Dove la porto signorina? Su una stella…

Quando, nella famosa scena del Titanic (famosa perchè l’ho vista 350 volte o perchè è universalmente nota al pubblico di spettatori?), Rose chiede a Jack di essere condotta su una stella, risulta chiaro che il suo riferimento è legato certamente ad un ristorante stellato. Utilizzando altre parole, la sua richiesta sarebbe stata formulata più o meno così: “Jack, mi porti a cena in un ristorante con una stella Michelin?”

Povero Jack (ehi, non lo sto difendendo perchè è Leo, beninteso): in una nave in mezzo all’oceano il desiderio della sua amata sarebbe davvero irrealizzabile. Non si può dire la stessa cosa a Roma, fortunatamente, dove il panorama dell’alta ristorazione e della gastronomia gourmet è assai vivace e variegato, nonostante questa consapevolezza non sia ben diffusa tra i suoi cittadini.

La capitale offre almeno una ventina di indirizzi insigniti del prestigioso riconoscimento Michelin (1 stella), un ristorante con 2 stelle Michelin (Il Pagliaccio) e quella insuperabile terrazza che domina sfarzosamente la bella Roma e custodisce la cucina esclusiva e raffinata dello chef Heinz Beck, anima de La Pergola (3 stelle Michelin).

Ora, io parlo de La Pergola in questi termini perchè la critica fa frequentemente utilizzo di simili aggettivi per descrivere l’essenza dell’arte culinaria del Maestro, ma purtroppo non ne ho mai fatto piena esperienza diretta. A dir la verità, ho avuto la fortuna di assaggiare il delizioso dessert mostrato in foto e che loro chiamano qualcosa come Sfera ai frutti rossi. E che ve lo dico a fare? Pura libidine.

Ho ancora un conto in sospeso con i Fagottelli, piatto cult, storico e distintivo del ristorante, ma temo che rimarranno una lontana e nostalgica fantasia, e magari riuscirò a degustarli solo quando li avranno rimossi dal menù… se mai lo faranno.

IMG_2915

Ma veniamo a noi, anche perchè Rose non è stata così pretenziosa. Si sarebbe accontentata di una sola stella Michelin, se solo il mio adorato Jack fosse ancora vivo (no no, non sto piangendo, e non  ho nemmeno mai pensato di scrivere 3/4/5 finali alternativi del Titanic e consegnarli a James Cameron per la proposta di un rifacimento… MAI FATTO, GIURO!).

Torniamo con i piedi per terra, ma concediamo per una sera di volare alti nel cielo. Una cena in un ristorante stellato, infatti, è un’esperienza che ognuno di noi, amante o non amante della cucina, esperto o non esperto in materia, dovrebbe provare.

Ve la racconto a breve nel prossimo post… Intanto vado a riscrivere la sceneggiatura del Titanic, senza quel maledetto Iceberg!

Annunci

Diario di viaggio: Strasburgo [Parte III]

Ho pensato di creare un capitolo a parte in questo diario di viaggio- o diario di una missione, che fa più cool- per dedicarlo alle scoperte gastronomiche immancabili durante un soggiorno in Francia.
Per l’aspetto enologico non sono purtroppo la persona più adatta e l’unica bevanda che ho provato, oltre all’acqua Vittel o Perrier, è stato il sidro, assaggiato durante la mia DSC_0938.JPGprima cena. Ho mangiato a La Plouzinette, o Creperie Breton (l’insegna riportava due nomi), in Place Saint-Etienne, uno di quegli adorabili angoletti di cui vi accennavo nei post precedenti, poco distante dalla cattedrale. Specialità del locale, piccolo ma curato in ogni dettaglio, crêpes di tutti i generi. E non si tratta delle crêpes cui siamo, o almeno sono, abituati in Italia, dal sapore delicato e ripiene come dei cannelloni, sovrastate poi da besciamella (e sono buonissime anche queste, ben inteso!), ma di crêpes più consistenti, realizzate con una farina probabilmente integrale, a giudicare dal colore scuro dell’impasto, e presentate semiaperte sul piatto. Io ho ordinato una crêpe tradizionale con jambon e comtè e mi sono poi lasciata tentare dalle proposte dolci, dividendo con il mio commensale una crêpes al caramello salato ed una ripiena di crema di nocciole locale.

Tra le raccomandazioni gastronomiche ricevute prima della partenza, non ho assecondato quella della quiche, a me e al mio stomaco già ben nota da Roma. Ho però voluto provare la famosa tarte flambé, ordinata nello specifico nella versione gratinee, ovvero con emmentaler in aggiunta agli ingredienti tradizionali: cipolla, pancetta e comtè. Si tratta di una sorta di pizza che è però molto più sottile e leggera, una sorta di crepe più croccante e consistente, ed è una vera specialità alsaziana. L’ho mangiata al Bistrot des Compains, a due passi dalla Petit France.

DSC_0967.JPG

Chi mi conosce sa bene che non esiste cibo più degno di essere chiamato tale se non i dolci, quindi mi sono concessa una pausa pranzo al Parc de l’Orangerie, degustando i tipici savoiarde della patisserie Patrick seduta su una panchina con vista lago.

L’esperienza croissant era già stata fatta a Parigi e debbo ammettere che Strasburgo ha riconfermato tutte le mie convinzioni: evviva i croissant e il pane francesi, evviva il burro usato come se non ci fosse un domani! D’altronde non mangio cornetti francesi tutte le mattine, quindi un’esplosione di fragranza e dolcezza, seppur provocata da ingenti quantità di burro, vale la pena di essere vissuta quando si è in suolo francese.

Riporto infine a casa altri fondamentali ricordi culinari di questa terra che, bisogna ammetterlo, in campo gastronomico sa il fatto suo. Formaggi e macarons sono stati preferiti al vino o al foie gras, più che altro per esigenze legate al bagaglio a mano del mio volo e a questioni di gradimento personale (…ma a chi piace veramente il foie gras?! Conosco solo pochissime persone e due di queste – ahimè – me lo sono ritrovate in famiglia).

DSC_0956.JPG

La Francia per me non è finita qui e oltre all’Alsazia ho nei miei futuri progetti di viaggio la Loira, la Provenza, la Normandia e la Bretagna, magari on the road, magari in bicicletta… Magari quando avrò un mese intero di tempo libero! 😉

Diario di viaggio: la costa dei trabocchi

Combinando una necessità lavorativa con la possibilità di pernottare nella casa in Abruzzo del mio ragazzo abbiamo deciso di cenare in un luogo in cui Armando desiderava da tempo andare, un luogo che in realtà incuriosiva molto anche me: la costa dei trabocchi. Situata tra Chieti e Vasto, lungo la riviera adriatica abruzzese, la costa presenta un fascino assai particolare e suggestivo. La sua caratteristica è l’essere puntellata da diverse strutture a palafitte, i trabocchi appunto, che erano un tempo – e molti lo sono tuttora – enormi macchine da pesca. Nessun palo, rete o trave è posizionato a caso nei trabocchi. Si tratta di strutture in legno con lunghi pontili protesi in mare ed un corpo centrale costituito da una piattaforma rotante che si muove grazie ad una sorta di timone. La piattaforma cala in acqua le reti ed il pesce viene così catturato, per poi essere servito sulle tavole di quei trabocchi che sono anche “risto”. Molti trabocchi hanno optato per questo servizio, pur rimanendo attivi in parallelo anche per la pesca. Quello che abbiamo scelto per la nostra cena si trova precisamente nella contrada Vallevò di Rocca San Giovanni, dalle parti di San Vito Chietino. Il nome del trabocco, Sasso della Cajana, deriva dallo stesso nome di uno scoglio che emerge a largo nel mare, punto di riferimento per i pescherecci ma anche oasi di ristoro per i gabbiani. All’arrivo, purtroppo tardi rispetto all’orario che ci era stato consigliato dal gestore, ci impressioniamo subito dalla distanza del trabocco dal mare (distanza che poi scopriremo essere di 80 metri). Immaginate un ristorante, con tanto di luci, tavoli e cucina, proprio in mezzo al mare. Aggiungete poi il buio pesto, il nero del cielo e dell’acqua, il rumore delle onde, la fresca brezza serale e avrete più o meno idea della sensazione che abbiamo provato. Non nego di essere stata inizialmente intimorita dalle circostanze della cena visto che l’accesso alla piattaforma dove sono collocati i tavoli avviene attraverso un pontile di legno a diversi metri di altezza sul livello dell’acqua. Il fascino delle luci che si specchiano nel nero profondo e scuro del mare è  comunque qualcosa di estremamente incantevole. Ma la magia vera deve ancora arrivare: mettiamo piede dentro il locale ristorante (cinque tavoli da due coperti anche se credo riescano ad aggiungerne qualcuno) si apre l’immenso davanti a noi. Sembra davvero di essere sospesi sul mare, ma non come in una barca perché in questo caso si avvertono gli spazi più ridotti e precari. Una lieve sensazione di galleggiamento è presente però: ti senti un po’ ondeggiare, mentre sei seduto e circondato da chilometri e chilometri di buio che ulula in lontananza.
Il posto da solo – fidatevi – merita quindi una gita ed è significativo che tutti i ristotrabocchi prevedano un menù fisso, viste le dimensioni limitate della cucina. Nel prezzo del menù sono incluse tutte le portate e le bevande, oltre ovviamente alla spettacolare location in cui il pasto viene servito e consumato. Mangiamo bene, pesce fresco, cucinato in maniera semplice dalla mamma del pescatore che gestisce il trabocco. A livello rigorosamente familiare ovviamente. Al termine della cena, soddisfatti e ben sazi, temporeggiamo facendo quattro chiacchiere con Marino, il titolare, nonostante la temperatura si fosse già abbassata di molto ed il vento iniziasse ad essere fastidioso. Ma di fronte alle fotografie che ci mostra e alla storia della restaurazione del trabocco, abbandonato dal padre e poi riconquistato a partire dal 2005, non possiamo che attardarci nell’ammirare ulteriormente questo gioiello di ingegneria pescatrice. Notiamo che accanto al Sasso della Cjana si susseguono altri trabocchi simili, chi più vicino o lontano dal mare. Il paesaggio è ad ogni modo assolutamente incantevole, arricchito da tutte quelle luci e dal loro riflesso nel mare.
Occorre tornarci – ci diciamo – con la luce del giorno per godere appieno dei colori dell’acqua e percepire più intensamente la leggerezza di questi trabocchi.

“La grande macchina pescatoria composta da tronchi scortecciati, di assi e gomene, che biancheggiava singolarmente, simile allo scheletro colossale di un anfibio antidiluviano”

(G. D’Annunzio – Il trionfo della morte)

Tra dolce e salato

Se fosse stato per mio diletto personale probabilmente non mi ci sarei messa. È che quando sei chiamato a fare qualcosa il senso del dovere ti fa trovare spazi e momenti ai quali altrimenti non avresti pensato. 

Per evadere un ordine di catering pervenutoci all’inizio della scorsa settimana, ho dovuto trovare il tempo per preparare dolci e salati da consegnare al cliente. Per fortuna la mia mamma è sempre presente e si è quindi occupata delle crostate (che sono una garanzia perché solo lei sa farle così buone!). Io mi sono dedicata invece ai muffin e alla focaccia genovese che avremo poi farcito e tagliato in quadratini monoporzione. I primi li ho fatti ad occhi chiusi: sono semplici e veloci, sia a livello di preparazione che di cottura. Ecco la ricetta. 

Muffin di Nigella Lawson
(la cuoca americana che gira anche qualche programma su Gambero Rosso Channel)

SOLIDI: 

  • 250 g di farina 00
  • 180 g di zucchero
  • 2 cucchiai di cacao amaro (o amido di mais se volete farli bianchi)
  • 2 cucchiaini di lievito
  • 1/2 cucchiaino di bicarbonato
  • 150 g di gocce di cioccolato

UMIDI:

  • 250 g di latte
  • 90 g di olio di semi
  • 1 cucchiaino di estratto di vaniglia
  • 1 uovo

PREPARAZIONE:

Mescolare con una forchetta tutti gli ingredienti solidi in una ciotola, quelli umidi in un’altra. Unire poi i composti amalgamandoli sempre con una forchetta, senza mescolare troppo.
A seconda delle dimensioni desiderate, versare il composto negli stampi/pirottini ed infornare a 200 gradi per una ventina di minuti.

N.B. Più piccoli sono i pirottini e dunque i muffin minore è il tempo di cottura.


La focaccia, invece, è stata un po’ più lunga, vuoi perché era la prima volta che mi cimentavo nella sua preparazione, vuoi per i tempi di lievitazione da rispettare e vuoi pure per il fatto che ne ho dovute impastare tre… un’intera mattinata è stata dedicata a loro. Non sono ovviamente mancati gli errori, prontamente redarguiti dalla capocuoca/pasticcera, dovuti al fatto che il lievito di birra presente in ricetta deve essere diluito all’interno della dose di acqua prevista dalla ricetta stessa e non in ulteriore quantità d’acqua. Il risultato è stato che la prima delle tre focacce presentava un impasto più liquido che ha richiesto più tempo di lievitazione e cottura. L’ho cotta in realtà un po’ troppo, sbagliando, ma sicuramente alla prima focaccia non sarebbero bastati i 15 minuti delle altre due, delle quali invece non ho di che lamentarmi. Per essere stata la prima volta, mi ritengo assai soddisfatta. Qui di seguito comunque la ricetta. 

Focaccia Genovese 

INGREDIENTI:

  • 600 g di farina manitoba
  • 500/600 ml di acqua tiepida
  • 40 ml olio EVO
  • 2 cucchiaini di zucchero
  • 15 g di sale
  • 12,5 g di lievito di birra (mezzo cubetto)
  • acqua, olio e sale grosso per condire

PREPARAZIONE:

Unire gli ingredienti mescolando con una forchetta (sembra che non conosca altri attrezzi culinari… :P). Versare l’impasto in una teglia coperta con carta forno ed unta. Far lievitare fino al raddoppio. Quindi allagare il composto su tutta la teglia e far lievitare nuovamente per un’altra ora. Praticare poi delle fossette in superficie con le dita e cospargerle di sale grosso ed un emulsione di acqua ed olio. Cuocere in forno caldo a 200 gradi per 15 minuti.

Ed ora mi mancano i segreti più complessi dell’arte culinaria, quelli che la genitrice custodisce con gelosia e divulga (se lo fa!) con riluttanza. Perché non puoi preparare un Tiramisù così come capita o seguendo una delle tante dozzinali ricette online. No, non puoi farlo se prima non pastorizzi le uova con lo zucchero e prepari la famigerata base semifreddo secondo le tecniche del maestro Montersino… 

Diario di viaggio: Montefalco e Bevagna

Ho già spiegato nel prologo a questo post come questo viaggio sia il frutto del regalo di compleanno al mio ragazzo, amante della buona cucina e soprattutto fan incallito di Giorgione, noto cuoco del Gambero Rosso.

Risparmiamoci i dettagli sulla prenotazione al ristorante (obbligatoria indipendentemente dal giorno) chiamato La Via Di Mezzo e situato poco fuori le mura del borgo umbro di Montefalco, e veniamo a questi due piacevoli giorni di evasione.
IMG_4481_2Arriviamo a Montefalco un po’ più tardi del previsto, ma comunque in tempo per il check in all’agriturismo, a 5 km dal centro, in località San Marco. Giusto il tempo per accendere i termosifoni (il monolocale che ci hanno assegnato è gelido!) e posare gli zaini e siamo già fuori. Sono quasi le 20, è ormai buio, sembra notte fonda e rimaniamo stupiti dalla volta celeste che sovrasta i nostri occhi, così limpida e così vicina: uno spettacolo che ci lascia sempre senza parole. Facciamo un giro nella deserta Montefalco, circondata da mura e consistente in una deliziosa salitella che termina in una altrettanto deliziosa piazzetta. Ci domandiamo se anche il ristorante di Giorgione sia vuoto come lo è la cittadina ed i locali che si affacciano sulle sue vie. La risposta ci arriva appena mettiamo piede nel ristorante. La sala nella quale ci fanno accomodare avrà un paio di tavoli liberi su otto, mentre l’ambiente adiacente è tutto pieno. I camerieri ci spiegano il funzionamento del menù: fisso con antipasti a buffet, due primi, due secondi, due contorni e dolci della casa. Dopo aver ordinato le bevande, ci facciamo un giro tra gli antipasti, ricchi di verdure, affettati e sopratutto taglieri di formaggi di varie provenienze. Nel frattempo ci chiediamo dove sia Giorgione, se sia impegnato ai fornelli, se esca ogni tanto a fare un giro tra i tavoli… Anche questa volta non dobbiamo attendere molto per ottenere la risposta. Dopo poco infatti scorgiamo una figura camminare a ciondoloni, con la pancia enorme, esattamente come appare in televisione – senza trucco senza inganno signori! – che saluta i commensali raccomandandosi di non mangiare troppo pane con gli antipasti (eh, predica bene ma evidentemente razzola male!).
IMG_4484_2A noi augura buon appetito e subito dopo arrivano i due primi: tagliatelle con gorgonzola e noci e cavatelli con sugo alla Giorgione (la giovane cameriera non ci dice molto di più, ma utilizza l’aggettivo “sfizioso” oltre a menzionare qualche ingrediente: pinoli, pistacchi…). Ottimi i primi, ma non riusciamo a finirli, ben sapendo che ci aspettano altre quattro portate. Rimaniamo (o almeno io) un po’ delusi sui secondi, rappresentati da pollo ruspante e agnello al forno, accompagnati da patate arrosto (ognuna delle quali di dimensioni spropositate!) ed insalata. A questo punto, cosa alquanto rara, Armando sta scoppiando, io mi sono tenuta uno spazietto per i dolci, i quali in effetti si rivelano superlativi: torta di limone, mandorle e ricotta; torta di pinoli e cioccolato; brownies.
Dopo la foto di rito, una chiacchierata con Giorgione, amichevole e disponibile, e i dovuti ringraziamenti, ci incamminiamo verso la macchina, per fortuna parcheggiata un po’ distante, cosa che ci permette di digerire il pasto sostanzioso appena consumato. Armando è felice come un bambino di fronte ad una caramella ed io sono altrettanto soddisfatta di aver azzeccato il regalo. In quanto alla cena… Come sempre il primo premio lo assegno ai dolci! 😉
IMG_4492_2Il giorno dopo apriamo gli occhi intorno alle otto, dopo una bella dormita cullata dal silenzio del luogo. Facciamo colazione nell’agriturismo e conosciamo i proprietari che il giorno prima non erano presenti.
La prima tappa del giorno è la cantina Antonelli, il cui Rosso di Montefalco Armando aveva apprezzato la sera prima. Ci carichiamo in macchina un cartone e, prima di ripartire per Roma, ci concediamo una visita veloce (mooolto veloce, visto che i 4 gradi ci fanno scappare!) a Bevagna, altro paesino che, come Montefalco, appartiene ai cento borghi più belli di Italia. La passeggiata è molto piacevole, ci porta anche a scoprire che Bevagna è stata il set della famosa fiction Don Matteo in onda su Rai Uno.
Mentre intraprendiamo la strada di casa, salutiamo la bella campagna umbra con i suoi borghetti in collina e ci ripromettiamo di visitarla a breve, giacché diversi paesini mancano ancora all’appello…

 

 

 

Diario di Viaggio: Montefalco e Bevagna [PROLOGO]

Questa storia inizia un po’ di tempo fa, all’incirca a metà di ottobre, quando le mie cellule grigie hanno iniziato a darsi un gran da fare per trovare qualcosa da regalare al mio ragazzo per il suo compleanno del mese dopo (sapete, no, che mi muovo con anticipo!). In realtà non c’è stato bisogno di pensare a lungo perché Armando (s)fortunatamente mi dà continuamente spunti sui regali che potrebbe piacergli o comunque essergli utili. Le idee dunque non mancavano, anzi, erano anche più del necessario ed il difficile stava proprio nel scegliere l’alternativa più adatta.
To cut the story short, in meno di due giorni avevo già le idee chiare. Oltre ad un regalo materiale, che in effetti era estremamente necessario, avrei optato per qualcosa di meno tangibile ma comunque assai apprezzato…
Dovete sapere (e forse qualcuno di voi lo avrà già capito) che Armando ama molto la buona cucina, sia questa più o meno ricercata. Pertanto uno dei suoi miti, oltre a Steve Jobs, è il mitico Giorgione, un omone enorme che assomiglia nettamente ad Hagrid, l’amico di Harry Potter, e che si diletta con i fornelli davanti alle telecamere del Gambero Rosso Channel nel suo programma Orto e Cucina. Ebbene, se avete presente la trasmissione di cui sopra conoscete sicuramente il personaggio e le sue peculiarità. A differenza di tutti i cuochi puliti, precisi e sofisticati che si è soliti vedere in televisione, Giorgio, che per la sua enorme stazza è stato soprannominato appunto Giorgione, è decisamente più rustico, “casereccio” ed è famoso per il modo in cui assaggia (leggasi “divora“) i piatti preparati durante la trasmissione, esprimendo il suo gradimento in maniera molto evidente, sonora e colorita, come fosse una specie di Santa Teresa in estasi.
Insomma, il famoso Giorgione gestisce insieme alla moglie un ristorante tra le colline di Montefalco, in Umbria, noto come La Via Di Mezzo, luogo nel quale Armando ha sempre espresso l’ardente desiderio di andare, anche solo per una gita giornaliera, per un pranzo o una cena, giacché la distanza da Roma è di appena due ore…
È qui che ha inizio il mio breve diario di viaggio.

P. S. Il diario di viaggio è ancora Work in Progress, in fase di stesura e di completamento con la scelta delle foto migliori. Ma se il prologo vi ha incuriositi, sarete disposti ad attendere un po’…

Torta (squisita!) di pere (con la mia variante al cioccolato)

Niente da fare, in questo ultimo periodo mi sono data alla cucina. Dolce, come avrete capito, visto che alla salata ci pensa egregiamente Armando!

Oggi vi presento un abbinamento che ho già sperimentato con la pasta brisé e che ho descritto qui, ma – cosaposso farci? – mi fa impazzire, quindi l’ho voluto riproporre con un’altra ricetta.
La ricetta in questione é tratta da un libro datato, non certo uno degli ultimi successi pubblicato nell’ormai inflazionato campo della pasticceria. Pensate che in ogni ricetta all’interno di questa raccolta è indicata anche la spesa da sostenere, dunque il costo di ogni ingrediente. Beh, i prezzi sono presentati in lire!
Tranquilli però, gli ingredienti non sono andati a male e la ricetta é ancora valida! Eccola qui insieme a qualche foto.

IMG_0886-0.JPG
Come variante, ho preso una bella tavoletta da 100 grammi di coccolato extra noir e l’ho spezzettata grossolanamente sopra la torta, prima di infornarla ma dopo aver posizionato le pere. In alternativa, per far preservare il sapore della pera, si può sostituire il cioccolato a pezzi con le gocce di cioccolato, più delicate.
Ho servito poi la torta con una spolverata di zucchero a velo, che ha sempre il suo perché, e… Ne ho gustate due fette generose!

IMG_1250.JPG

IMG_1251.JPG

IMG_1252.JPG

P.S. Se, come me, volete aggiungere il cioccolato (specie se particolarmente fondente) compensate anche con ulteriore zucchero altrimenti il dolce rischia di non essere… tale! 😉

 

Cucina dolce americana: i Brownies

I brownies sono dei dolcetti americani assimilati ai nostri biscotti, anche se in realtà la loro consistenza è molto diversa. Risultano infatti particolarmente morbidi e sono spesso serviti in abbinamento con il gelato. Io ela mamma li abbiamo sempre preparati con le noci, a rigor di ricetta, ma girovagando su internet abbiamo visto che esistono molte varianti, ad esempio con nocciole o mandorle; una volta, non disponendo di sufficienti noci, abbiamo provato a mischiare noci e nocciole, ma il risultato finale non ci ha convinte del tutto.

Tutto questo per dire che la ricetta che vi propongo qui prevede l’utilizzo delle noci unite a…

150 g di cioccolato fondente
150 g di burro
150 g di noci
100 g di zucchero
100 g di farina
3 uova

Sciogliere il cioccolato con un goccio d’acqua ed il burro. DSC 089Sbattere nel frattempo le uova con lo zucchero, aggiungere poi la farina, il cioccolato sciolto e le noci tritate grossolanamente.DSC 090DSC 091Mischiare il tutto e versare il composto in una teglia foderata con carta forno.DSC 092 Cuocere in forno caldo a 180 gradi per una ventina di minuti.
A questo punto è possibile procedere in due modi.
Se non avete molto tempo (come nel mio caso qualche giorno fa, quando lo ho preparati per una cena da amici) tagliateli a quadretti e spolverati di zucchero a velo.
Volendo invece dedicare qualche minuto un più alla guarnizione, i brownies risultano molto carini se tagliati tondi con il coppapasta, decorati con un ciuffo di panna ed una spolverata di granella di nocciole o in alternativa di pistacchio. Ci sarà un po’ di spreco, ma vi assicuro che in ogni caso non andrà buttato! 😉

La cena per papà [edited by Armandus]

Non avrei mai pensato un giorno di ritrovarmi in prima persona a scrivere in un blog e spero che questo non vi porterà disagio e soprattutto nessun tipo di fastidio.
 

Guardare spesso programmi televisivi inerenti al mondo della cucina mi ha sempre attratto, soprattutto perché mi piaceva viaggiare con l’immaginazione e pensare che il famoso chef o critico culinario fossi proprio io.
La stessa sensazione l’ho avuta la prima volta che ho visto Ratatouille, il cartone della Pixar che ha come protagonista un topo che riesce a cucinare e lasciare sorpresi tutti i commensali del ristorante più famoso di Parigi.
Ritornando con il pensiero a noi, l’altra sera ho proposto di cucinare un menù per un’occasione speciale, il compleanno di mio padre. Volevo trovare una ricetta nuova con dei prodotti semplici ma di grande gusto e, dopo una lunga ricerca fatta di notti inbianco, battibecchicon missTo organizzando (la proprietaria di questo blog), sono riuscito a mettere nero su bianco. In un primo momento avevo deciso di scegliere i piatti da preparare in base alla disponibilità della pescheria, ma l’impresa sarebbe stata molto ardua e ho preferito lasciare che fossero solo i grandi chef ad occuparsene.
Ho messo da parte tutta la mia indecisione e alla fine mi sono buttato su tre antipasti ed un primo (ovviamente, ragazzi, neanche a dirlo: tutto a base di pesce!)

  • Crocchette di ceci e gamberi
  • Alici con aceto balsamico e cipolla rossa di tropea
  • Cozze alla tarantina
  • Incannulate con cozze fiori di zucca e zafferano

La preparazione del menù non sembrava tanto difficile ed in effetti i giudizi sulla ricetta erano positivi e di bassa difficoltà, ma comunque sapevo bene che non era tanto la preparazione della ricetta quello che mi preoccupava, ma come avrei dovuto gestire il tutto. Semplice: ho fatto un bel respiro e ho iniziato a preparare una lista di cose da comprare, ovviamente calcolando alla perfezione le quantità.
Arrivati a casa abbiamo iniziato a sistemare le cose che ci sarebbero servite per la preparazione  ed esattamente alle 17:30 abbiamo iniziato l’operazione CENA PER PAPA’. Ovviamente questo è il nome in codice, ma per me era semplicemente cucinare insieme alla mia famiglia e missTo preparando (la proprietaria di questo blog).
La prima cosa che abbiamo fatto è stata la pulizia delle cozze ed una volta lavateper bene, levando la barbetta, abbiamo scaldato in una grossa padella (la mia super padella per la paella) l’olio, l’aglio, un punta di peperoncino ed un po’ di prezzemolo.  Subito dopo abbiamo aggiunto le cozze ed appenaDSC 085 hanno iniziato a schiudersi abbiamo concluso l’opera con un mezzo bicchiere di vino biancoper sfumare. Fino a qui sembra tutto molto semplice me il bello deve ancora arrivare….. Mentre io ero concentrato nella preparazione, avevo le mie due souf chef che ogni secondo mi chiedevano: Come posso aiutarti? Posso fare qualcosa? Ti serve un mano?
Dovevano per forza mettersi all’opera, così ho accettato i loro servigi. Mamma l’ho messa al taglio del prezzemolo che serve sempre e missTo arrabbiando (la proprietaria di questo blog) alla preparazione delle alici con crema di aceto balsamico e cipolla di tropea.
A questo punto, mentre le donne continuavano con in compiti assegnati, io ho passato il liquido delle cozze con il colino ed ho messo le cozze da una parte; nel frattempo ho fatto scaldare dentro un’altra padella olio ed aglio triturato; una volta dorato l’aglio, ho aggiunto prezzemolo, pomodori pelati e ho lasciato tutto sul fuoco. Amalgamatosi bene il pomodoro, ho aggiunto le cozze, il liquido della cottura dei molluschi e ho lasciato ancora che si cuocesse per qualche minuto. Al termine della preparazione ho sistemato  dentro una grossa pentola di coccio del pane precedentemente bruscato ed ho versato le cozze all’interno, con un’ abbondante dose di pepe e prezzemolo.
Mentre preparavo le cozze mi sono messo all’opera per organizzare le DSC 086crocchette di ceci e gamberi, un piatto che mi ricordava molto le tapas spagnole. In una padella ho fatto scaldare l’olio con la cipolla tritata, poi ho aggiunto i gamberetti sgusciati e subito dopo i ceci, un pizzico di pepe ed ho portato tutto a cottura per circa 10 minuti. A seguire, tutto il preparato è stato inserito all’interno di una grossa ciotola e con un mixer ad immersione abbiamo ottenuto  una crema speciale con l’aggiunta di un po’ di pan carrè triturato a cubetti e prezzemolo.
Nel frattempo mamma aveva finito di tagliare il prezzemolo (ne ha tagliato cosi tanto che ci basterà per tutte le cene fino a Natale) e in una pentola ha scaldato dell’acqua e fatto bollire i gamberi reali. Una volta cotti sono stati spellati. Ora vi chiederete: dove è finita missTo tagliando con la cipolla ( la proprietaria di questo blog)?
Era sempre lì a gironzolare e preparare la cena, ma poiché fondamentalmente non aveva niente da fare l’ho incaricata di aprire le uova e preparare il composto per friggere. Con la crema di ceci e gamberi abbiamo fatto delle pallette, all’interno delle quali abbiamo inserito i gamberoni reali lasciando la coda libera. Li abbiamo fritti in olio bollente ed infine presentati come da foto.
Adesso è il momento della pasta. Le donne hanno preparato e fritto i fiori di zucca con mozzarella di bufala ed un pezzettino di pomodoro pachino; io invece ho preparato il condimento della pasta. Ho preso le cozze ed una padella, uno spicchio d’aglio, un po’ d’olio ed ho lasciato che i molluschi si aprissero. Fatto ciò, ho tolto le valve vuote e con il liquido del condimento ho sciolto in un bicchiere 2 bustine di zafferano. Una volta cotta la pasta ho messo tutto dentro la padella aggiungendo lo zafferano. Qui mi sono accorto che le mie due souf chef avevano fritto tutti i fiori di zucca che sarebbero serviti anche per la pasta, dunque ho dovuto creare una modifica della ricetta. Ho messo nella padella in cottura con la pasta della rucola che dà quel gusto astringente che lega benissimo con il dolce delle cozze. Ho lasciato amalgamare per qualche minuto e poi ho preparato i piatti, guarnendo con i fiori di zucca fritti.DSC 087

Che cosa ho imparato da questa esperienza? Mi chiederete voi.
Forse a cucinare in un modo nuovo le cozze o preparare dei gamberoni sfiziosi, oppure a dare compiti a missTo studiando un libro (la proprietaria di questo blog) .
No, niente di tutto questo signori. Ho imparato che niente è facile, ma può diventare in un lampo molto semplice quando accanto hai le persone care che ti aiutano arealizzare tutto questo per un giorno speciale: il compleanno del mio papà.

 

Autore: Armandus

Correttrice di bozze: misScrutatrice di Universi

Sfoglia o brisé? Per entrambe una grande passione.

Non ricordo se vi ho mai parlato della mia passione per la pasta sfoglia. Ad ogni modo lo faccio adesso: vado matta per tutte le preparazioni realizzate con questa pasta, torte rustiche dolci e salate. Adoro il suo sapore e amo la sua consistenza che rende ogni condimento e ogni ripieno mille volte più gustoso del normale.

Tutto questo per dirvi che mangerei rustici un giorno sì e l’altro pure! Ricordo che aParigi, mentre passeggiavamo per le vie di Montmartre, ci piaceva fermarci nelle patisserie e fare merenda con una delle loro strepitoso torte rustiche.

Ebbene l’altro giorno ho deciso di cimentarmi in una ricetta dolce che avevo adocchiato in una rivista di cucina (sapete, quelle che si tengono in bagno per ingannare l’attesa…) e che prevedeva l’utilizzo della pasta sfoglia. In realtà ho scoperto solo dopo, a dolci fatti, sfornati e mangiati, di non aver utilizzato la pasta sfoglia, bensì la brisé che,  come recita la confezione, è “adatta per i ripieni morbidi”. I dolcetti si sono mantenuti friabili anche il giorno successivo alla loro preparazione, forse proprio per merito di questa pasta, laddove con la sfoglia normalmente si ammosciano e perdono la croccantezza.

Ma vediamo di quali dolcetti si tratta!

Ne ho fatti di due tipi. Come vi dicevo, per i primi ho preso la ricetta da una rivista, mentre gli altri li avevo già provati in passato.

FAGOTTINI DI MELE ALPROFUMO DI VANIGLIA E CANNELLA

(Denominazione che ho inventato io)

  • 2 mele
  • 80 gr di zucchero
  • burro
  • un baccello di vaniglia
  • una presa di cannella
  • pasta sfoglia (nel mio caso brisé, che secondo me è anche piùconsigliata)

Sbucciate le mele, rimuovete il torsolo e riducetele a dadini. Fatele cuocere in una padella antiaderente con burro, zucchero, cannella ed il baccello di vaniglia per 5-6 minuti, fino a quando cioè le mele diventeranno morbide. Scolatele e tenete da parte il liquido di cottura. Ritagliate la pasta sfoglia in cerchi, farciteli con le mele e versateci il liquido di cottura. Disponete altri dischi di sfoglia sopra il ripieno e chiudete i fagottini sigillando bene i bordi. Cuocete in una teglia foderata con carta forno per circa 15 minuti a 180°. Servite tiepidi dopo averli spolverati con zucchero a velo e cannella.

rustici

FAZZOLETTI DI PERE E CIOCCOLATO

(Titolo dovuto anche qui alla mia fantasia)

  • pere
  • nutella
  • pinoli
  • pasta sfoglia (o brisè)

Sbucciate le pere, rimuovete il torsolo e tagliatele a dadini. Realizzate 16 rettangoli di pasta sfoglia e farciteli con le pere, un abbondante cucchiaio di nutella e pinoli. Ripiegate i quattro bordi verso il centro e sigillate bene i punti di raccordo della pasta, avendo cura che il ripieno non fuoriesca dai bordi. Cuocete in una teglia foderata con carta forno (o anche con la stessa carta che avvolge la pasta sfoglia) a 108° per 15 minuti. Servite tiepidi o anche freddi con una spennellata di zucchero a velo.

rustici (1)

A me sono piaciuti molto entrambi e sono stata soddisfatta di assaggiarli il giorno dopo apprezzandoli ancora fragranti. Con i miei ho avuto un successone, al mio ragazzo sono piaciuti da morire (di più quelle con le pere, come pure ai miei genitori), mentre per mio fratello ho dovuto preparare un fagottino di sola nutella perché altrimenti non li avrebbe mangiati. E ha avuto pure da ridire sul suo dolcetto, tsé!

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: