Diario di viaggio: un weekend a Torino

Che è comunque poco. Un solo fine settimana, intendo, di cui un giorno è inevitabilmente dedicato all’arrivo e uno alla partenza. Da tornarci sicuramente, visto che mancano all’appello alcuni siti che ci eravamo dette di visitare.

Ma vi racconto come è andata, dai.

Arriviamo nella tarda serata di venerdì e veniamo accolte dai primi accenni delle neve che avrebbe poi “buttato” (come si dice lì, no?) copiosamente durante la sera. Del freddo, non parliamo. Ma comunque sopportabile.

La mattina dopo i tetti della città coperti di neve sono particolarmente suggestivi e allietano il nostro risveglio nel quartiere Vanchiglia, a pochi minuti di cammino da Piazza Vittorio Veneto, bellissima per le sue dimensioni e il panorama alpino che la circonda. Dalla piazza saliamo sul Venaria Express in direzione Venaria Reale dove dedichiamo la mattina alla visita guidata della reggia e delle scuderie.

Sarà stato il tempo e la neve poi mista a pioggia, sarà stata la giornata non particolarmente limpida e i giardini non accessibili, ma la Venaria non ci ha fatto chissà quale impressione, a dispetto dei commenti molto positivi che ci erano giunti prima della visita.

Rientriamo in città per pranzo e, tra piedi bagnati, freddo picchiettante e pioggia a tratti comunque fastidiosa, giriamo in pieno spirito sightseeing tra le attrazioni più note del centro storico. Piazza Castello, il Palazzo Reale, Palazzo Madama, il Duomo con la Sacra Sindone e la chiesa di San Lorenzo con la sua riproduzione e alcuni volontari disponibili a fornire qualche spiegazione sul manufatto.

Alla disperata – non così tanto, dopotutto – ricerca di una cioccolateria e di un bicerin, camminiamo per le vie del centro e sotto i portici di via Garibaldi, via Roma, via Po, via Principe Amedeo e via Maria Vittoria, attraverso piazza Carignano, piazza Carlo Alberto, fino ad arrivare alla Mole, dove programmiamo di visitare il museo del cinema ospitato al suo interno.

In realtà la sosta in camera, la cena e il calore degli ambienti, uniti ad una buona dose di stanchezza e ad una nostra naturale propensione alla chiacchiera, ci impediscono di stare nei tempi e di entrare alla Mole dopo la cena. Cambiamo quindi i nostri piani e, dalla zona di Porta Nuova, ci dirigiamo verso il monte dei Cappuccini, punto panoramico dall’altra parte del Po dove godiamo di una vista spettacolare sulla città.

Le luminarie del monte e le luci urbane sono un bel colpo d’occhio e creano una globale atmosfera di calore, nonostante le rigide temperature con le quali i locali sono abituati a convivere.

Dal monte ammiriamo la Basilica di Superga, tappa cui dedicare un seconda puntata in città, e lo skyline torinese, caratterizzato anche da edifici più moderni, come il Palazzo della Regione progettato dallo studio dell’architetto Fuksas.

Domenica ci concentriamo sulla visita al Museo Egizio, il secondo al mondo per ampiezza dopo il museo sito a Il Cairo. La collezione è veramente notevole, tra manufatti perfettamente conservati e reperti di inestimabile valore e bellezza: lo visitiamo in circa 3 ore, accelerando il giro verso la fine per un ritardo nella nostra tabella di marcia, ma consiglio di dedicarci almeno 4 ore per poter apprezzare ogni sala con la giusta attenzione. Trovandoci in centro, torniamo a Piazza Castello per un simpatico giro nel mercatino natalizio, accanto al quale è stato installato un gigante calendario dell’avvento, in pieno spirito di festività. La città è vivace, ricolma di gente, la giornata è soleggiata e l’atmosfera assai piacevole.

Per raggiungere la stazione di Porta Nuova scendiamo anche in metropolitana e ci concediamo una veloce pausa nella boutique Venchi, per un dolce rifornimento lungo il viaggio di ritorno.

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Se nu te scierri mai delle radici ca tieni: riflessioni linguistiche in quel di Salento

Se nu te scierri mai delle radici ca tieni
Rispetti puru quiddre delli paisi lontani
Se nu te scierri mai de du ede ca ieni
Dai chiu valore alla cultura ca tieni!

L’uso transitivo dei verbi “salire” e “scendere” (in)/(ris)contrato di recente in terra salentina (che corrisponde alla provincia di Lecce e nient’altro – non vi azzardate ad annoverare Brindisi e dintorni, tra cui la famosa Ostuni, nell’Alto Salento, in quanto i salentini veri sono molto orgogliosi, oltre che territoriali, e potrebbero seriamente offendersi) …. ma dicevo, l’uso transitivo dei verbi “salire” e “scendere” è un fenomeno linguistico assai curioso e affascinante per una che ama riflettere sulla lingua e ha una deformazione personale nella conoscenza delle varietà dialettali della penisola.

E altrettanto interessante è l’utilizzo della formula “stare + gerundio” per indicare piani e programmi futuri anziché un’azione in corso di svolgimento, come vorrebbe la grammatica italiana.

Un esempio emblematico di queste affascinanti distorsioni sta nella frase:

La prossima settimana mio papà mi sta salendo la macchina a Roma

Con la presenza anche del complemento di termine “mi” a conclusione del tutto.

Tra i prodotti tipici salentini, oltre a friselle, taralli ed intramontabili pasticciotti, di sicuro non manca un generoso quantitativo di sintassi personalizzata e irriverente, condita con un accento del tutto riconoscibile ed un lessico ricco di forme tradizionali.
Insomma, una genuina ricetta di salentinità anche nella lingua.
Amo questa terra sempre di più.

La cultura vera è cu sai capire
Ci tene veramente besegnu ci ete lu chiu debole
Me la difendu, stritta e forte cullu core
Quista e’ la poesia ca crea sta terra cull’amore.
Quiddra ca muti, tenenu modu te sentire
Grazie a ci la porta in giru oci a quai la po saggiare.

Moonlight [B. Jenkins]

Suddiviso in tre sezioni, che corrispondono alle tre fasi della vita, Moonlight racconta la storia e la crescita di Piccolo, il cui vero nome è Chiron, soprannominato Black da alcuni. Ma anche a Blue, come tutte le persone di colore appaiono alla luce della luna. Piccolo è il bambino, Chiron l’adolescente, mentre Black è l’uomo adulto, di una certa stazza e durezza, eppure caratterizzato dagli stessi tratti riservati e delicati di Piccolo, che in fondo è ancora.


Il film accompagna il protagonista attraverso le tre fasi cruciali e formative della vita, ma lo fa con una lentezza di gesti, dialoghi e movimenti che sorprendentemente cozza con la rapidità della macchina da presa, spesso coinvolta in vorticosi inquadramenti. E se all’inizio la tecnica può affascinare, oltre che risultare di certo immersiva e coinvolgente, più si procede con la visione della pellicola maggiore è il senso di pesantezza che si avverte.
La durata ridotta del film giustifica pertanto, a mio avviso, la presenza di una regia documentaristica – e a tratti amatoriale – che non può essere sostenuta per molto tempo. L’interpretazione del miglior attore non protagonista agli Oscar 2017 (Mahershala Ali) si gioca solo nella parte iniziale del film, un insieme di scene che ritengo troppo brevi, seppur d’impatto, per poter giudicare il calibro di un attore.
In merito al riconoscimento come miglior film, dopo la clamorosa gaffe durante la cerimonia degli Academy, ci sarebbe da discutere ulteriormente per il premio assegnato ad un film che raccoglie una serie scontata di stereotipi: un ragazzo di colore omosessuale, bullizzato dai compagni e nato da una madre tossica (Naomi Harris) che finisce la sua vita in una casa di cura. Quanto a Chiron, la sua vita ha un destino altrettanto tipico e segnato per un afroamericano che vive nelle degradate periferie americane senza un punto di riferimento tra le mura domestiche: spacciatore e figlio della notte, senza legami o amici, se non la sua prima ed unica fiamma del periodo scolastico, vale a dire un uomo poco consapevole della sua identità sessuale.
Con una regia comunque interessante ed apprezzabile, Moonlight crolla su tutta la linea per i suoi contenuti e la tecnica di narrazione adottata, facendo inevitabilmente interrogare il pubblico sulla natura della gaffe durante la cerimonia di consegna degli Oscar. Misunderstanding che probabilmente non avrebbe mai dovuto essere rivelato.

Libri in metro #55

Anno nuovo, lettori nuovi… Sui cari ed intramontabili mezzi pubblici romani. Perché anche se cambiano le tue abitudini ed il tuo posto di lavoro, loro non potranno mai mancare in gran parte della tua giornata.

I segreti del linguaggio del corpo [ROMA]

Decido di sedermi accanto a lei per vari motivi: due posti liberi, la linea di sedili più lunga… Ma sopratutto perché (Continua a leggere…)

Diario di viaggio: Bologna, Ferrara e Comacchio

Primo giorno: Bologna 

Il nostro breve viaggetto ci porta innanzitutto a Bologna, città che avevo vistato da piccola, ma che – come avviene quando si va in giro da ragazzini – avevo pressoché dimenticato.
Raggiungiamo il centro città con il bus, puntuale e sorprendentemente riscaldato – neanche fossimo a Zurigo – che, attraversando Via San Vitale, ci lascia direttamente sotto le famose Due Torri, soprannominate dai locali Torri degli Asinelli. Piazza della Mercanzia, pochi metri più avanti, è una delle zone che più mi ricorderà Bologna nei giorni futuri: sembra il cortile di un castello medioevale tra merletti, pietra rossa e botteghe/ristorantini tipici, i quali si presentano con la targa metallica che funge da insegna.dsc_0566Dopo esserci concessi una pausa ristoro al Bolpetta, gustando dei buonissimi boltellini in brodo e un mix di Piovono Polpette, ci dirigiamo verso la Basilica di Santo Stefano, che, con le sue 7 chiese, sorge in un piazzale molto vasto e leggermente in discesa. Le 7 chiese sono state costruite l’una accanto all’altra in un complesso assai affascinante, cui si accede entrando dalla prima basilica di Santo Stefano. Dovrebbero ricordare le 7 stazioni della passione di Cristo e la loro visita è accompagnata da un binomio perfetto
di canti gregoriani e odore penetrante di incenso. Qui si respira davvero l’atmosfera di edifici antichi e di ambenti rimasti tali e quali a come dovevano presentarsi in origine.
Uscendo, ci dirigiamo verso Piazza Maggiore, che Lucio Dalla ha reso nota a tutti con l’appellativo di Piazza Grande. Non può mancare un visita, seppur solo dall’esterno, della casa del famoso e talentuoso cantautore in Piazza de’ Celestini, a due passi dagli immensi spiazzi della piazza cantata nel suo pezzo. Vistiamo, questa volta entrando a capo chino, la Basilica di San Petronio, patrono della città di Bologna. L’imponenza della Basilica ci lascia senza fiato, ma rimaniamo ancora più sorpresi dal fatto che non è questa ad essere considerata la cattedrale.
Proseguendo su Via dell’Indipendenza e guardando sulla destra, ecco mostrarsi la Cattedrale di San Pietro, molto più modesta della Basilica in piazza appena visitata. Ci concediamo una ulteriore passeggiata sotto i famosi portici della città e verso il quartiere universitario, per poi tornare sui nostri passi ed ammirare di nuovo le Due Torri, al cospetto delle quali ci sentiamo piccolissimi.

Secondo giorno: Sigep a Rimini 

La scelta delle date del viaggio è stata condizionata dalla programmazione della fiera del Sigep, l’esposizione di richiamo europeo per quanto riguarda il mondo del gelato, del cioccolato e del caffè, oltre che alle attrezzature dedicate a catering, bar e ristorazione.
Il secondo giorno del nostro viaggio è quindi impegnato nella visita dei numerosi padiglioni nei quali si sviluppa la fiera, che ci ha colpito molto per le dimensioni notevoli ed il numero eccessivo di assaggi di gelato che la sottoscritta ha degustato… Non credo di aver mai mangiato così tanto gelato in una sola volta e in tutta la mia vita. I padiglioni ospitano, tra gli altri, le più importanti aziende di fornitura del gelato a livello europeo, come Mac3 e Comprital, oltre che Fabbri, Pernigotti, Elenka e Nestlé. Le prime due si presentano in tutta la loro forza con dei padiglioni immensi, a due piani, e delle architetture imponenti che alla lontana possono ricordare i padiglioni delle varie nazioni all’Expo. Insomma, non parliamo di piccoli stand o bancarelle… Vedere per credere.
Esaurito il giro della fiera e saziate per bene le nostre pance, ci rimettiamo in viaggio verso Ostellato, località in provincia di Ferrara dove trascorreremo le due notti successive. Per raggiungere il nostro alloggio, la strada consigliata dal navigatore ci conduce attraverso le Valli di Comacchio, luogo davvero suggestivo che avremo modo di scoprire meglio il giorno seguente.

Terzo giorno: Ferrara e Comacchio

Ostellato sorge, come tanti simili paesini, isolato in mezzo alla vasta Pianura Padana. E si fa presto a dire pianura… La Pianura Padana è uno scenario al quale io non sono per niente abituata. È uno scenario che – debbo ammettere – mi procura una leggera angoscia, dovuta forse alla vastità degli spazi infiniti e alla scarsa densità abitativa di tali aree, i cui confini sono inarrivabili e si confondono con l’orizzonte. Apprezziamo la presenza di questi casali immersi nel nulla, a distanze interminabili gli uni con gli altri, distanze colmate da coltivazioni regolari e precisamente organizzate.
È attraversando questo paesaggio, ancora avvolto nella fredda bruma del mattina, che raggiungiamo Ferrara, cittadina che è stata la capitale del regno degli Este e che tuttora conserva fascino e caratteristiche tipiche di un Gran Ducato.dsc_0620Conosciuta come città delle biciclette, Ferrara ci accoglie con diversi cartelloni pubblicitari legati a mostre dedicate al V centenario dell’Orlando Furioso, opera di Ludovico Ariosto, cui la cittadina dedicata anche un’ariosa piazza in zona semicentrale.
Per raggiungere il centro vero e proprio passeggiamo lungo le mura che ancora corrono per 9 km intorno alla cittadina. E’ così suggestivo camminare qualche metro sopra la strada e sentirsi sopraelevati rispetto al parco verde e immenso che a sua volta circonda le mura. Dopo aver percorso circa 1/4 delle mura, interrotte da vari bastioni più o meno conservati, tagliamo per Porta Mare, la via d’accesso all’arteria che poi incrocia Corso Ercole I D’Este. Inutile dire che le biciclette non sono solo presenti fisicamente, tra giovani e anziani senza distinzioni, ma anche nelle normative cittadine, piuttosto diverse da quelle cui siamo abituati: “Divieto di appoggiare le biciclette al muro” è un esempio della buona educazione civica dei ferraresi.
Passeggiando lungo il corso pedonale, fotografiamo Palazzo dei Diamanti e giungiamo al Castello Estense, una struttura davvero magnifica che sorge sull’acqua, in pieno centro cittadino. Oggi sede di un museo e degli uffici della Provincia, il castello mostra tutti quegli elementi che lo rendono la fortezza per antonomasia: ponte levatoio, fossato con l’acqua, bastioni e torri, nonché merletti e finestre con stendardi. Da qui in poi, Ferrara non smette di stupire. Su Piazza della Cattedrale si affacciano il Palazzo Municipale, anche questo  tipicamente medievale, la Torre della Vittoria ed ovviamente la maestosa Cattedrale di Ferrara, che ha più di una chicca in serbo per i visitatori. Anzitutto è evidente una commistione di stili tra il romanico ed il gotico, ma l’aspetto più particolare è il porticato che corre lungo la fiancata della chiesa, sin dal medioevo sede di botteghe di artigiani ed attività commerciali. Tutt’oggi è un porticato ricco di negozi, i quali stranamente non stridono con l’antichità e l’imponenza dell’edificio religioso alle loro spalle, ma ne sono con tutto rispetto integrati. Passeggiando per le vie del centro, Ferrara si mostra continuamente con i suo palazzi ricchi di merletti e dettagli medievali, fino a sfoggiare tutto il suo splendere in Via Delle Volte, famosa per le arcate che vi si susseguono.
Dopo aver gustato una deliziosa piadina alle spalle dello Scalone D’Onore ed esserci dedicati a qualche acquisto-ricordo, decidiamo di abbandonare Ferrara nel primo pomeriggio, calcolando di giungere a Comacchio, nella zona del Delta del Po, sfruttando ancora la luce del giorno.dsc_0661In realtà, costeggiando nuovamente la città sulle sue mura, impieghiamo più tempo del previsto per tornare alla nostra automobile, ma nonostante questo arriviamo a Comacchio in tempo per fare qualche fotografia.
Le Valli di Comacchio costituiscono una zona paludosa che circonda la cittadina e si estende fino al Parco del Delta del Po. L’area è quindi una immensa laguna del tutto particolare che  ci comunica ancora una volta quel senso di vastità senza confini unito ad una sensazione di spaesamento per sentirsi immersi in uno spazio di cui non riusciamo a percepire i confini. La cittadina di Comacchio ci riserva, dal canto suo, delle piacevoli sorprese. Incuriositi da un manifesto pubblicitario che ricordava a tutti come Comacchio fosse candidata a Capitale della Cultura 2018, decidiamo di fare due passi nel centro. Non è il caso paragonarla a Venezia, ma qualcosa di Treviso me lo ha ricordato. Comacchio sorge infatti lungo un canale che si snoda in tanti piccoli canaletti, affascinanti sopratutto perché arrivano allo stesso livello della pavimentazione stradale. Ci sono inoltre diversi ponti che movimentano il centro e lo rendono particolarmente piacevole per una passeggiata, consigliata prima del calar della sera, a causa dell’umidità notevole della zona.
Concludiamo la nostra breve vacanza all’insegna dei sapori tipici della regione, mangiando tortellini in brodo, crescentine con salumi e torta tenerina.dsc_0671Abbiamo ancora qualche città nella lista dei luoghi da esplorare in Emilia Romagna. Sarà quindi nostro piacere tornare presto in questa grande regione, tra itinerari culturali e soste gastronomiche, alla scoperta di luoghi unici nel loro genere, luoghi che solo la nostra penisola a forma di stivale sa offrire.

Libri in Metro #46

Non sono costante, lo so, forse anche poco attenta, ma solo certi lettori davvero mi suggeriscono qualcosa, solleticano la mia curiosità e mi risvegliano dal torpore…

LE PAURE SEGRETE DEI BAMBINI [ROMA]

Ore 8:05. Al capolinea della metro B1, se si è fortunati, è possibile trovare un posticino libero, oasi di tranquillità in mezzo alla calca caotica del vagone.
La lettrice di oggi (Continua a leggere…)

Libri in metro #32

Ultimamente sto notando il numero spropositato di persone che in metro giocherella con lo smartphone. Cosa fanno? Giocano, chattano, passano il tempo su Facebook. Io ho un iPhone ma non hai mai giocato in vita mia, mi sembra una perdita incredibile di tempo. Eppure qualche applicazione di svago ce l’ho anche io… Sarà che mi piace usare il telefono come un taccuino elettronico e scarico la batteria quasi solo per questo scopo. Ma come annotare i dettagli di quei pendolari vecchio stampo (intendo quelli che preferiscono la carta stampata agli smartphone) senza buttare giù qualche riga?

Illusioni d’amore [ROMA]

È alquanto comico osservare una lettrice circondata da smartphonisti: mentre questi ultimi (Continua a leggere…)

Impressioni parigine.

Allour…

No, tranquilli, non ho imparato un’acca di francese nella settimana trascorsa a Parigi, però mi piace usare questo intercalare per iniziare.
Dicevo… Il francese mi è risultato totalmente incomprensibile. Il che è assurdo perché a leggerlo me le cavo anche, pur non avendolo mai studiato. Cioè, più o meno qualcosa si capisce. Ma a sentirli parlare…rimanevo inebetita. Indi tentavo di spostare la conversazione sull’inglese, ma niente, i miei interlocutori si chiudevano in un guscio e mi guardavano come se venissi da un altro pianeta. Insomma, durante questa settimana ho capito che tra i due Paesi divisi dallo stretto della Manica non deve correre buon sangue… Tanto che, pur conoscendo e comprendendo perfettamente l’inglese, gli abitanti della città preferivano che ci si rivolgesse loro in italiano, utilizzando magari un francese maccheronico, una buona dose di gesti ed i più svariati movimenti del corpo.
Ma questo è risaputo. Difatti non è ciò di cui avevo intenzione di parlarvi.
Volevo invece ripercorrere il viaggio parigino andando al di là del mero resoconto delle visite, proponendovi ciò che maggiormente mi ha colpita, incuriosita ed affascinata (la lingua francese non è tra queste cose).

Il problema è: da dove cominciare?
Ah sì, ci sono.

  • Partiamo da un dato di fatto. La Francia è, da qualche anno a questa parte, il Paese più visitato del mondo, superando nella classifica persino Cina e Stati Uniti. Noi, che siamo italiani, ed io, che son romana, dovremo strabuzzare gli occhi e domandarci increduli: “Come è possibile?”. E’ possibilissimo signori, considerando che i francesi sono davvero bravi a vendere ciò che hanno. Se possono poi contare su una città che, come Parigi, vanta già di per sè oggettive bellezze, allora il gioco è fatto: ogni minuscolo mattoncino di ogni singolo edificio viene valorizzato a non finire. E poi c’è il fatto che i turisti vengono trattati come ospiti d’onore, cullati, accompagnati nella pianificazione del loro viaggio e mai lasciati allo sbaraglio. Ecco che, ad esempio, i musei sono gratuiti per i minori di 26 anni; ecco che la rete metropolitana copre l’intero tessuto urbano e rimane aperta fino a tarda notte, non mancando mai nell’essere puntuale ed efficiente; ecco che, ad esempio a Disneyland, la navetta per raggiungere i parchi dai vari hotel è offerta gratuitamente ai visitatori; ecco che la cucina francese (a mio parere una debolissima contendente di quella italiana) è decantata internazionalmente come la cucina della raffinatezza, dell’eleganza e del buon gusto. E mi verrebbero in mente milioni di altri esempi… Ahimè, bisogna proprio dire che sono in gamba questi francesi.
  • I parigini amano vivere la propria città in un modo che noi non conosciamo. Nelle giornate di sole, o quando le temperature lo permettono (per loro anche 15 gradi), la gente si riversa nei parchi e passa magari interi pomeriggi a leggere, a prendere il sole, a giocare a scacchi o a inseguire le barche a vela nei laghetti. I passatempi sono genuini ed i divertimenti non pretenziosi: nei giardini ci sono sedie messe a disposizione di tutti, le quali possono essere posizionate dove si vuole, usate come sdraio o come tavolini; ci sono aree dove sdraiarsi sull’erba ed organizzare un pic-nic, mentre altre sono dedicate al gioco dei più piccoli. E poi c’è passeggio, tanto passeggio. Ovunque. L’atmosfera così creata trasmette davvero gioia e serenità.
  • Altra cosa che – ho notato – i parigini amano molto è la possibilità di osservare la vita della città scorrere davanti ai loro occhi. E’ come se Parigi si trasformasse in un grande teatro, le piazze divenissero palcoscenici ed i passanti comparse. Coloro che siedono davanti a quello che assume le sembianze di un vero e proprio spettacolo sono i clienti di bar, caffè, brasserie (se ne trovano in continuazione, una dietro l’altra, proprio come da noi – almeno a Roma – si incontrano ad ogni angolo pizzerie), i quali costituiscono una sorta di “pubblico pagante”. Essi siedono su sedie che non si guardano tra loro, essendo disposte le une accanto alle altre e parallelamente alla strada. Per rendere meglio l’idea, vi lascio un reportage fotografico che documenta tale curiosa abitudine.

  • Che i francesi fossero nazionalisti, si sapeva. Ma che lo fossero in questo modo non me lo aspettavo. Bandiere francesi ovunque, non solo in corrispondenza di edifici di rappresentanza o di prestigio, ma anche su banali pali nel bel mezzo del nulla. Il patriottismo è da ammirare, certo, ma così esasperato mi ha quasi disgustata.
  • Infine, ciò che più di ogni altra ha catturato la mia attenzione e su cui pertanto non posso tacere è la magnificenza della città. Mi avevano detto, prima che partissi, che il centro di Parigi non aveva nulla a che vedere con quello di Roma in quanto ad estensione. “Le distanze tra un monumento e l’altro sono enormi, vedrai.”  Okay, capito, dovrò camminare (non che mi dispiaccia, anzi!), ma, ancora una volta, non immaginavo tanto. La vastità degli spazi è impressionante, straordinaria. Piazze immense, strade larghissime nel centro della città che constano di tre corsie per senso di marcia (più due dedicate a biciclette e ciclomotori), avenue e boulevard di lunghezze spropositate e ponti sulla Senna che non sono da meno. A tutto ciò si aggiungono gli strepitosi panorami esaltati da questi spazi così dilatati, dei quali si intravedono a fatica i confini, i limiti. Ecco che dal Louvre si scorge in lontananza la Champs Elysée, dall’Arco di Trionfo si ha una visione nitida di Place de la Concorde, dal Grand Palais lo sguardo giunge con una facilità estrema verso Les Invalides e da lì spazia ancora e ancora, senza fermarsi mai, senza trovare ostacoli lungo il suo percorso. Per non parlare, poi, delle vedute dall’alto, grazie alle quali si riesce ad abbracciare la vastissima distesa urbana che è Parigi. Ciò, tuttavia, non significa che non vi siano quartieri più “ristretti” ed a misura d’uomo (Montmartre ed il Quartiere Latino rientrano tra questi), ma l’imponenza e la sterminatezza di tutto quello che si trova nel centro non possono certo lasciare indifferenti.

Direi di aver compiuto un bel viaggetto a ritroso e mi dichiaro soddisfatta. Mi auguro lo siate anche voi e spero di avervi trasmesso un po’ di voglia di volare verso Parigi, una città splendida, che mi ha dato tanto, che ha stregato il mio cuore ed incantato i miei occhi. Sempre che la suddetta voglia non l’aveste già.

Concorso fotografico “Le vacanze in tempo di crisi”.

Viaggi tascabili

Ricordate l’Art Studio Cafè? E ricordate che, nel post a lui dedicato, ho alla fine accennato ad un concorso fotografico cui ho dato il mio contributo?
Ebbene, in quell’occasione sono stata piuttosto sbrigativa, ma ora ritengo sia il caso soffermarmici più accuratamente, essendone risultata la vincitrice grazie alla foto che vedete sulla sinistra.

Dunque, siamo circa alla metà di agosto quando leggo il bando di tale concorso sul sito dell’Art Studio e, incuriosita tanto dal titolo quanto dalla semplice possibilità di mettermi alla prova, decido di partecipare. Il tema è “Vacanze in tempo di crisi” e viene così descritto nel blog del locale:

Visto che sono tempi duri, soldi ce ne sono pochi, ma fantasia tanta, vi proponiamo di lasciarci un’immagine delle vostre Vacanze in tempo di crisi. Low cost, nel balcone di casa, un bel tuffo in vasca da bagno… tutto, purché siano vacanze creative.
In un periodo in cui si tagliano le spese, si riflette mille volte prima di prenotare mete esotiche e si preferisce – volente o nolente – il terrazzo di casa (per chi ce l’ha), è bello sorridere con la creatività e la fantasia degli italiani.
Popolo che non si abbatte davanti alle difficoltà, anzi, cerca di trarne spunto per creare qualcosa di buono, l’italiano ha sempre avuto fantasia in tema di vacanze. Ricordiamo film e foto degli anni ’70 con le Cinquecento stipate di ombrelloni, cani, nonni e canotti che ancora ci parlano di un’epoca più di mille giornali.
E i fotografi del 2000 cosa vorranno raccontarci?

Macchinetta al collo, mi reco in centro con un paio di amiche, pronta ad immortalare turisti in atteggiamenti insoliti o “critici” (beh, ho interpretato alla lettera la consegna: critico è infatti la condizione di essere “in crisi”…). Ma di “esterni giorno” niente, tanto che sto quasi per rinunciarci. Tuttavia, essendo la libreria una tappa obbligata delle nostre passeggiate, decido di darmi un’altra chance. Nel reparto delle guide turistiche scatto a raffica foto delle Lonely Planet che, con la loro esplosione di colori irradiata dall’arancio e dal blu del lato della copertina, dominano gli scaffali. Rimango affascinata da questo squillante effetto cromatico e non riesco ad allontanare l’occhio dall’obiettivo. Tra i vari scatti realizzati quel giorno, la foto inserita nel post è quella che decido di inviare all’Art Studio, non senza averle prima assegnato un titolo. Opto per “Viaggi tascabili“, volendo così unire al concetto di economicità (ciò che è tascabile è, di norma, poco costoso) l’idea che i viaggi possono essere portati ovunque: in tasca, in testa, nel cuore. Ho sempre trovato formidabile la possibilità di “fanta-viaggiare” restando comodamente seduti davanti alla televisione o (un po’ meno comodamente certo) rimanendo in piedi a sfogliare un libro. E tutto senza spendere un soldo.
Ecco, la foto intende comunicare proprio questo.
Evidentemente devo aver centrato il tema, senza andare “fuori traccia”, ed aver fatto colpo nientepopodimenoche sulla giuria di qualità per meritarmi il premio da loro assegnatomi! E pensare che, prima di venire a sapere come si sarebbe concluso il concorso, ero più propensa a credere di poter essere la favorita della giuria popolare, giacchè la qualità tecnica dell’immagine non è eccezionale. Insomma, non sono stata lì a giocare con tempi e diaframmi, avrò impostato giusto qualche valore, ma niente di più. Si è trattato di uno scatto improvviso e spontaneo, guidato più dall’ispirazione del momento che da uno studio premeditato.
Beh, devo dire che son soddisfazioni queste!
Quando l’ho saputo non riuscivo a credere alle mie orecchie e sarei andata di corsa al locale per guardare un’ultima volta la mia foto esposta in formato gigante (sì, l’hanno stampata come si deve. Le sue dimensioni sono maggiori di quelle delle Gioconda). Qualcuno (potete immaginar chi), però, me l’ha portata direttamente a casa, addirittura incartandola come fosse un’opera d’arte che debba essere trasportata per un lunghissimo tragitto. Va bene, okay, sono io che esagero: era semplicemente incartata come un pacco regalo, ma tutto avrei supposto tranne che fosse la mia fotografia!
Ora che è appesa in camera sopra il comodino devo però convincermi che quello scatto è davvero uscito dalle mie mani e, benché non si tratti della foto più sensazionale di questo pianeta o dell’immagine più famosa nella storia della fotografia, mi riempe d’orgoglio sapere che qualcuno vi abbia trovato del valore.

premiazione vacanze in tempo di crisi

C’era una volta in America: il Guggenheim

C’era una volta la famiglia Guggenheim, una famiglia di ricchi industriali svizzeri emigrata in America. Solomon  R. Guggenheim è il fondatore dell’omonimo museo che, oltre alla celebre struttura sulla Fifth Avenue di New York, consta di due altre sedi: una a Bilbao, nei Paesi Baschi, ed una dalle nostre parti, a Venezia. Peggy Guggenheim, la nipote, è considerata la maggiore collezionista della famiglia. Insieme al suo secondo marito, il pittore Ernst, si trasferisce negli USA intorno al 1942 e qui scopre il giovane Jackson Pollock. Riconoscendo in lui un geniale talento, decide di finanziare la sua attività e lo sostiene economicamente.

E’ proprio Pollock il personaggio principale della storia di oggi, oltre ad essere, ovviamente, uno dei maggiori protagonisti della mostra ospitata presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma e dedicata all’avanguardia americana tra il 1945 ed il 1980.
I suoi dipinti sono esposti nelle prime due sale, rispettivamente focalizzate sul decennio 1940-50 e 1950-60.
Nei primi lavori di Pollock sono ravvisabili influenze artistiche provenienti dall’Europa, in particolare per quello che riguarda la corrente espressionista. L’Espressionismo, che in America toccherà il vertice dell’Astrattismo, nasce già in Germania a partire dagli Venti e si tratta di un movimento caratterizzato dalla forte presenza del colore, elemento che diviene lo specchio dell’animo del pittore. Le avanguardie espressioniste hanno però vita breve in un’ Europa oppressa dai regimi totalitari (sotto la dittatura hitleriana vengono per esempio organizzate le cosiddette mostre di “arte degenerata”, in seguito alle quali i dipinti più avanguardisti sono messi al rogo) e sono dunque costrette a fuggire in esilio. La meta preferita sono gli Stati Uniti D’America e la città prediletta è New York. Così si spiega la presenza del cubismo di Picasso e degli intensi colori espressionisti nelle opere giovanili di Pollock. Artista dalla personalità complessa e da un passato che non è da meno, si mostra particolarmente interessato ai linguaggi espressivi dei nativi americani, prendendo da loro spunto per la pratica di dipingere con la tela adagiata al suolo, dove il colore viene calato dall’alto mediante la tecnica del 
dripping (letteralmente “sgocciolamento”).

Jackson Pollock, Circoncisione

Una delle opere che ben ricordo è “Circoncisione”, titolo scelto dalla moglie di Pollock ma assolutamente estraneo alla pratica religiosa ebraica. La nostra storiella ci spiega che il titolo dell’opera, in realtà, vuole sottolineare un sensibile cambiamento nell’arte di Pollock, il quale diventa più maturo ed abbandona ogni tipo di figuratività per privilegiare il totale astrattismo. Si perde così qualsiasi contatto con la realtà oggettiva a favore di una realtà interiore ed irrazionale. La tecnica impiegata dall’artista è quella dell’Action Painting, vale a dire della pittura d’istinto, di gesto, una pittura che prevede l’intero coinvolgimento corporeo. Ecco allora che il pittore smonta la tela dal cavalletto e la adagia a terra, ruotandole intorno e gettando il colore dai barattoli di vernice (vernice industriale che inizia ad essere utilizzata in pittura), dai pennelli, da cannucce all’interno delle quali soffia.  I colori si sovrappongono l’uno sull’altro, ma non si mischiano. Questo è dovuto all’utilizzo della canapa grezza in grado di assorbire maggiormente il colore rispetto alla tela tradizionale.
Inoltre è interessante notare che i dipinti dell’artista, oltre ad essere certamente realizzati di getto ed istintivamente, sono comunque frutto di un progetto, di uno studio, di un disegno mentale ben definito, come dimostrano i numerosi bozzetti preparatori di diversi lavori. L’opera d’arte è per Pollock completa quando lui “sente” di essere giunto alla fine, quando in qualche modo avverte di aver risolto il disegno visualizzato nella sua testa.

Jackson Pollock e l'Action Painting

Ora veniamo ai cosiddetti “valori espressivi”, difficilmente rintracciabili, almeno dal mio occhio inesperto, all’interno di questi lavori. I quadri di Pollock, così come quelli di altri suoi contemporanei, esprimono il subconscio dell’artista, il suo mondo interiore, popolato da figure ed immagini irrazionali, sconnesse. Tale subconscio viene riversato in maniera diretta sulla tela, come se si svuotasse un vaso di sabbia su una tavola di marmo, senza passare per il filtro razionale della mente, senza venire rielaborato dal cervello. L’arte è puro astrattismo, puro irrazionalismo. E’ tuttavia possibile riconoscere degli “archetipi” nei quadri di Pollock, il quale mostra di aver assimilato la lezione dello psicologo Jung. Al contrario di Freud, secondo il quale il subconscio sarebbe qualcosa di assolutamente soggettivo, Jung teorizza che l’inconscio contiene delle impostazioni psichiche innate, degli elementi ricorrenti nei recessi mentali dell’individuo. Degli archetipi appunto.
Al termine di questa storia, il nostro amico Pollock ha ormai conquistato una certa fama negli Stati Uniti. Le sue opere sono richieste nelle gallerie, vengono vendute a prezzi piuttosto elevati. Quando Peggy Guggenheim torna in Europa con tutta la sua collezione, l’artista da lei scoperto e protetto è ora in grado di cavarsela da solo. E lo farà alla grande.

La storia, e la mostra, non si concludono qui.
C’erano una volta in America anche gli anni Sessanta e Settanta, anni in cui nascono svariate ed innovative sensibilità artistiche: partendo dal cosiddetto Astrattismo Geometrico, passando per la celeberrima Pop Art ela MinimalArt(con le conseguenti tendenze Post-Minimal) fino ad arrivare all’Arte Concettuale e al Foto realismo.
Ma non vorrei guastarvi il finale.
Rimando così al sito della mostra

http://www.palazzoesposizioni.it/categorie/mostra-014?explicit=SI

invitandovi caldamente a visitarlo, intanto perché sa fatto il suo (nel senso che è un sito realizzato molto bene, cosa che apprezzo sempre con gioia), ma soprattutto perché illustra approfonditamente le sezioni in cui è suddivisa la mostra, abbracciando l’intero periodo 1945-1980.

La mia rielaborazione personale di quanto ammirato, qualche venerdì fa in occasione di una “visita d’istruzione”, sia solamente quel boccone che stimola l’appetito.

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