritrovato in quel luogo.
Ho sognato anche il presente, le persone che attualmente affollano le mie giornate e che mi circondano quotidianamente.
Le ho sognate immerse in quel luogo, che deve avere qualcosa di particolarmente magico e magnetico per fare capolino così spesso durante il mio sonno.

È proprio vero che i sogni traggono spudoratamente spunto dagli stimoli, seppur fugaci e momentanei, assimilati durante la veglia.

Ieri sono per esempio passata davanti alla mia scuola superiore – è in centro, dove al momento lavoro. Ci sono passata di fronte tante volte, lungo il percorso che a piedi mi conduce fino agli uffici, ma è stato solo ieri che ho represso l’istinto di fermarmi a salutare qualche vecchio professore, semmai ancora in ruolo e semmai ancora memore del mio volto. Ero infatti in anticipo rispetto all’orario di ingresso in ufficio e ho avuto la fulminea idea di attraversare il portone, chiedere ad una bidella l’orario della giornata e domandare della presenza della prof. di matematica, o di inglese, o della prof. di tedesco o discipline turistiche, le uniche che probabilmente sono rimaste operative dopo la mia maturità. Ma non l’ho fatto, ho pensato che avrei speso troppo tempo e, benché l’anticipo in cui mi trovassi, sarebbe stato poco opportuno.

Eppure non ho sognato i professori, non ho sognato la sede centrale della mia scuola o i momenti passati in aula durante inglese o matematica. Non ho sognato la maturità, immagine che per un attimo era stata proiettata nella mia mente durante i miei ragionamenti sull’entrare o meno a scuola.
Ho sognato una compagna insospettabile, con la quale non ho mai avuto grossi rapporti di amicizia, e che ho ovviamente perso di vista in questi anni, vista la simpatia e l’affinità che mai era nata tra noi.
Ho sognato il suo volto in modo chiaro e definito, ma anche la sua fisionomia, riprodotta forse meno fedelmente.
Ho sognato che mi ha salutata con entusiasmo, come d’altronde io ho fatto con lei, ma era tutto un po’ forzato e palesemente surreale, perché nessuno delle almeno dieci persone attorno ci ha chiesto come facevamo a conoscerci.
L’interpretazione dei sogni è a mio avviso un’impresa impossibile, fallimentare in origine, poiché innumerevoli sono i fattori che influenzano la fase onirica e ancor di più sono quelli inconsapevoli, dei quali non ci rendiamo nemmeno conto, non conoscendone spesso l’esistenza.

In realtà il mio caso è un po’ a sé, in quanto, al di là del volto poco significativo risalente al periodo della scuola superiore, so benissimo il motivo per cui sogno quel luogo e quelle persone. È una ragione che faccio fatica a confessare a me stessa, è una ragione di cui sono cosciente ma il cui confronto tento di evitare.

Vorrei poter dare ai miei sogni l’interpretazione che meritano, ma credo che a volte sia meglio lasciar correre, non andare tanto a fondo… Ciò significherebbe dare a certi pensieri troppa importanza.
Sono immagini notturne, è facile viverle e poi dimenticarle, purché non riaffiorino insistenti anche sotto la luce del sole. I sogni ad occhi aperti sono ancora più pericolosi e non so quanto riuscirei a conviverci.

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Magritte – Golconda

Diario di viaggio: Strasburgo [Parte III]

Ho pensato di creare un capitolo a parte in questo diario di viaggio- o diario di una missione, che fa più cool- per dedicarlo alle scoperte gastronomiche immancabili durante un soggiorno in Francia.
Per l’aspetto enologico non sono purtroppo la persona più adatta e l’unica bevanda che ho provato, oltre all’acqua Vittel o Perrier, è stato il sidro, assaggiato durante la mia DSC_0938.JPGprima cena. Ho mangiato a La Plouzinette, o Creperie Breton (l’insegna riportava due nomi), in Place Saint-Etienne, uno di quegli adorabili angoletti di cui vi accennavo nei post precedenti, poco distante dalla cattedrale. Specialità del locale, piccolo ma curato in ogni dettaglio, crêpes di tutti i generi. E non si tratta delle crêpes cui siamo, o almeno sono, abituati in Italia, dal sapore delicato e ripiene come dei cannelloni, sovrastate poi da besciamella (e sono buonissime anche queste, ben inteso!), ma di crêpes più consistenti, realizzate con una farina probabilmente integrale, a giudicare dal colore scuro dell’impasto, e presentate semiaperte sul piatto. Io ho ordinato una crêpe tradizionale con jambon e comtè e mi sono poi lasciata tentare dalle proposte dolci, dividendo con il mio commensale una crêpes al caramello salato ed una ripiena di crema di nocciole locale.

Tra le raccomandazioni gastronomiche ricevute prima della partenza, non ho assecondato quella della quiche, a me e al mio stomaco già ben nota da Roma. Ho però voluto provare la famosa tarte flambé, ordinata nello specifico nella versione gratinee, ovvero con emmentaler in aggiunta agli ingredienti tradizionali: cipolla, pancetta e comtè. Si tratta di una sorta di pizza che è però molto più sottile e leggera, una sorta di crepe più croccante e consistente, ed è una vera specialità alsaziana. L’ho mangiata al Bistrot des Compains, a due passi dalla Petit France.

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Chi mi conosce sa bene che non esiste cibo più degno di essere chiamato tale se non i dolci, quindi mi sono concessa una pausa pranzo al Parc de l’Orangerie, degustando i tipici savoiarde della patisserie Patrick seduta su una panchina con vista lago.

L’esperienza croissant era già stata fatta a Parigi e debbo ammettere che Strasburgo ha riconfermato tutte le mie convinzioni: evviva i croissant e il pane francesi, evviva il burro usato come se non ci fosse un domani! D’altronde non mangio cornetti francesi tutte le mattine, quindi un’esplosione di fragranza e dolcezza, seppur provocata da ingenti quantità di burro, vale la pena di essere vissuta quando si è in suolo francese.

Riporto infine a casa altri fondamentali ricordi culinari di questa terra che, bisogna ammetterlo, in campo gastronomico sa il fatto suo. Formaggi e macarons sono stati preferiti al vino o al foie gras, più che altro per esigenze legate al bagaglio a mano del mio volo e a questioni di gradimento personale (…ma a chi piace veramente il foie gras?! Conosco solo pochissime persone e due di queste – ahimè – me lo sono ritrovate in famiglia).

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La Francia per me non è finita qui e oltre all’Alsazia ho nei miei futuri progetti di viaggio la Loira, la Provenza, la Normandia e la Bretagna, magari on the road, magari in bicicletta… Magari quando avrò un mese intero di tempo libero! 😉

Diario di viaggio: Strasburgo [Parte II]

Ci siamo lasciati con l’immagine dell’universo veloce e movimentato del Parlamento europeo, dove le ore passano come minuti e il mondo esterno sembra un meraviglioso quadro impressionista da contemplare da dietro una parete di vetro. Ora veniamo alla mia vera passione: visitare e scoprire il mondo.

Strasburgo città.

Strasburgo è una cittadina deliziosa, dall’architettura tipica della regione dell’Alsazia e dal fascino fiabesco, oltre che indiscutibilmente romantico.
L’arrivo alla Place de la Gare aveva già posto chiaramente le carte in tavola e alla fine di ogni giornata lavorativa non vedo l’ora di percorrere la strada lungo il canale che mi avrebbe portata verso il centro.
Il tempo di percorrenza dalle Istituzioni Europee alla zona della cattedrale è di circa 25 minuti, ma per me ogni passo corrisponde praticamente ad una fotografia – non posso farne a meno – e la passeggiata dura in sostanza 45 minuti pieni.
Ma si sa, e io ho sempre sostenuto che, la bellezza del viaggio sta (anche) nel tragitto e non solo nella destinazione…

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Lungo il famoso canale è meraviglioso godersi la tranquillità delle persone che passeggiano, di coloro che vanno in bici, o di quelli che sono seduti sulle sponde del fiume stesso. E che dire delle casette che si specchiano nelle acque e sembrano essere dipinte dalla mano di un pittore impressionista, quasi non paiono reali?
La piazza della cattedrale è un altro spettacolo per gli occhi e per il cuore. Notre Dame de Strasbourg è una delle tante “Nostre Signore” sparse per la Francia, ma, se non fosse per la popolarità, non avrebbe nulla da invidiare alla sua famosa sorella di Parigi. L’interno, che riesco a visitare nel mio ultimo giorno di permanenza in città, lascia davvero a bocca aperta per i rosoni, le finestre, le innumerevoli guglie, i dettagli gotici così spiccati e le altezze così svettanti. Per non parlare delle navate laterali dell’imponente costruzione, ammirabili dall’esterno nelle piazzette ricavate lungo i bordi della cattedrale, ancora più magnifica perché nascosta: non si riuscirà mai ad ammirarla nella sua interezza, non essendo preceduta da una piazza di uguali dimensioni. Un po’ come mi è accaduto per la cattedrale di Siviglia, si rimane basiti dalla scala possente di questi edifici, totalmente sproporzionati rispetto al resto delle architetture cittadine.

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Il fascino di Strasburgo sta in modo particolare nella sua disposizione lungo diversi canali, attraversati da ponticelli pittoreschi e circondati da casette ancora più adorabili. La zona prediletta per scoprire le casette in stile Hansel & Grethel, paragone che effettivamente rende l’Alsazia assimilabile ad una regione tedesca, è il quartiere della Petit France. Qui ho scovato degli angoletti veramente splendidi, dei vicoli e delle piazzette che possono non possono commentarsi a parole, tanto speciale è la loro bellezza. Questa è ovviamente l’area prediletta per le fotografie – oltre a quelle che già scattavo nel percorso dal Parlamento al centro, ricordate? – e non ci si può esimere dall’immortalare un quartiere che già di per sè sembra essere congelato in un’epoca – che dico! In una dimensione – diversa, dove lo scorrere del tempo si è arrestato da un pezzo.

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Non solo nella Petit France si scoprono scorci da immortalare, poiché la città, o almeno il centro, è totalmente una location da fiaba, e questo impone di camminare con lo sguardo sempre in alto, per non perdere la magia dell’aria. Magic is in the air… Ed è proprio vero: Magic is in Strasbourg.

 

Un anno fa, c’eri tu.

E’ arrivato il giorno 11. Di già.
E’ già arrivato. E’ già passato un anno dal giorno 11 di un anno fa.

La prima cosa che ricordo nitidamente è il tuo abbraccio, forte ed affettuoso allo stesso tempo, con quel pancione che mi metteva tanta simpatia e quegli occhi celesti così buoni e dolci…

Gli occhi, gli stessi che ritrovo sulla tua foto, ma che non riesco nemmeno a guardare troppo a lungo. La vista si riempie di lacrime e come un velo queste annebbiano il mio sguardo. Ogni cosa perde forma, perde il suo vero colore.

Quando tutto sembra non avere più alcun senso, riaffiora la tua immagine dall’abisso dei ricordi e ti vedo di nuovo come per sempre avrei voluto vederti.

Porti una camicia a maniche corte ed un calzoncino fino al ginocchio. Sorridi, un po’ abbattuto forse, ma mai troppo debole. Il cappello e la sua visiera non possono mancare, così come il tuo fedele compagno di passeggiate, prima Sissi e poi Winnie, quando riuscivi ancora a muoverti senza sforzo. Uscivi. Uscivi per portare a spasso il cane, per fare la spesa, andare al mercato o accompagnare i nipoti a scuola. E venivi a trovarci al mare, ci salutavi al di là della recinzione, quando sull’altalena passavo ancora tutte le mie giornate.

In fondo adesso cosa cambia? Quei tempi sono passati da anni, e quegli anni sono ormai andati via col tempo. L’assenza già c’era, prolungata ma mai infinita. Troppo a lungo siamo stati distanti, troppo tardi quando ce n’era bisogno… In fondo cosa costava una telefonata? Noia, pigrizia, scarsa forza di volontà. Minuti preziosi da dedicare a qualcuno che non è meno prezioso di noi. Qualcuno che non è invincibile, qualcuno che non ci sarà per sempre.

Niente è più importante, niente è così essenziale. Tutto collassa, tutto sprofonda in un baratro. Ciò che conta, spesso non c’è più.

Una notte interminabile 

Non so descrivere la disperazione di quella notte, il senso di smarrimento mentre ti cercavamo nel buio e gridavamo forte il tuo nome, con la speranza che prima o poi avresti risposto, nella fiducia che avremo udito un tuo lontano lamento, distante come ti eri arrischiato. Ma le nostre voci risuonavano strozzate nella notte e tornavano indietro come dei boomerang reduci da una spedizione fallimentare.
E tutti quei guaiti, no, non erano i tuoi, e non potevamo più credere che saresti magari comparso sul ciglio della strada.

Poi, un’idea, nel pieno della rassegnazione, la tua foto, ché a guardarla anche solo per un istante mi colmava gli occhi di lacrime ed il cuore di dolore.
Non so con quale lucidità io abbia agito in quel momento, così accecata dal pianto e dallo sconforto, ma ti ho “postato” e qualcuno, a quell’ora tarda di una notte per me interminabile, ha “commentato”.
Uno scambio di messaggi tra identità sconosciute e ti abbiamo ritrovato, tra le braccia di un’anima dolce che ti aveva accudito, durante le ore della nostra accorata ricerca e ancor prima, nell’inconsapevolezza della tua scomparsa.

Non so se tu ti sia reso conto di ciò che è successo, se è stata per te solo una gita di poche ore, lontano da casa in nostra assenza. Chissà se saresti tornato, ma non voglio immaginare l’angoscia di tale scenario: quello strumento così potente che, ormai quasi un anno fa, mi ha annunciato l’arrivo della morte in una camera d’albergo, l’altra notte mi ha riportato alla vita, nel silenzio di una automobile in giro senza speranza né meta.

Solo così ho capito quanto profondamente sei entrato nella nostra vita, quanto ne fai assolutamente parte, con tutto l’affetto che ci riservi incondizionatamente ogni giorno, senza chiedere nulla in cambio, solo un paio di carezze prima di metterti a dormire.
Non so descrivere il modo in cui, con la tua dolcezza e vivacità, hai cambiato la nostra casa e riscaldi enormemente i nostri cuori, donandoci sempre e solo gioia, nonostante gli sbalzi d’umore e le nostre superficiali preoccupazioni quotidiane.

Moka, questo il nome che abbiamo urlato a squarciagola nell’oscurità, io con il pianto nella voce che mi spezzava anche il respiro.
Moka, questo è il nome che ti abbiamo dato poche settimane dopo la tua venuta al mondo, quando avevi gli occhietti ancora semichiusi e l’equilibrio non proprio perfetto.
Moka, il nome che ci è stato ispirato dal colore della crema di caffè, che si avvicina più al caramello che al marrone, più alla nocciola che alla cioccolata.

Moka, ti prego, non scappare mai più.

Da uno zaino, mille ricordi.

Oggi sono passata davanti alla mia scuola e ho incrociato una nonna che tornava a casa con il nipotino, appena preso da scuola. Il bimbo le ha detto: “oggi non mi hanno dato compiti”, la nonna gli ha risposto: “certo, non hai con te lo zaino”.

Una centrifuga di immagini si è scatenata da quella frase.

L’immagine del mio zaino, rosso, Seven, con una fantasia a scacchi colorata sui due lati. Lo zaino che all’epoca non sopportavo: troppo anonimo, troppo serio, troppo da grande. I miei compagnetti iniziavano ogni anno con uno zaino diverso, a seconda del cartone animato più gettonato al momento. Io mi sentivo in imbarazzo: l’unica alunna che manteneva lo stesso zaino per tutta la durata delle elementari. Che ingiustizia. Mia madre non è mai stata incline al consumismo, all’acquisto di prodotti commerciali, di articoli inutili solo perché “andavano di moda”. Ora io sono mia madre, ma all’ennesima potenza. Così tanto ho odiato le sue scelte prima, così tanto le ammiro e le ripeto adesso.

Oggi sono passata davanti alla mia scuola e ho incrociato una nonna che tornava a casa con il nipotino, appena preso da scuola. Il bimbo le ha detto: “oggi non mi hanno dato compiti”, la nonna gli ha risposto: “certo, non hai con te lo zaino”.

Una carrellata di ricordi è partita da quella frase.

Il ricordo di mia nonna che mi veniva sempre a prendere e chiacchierava con qualsiasi mamma fuori da scuola. Nonna che mi portava a casa sua, tra l’altro sullo stesso pianerottolo di quella che era casa nostra, e mi preparava delle merende deliziose che gustavo rapita davanti ai cartoni animati di Italia Uno. E poi arrivava mamma, mamma che era stata in ufficio tutto il giorno, mamma che stanca cucinava la cena, mamma che ci mandava a letto alle nove, dopo Sarabanda, proclamando che il Big Ben aveva detto “stop”.

Oggi sono passata davanti alla mia scuola e ho incrociato una nonna che tornava a casa con il nipotino, appena preso da scuola. Il bimbo le ha detto: “oggi non mi hanno dato compiti”, la nonna gli ha risposto: “certo, non hai con te lo zaino”.

Un vortice di memorie mi avvolge da quella frase.

Il bello è che ho solo memorie di questo periodo, giustamente più indietro non arrivo, ma non riesco nemmeno a ricordare il rientro a casa di mio padre, il suo ritorno dal lavoro, le cene tutti insieme, le domeniche passate in famiglia. Ricordo divisione, separazione, non unione o condivisione. Ho paura a scavare troppo fondo, non so cosa potrei trovare o so che quel che troverò potrebbe farmi male. Non voglio vivere nel passato, è una dimensione che mi affascina, mi attira a sè con potenza magnetica, mi invita ad esplorarlo, ma io rifiuto seduta stante.

Oggi sono passata davanti alla mia scuola e ho incrociato una nonna che tornava a casa con il nipotino, appena preso da scuola. Il bimbo le ha detto: “oggi non mi hanno dato compiti”, la nonna gli ha risposto: “certo, non hai con te lo zaino”.

E io ho rivisto me, piccola, a camminare leggera verso casa, con le spalle leggere priive dello zaino, lasciato sopra il banco della classe, al secondo piano sezione B.

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