Diario di viaggio: gita fuori porta a Viterbo

Succede che hai voglia di passare una giornata diversa.
Succede che desideri ogni tanto uscire dalla tua routine, dalle abitudini e dagli impegni ricorrenti del tuo fine settimana. Perché il mio fine settimana, dopo tutto, non è mai così libero e vacanziero come dovrebbe essere.
Succede che con un messaggio della tua amica organizzi nell’arco di poche ore una gita fuori porta per il sabato successivo, avverti tutti che quel giorno non ci sarai e parti alla volta dell’esplorazione di luoghi vicini, eppure non troppo conosciuti.

Viterbo, sede papale nel XIII secolo, è una cittadina che sicuramente merita una visita. Così come la merita tutta la sua provincia, la zona della Tuscia, ricca di siti archeologici e scavi risalenti all’epoca etrusca, ma anche di borghi medioevali e splendidi paesaggi naturali, lacustri e rurali. Meritano attenzione indubbiamente le località di Tuscania, Nepi, i paesini che sorgono attorno al lago di Bolsena (Marta, Capo di Monte), così come la bellissima Civita di Bagnoregio,  ma anche Tarquinia, Bomarzo, il comune di Farnese e Bagnaia con Villa Lante (teatro delle riprese della serie The Young Pope).

Ma non divaghiamo, Veronica, nella tua insaziabile voglia di esplorazione. Torniamo a noi…

La nostra giornata inizia proprio da Viterbo, che ammiriamo protetta dalle sue mura dalla Valle di Faul, dalla quale saliamo in città mediante comodi ascensori che emergono nella zona di San Lorenzo, il fulcro del centro cittadino.
Qui si trova il polo museale composto dalla Cattedrale di San Lorenzo, con la sua torre campanaria gotica, che di certo ricorda lo stile di Orvieto o di Siena nelle decorazioni della parte superiore. Accanto al Duomo si erge il Palazzo dei Papi che vanta una splendida loggia ed una vista straordinaria sulla vallata sottostante, come a dominare, dalla quella posizione così strategicamente elevata, il territorio ai suoi piedi.
Proseguiamo verso Piazza della Morte, lasciandoci alla spalle Piazza San Lorenzo, senza mai, però, distogliere lo sguardo da quel punto così nevralgico costeggiato da resti di mura etrusche.
Ci perdiamo nel quieto, antico ed integro quartiere medioevale San Pellegrino, domandandoci se le quelle viuzze strette, fiancheggiate da ballatoi, finestre ogivali, archi e merletti siano sempre così deserte e silenziose. Incontriamo abitazioni caratterizzate da quello che Wikipedia mi suggerisce essere chiamato profferlo,  ovvero la scala a vista tipica dell’architettura viterbese. Notiamo diversi edifici abbandonati, strutture dalle mura visibilmente antiche che ora ospitano bed & breakfast e case vacanze, fotografiamo scorci che non possono non essere immortalati. Poi, sapete, io adoro tutti quegli angoli appartati incorniciati da piante che si arrampicano sui muri e da lampioncini che flebilmente illuminano il passaggio…

Attraverso Porta Romana e percorrendo la strada che sembra essere il Corso della città, raggiungiamo Piazza Plebiscito, espressione dell’architettura civile che mi manifesta negli edifici del Municipio e della Prefettura.

Dopo una sosta pranzo a San Martino nel Cimino, torniamo verso i nostri passi dirigendoci verso il Lago di Vico (dove non veniamo risparmiate dall’umidità che si avverta durante una breve passeggiata sulla spiaggia), attraversando Ronciglione e fermandoci poi a Sutri, dove qualche anno avevo già visitato il bellissimo Anfiteatro (lo racconto qui).

C’è una piazza, con una fontana, e una porta, dalla quale si accede alla piazza. E ci sono persone, più o meno giovani, che si incontrano e si salutano, si fermano mentre camminano, mentre siedono al bar per prendere un caffè o mentre accompagnano un nipote a comprare le figurine.
C’è un ritmo della vita alla quale non siamo abituati, e una familiarità tra la gente che non sappiamo più apprezzare.
C’è la luce del giorno quando arriviamo e, poco dopo, scende la sera con i suoi bagliori giallastri: la piazza, con la fontana e la sua porta, diventa quasi una cartolina d’altri tempi e Sutri la scena di un film stampata su una pellicola color seppia.

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Diario di viaggio: un weekend a Torino

Che è comunque poco. Un solo fine settimana, intendo, di cui un giorno è inevitabilmente dedicato all’arrivo e uno alla partenza. Da tornarci sicuramente, visto che mancano all’appello alcuni siti che ci eravamo dette di visitare.

Ma vi racconto come è andata, dai.

Arriviamo nella tarda serata di venerdì e veniamo accolte dai primi accenni delle neve che avrebbe poi “buttato” (come si dice lì, no?) copiosamente durante la sera. Del freddo, non parliamo. Ma comunque sopportabile.

La mattina dopo i tetti della città coperti di neve sono particolarmente suggestivi e allietano il nostro risveglio nel quartiere Vanchiglia, a pochi minuti di cammino da Piazza Vittorio Veneto, bellissima per le sue dimensioni e il panorama alpino che la circonda. Dalla piazza saliamo sul Venaria Express in direzione Venaria Reale dove dedichiamo la mattina alla visita guidata della reggia e delle scuderie.

Sarà stato il tempo e la neve poi mista a pioggia, sarà stata la giornata non particolarmente limpida e i giardini non accessibili, ma la Venaria non ci ha fatto chissà quale impressione, a dispetto dei commenti molto positivi che ci erano giunti prima della visita.

Rientriamo in città per pranzo e, tra piedi bagnati, freddo picchiettante e pioggia a tratti comunque fastidiosa, giriamo in pieno spirito sightseeing tra le attrazioni più note del centro storico. Piazza Castello, il Palazzo Reale, Palazzo Madama, il Duomo con la Sacra Sindone e la chiesa di San Lorenzo con la sua riproduzione e alcuni volontari disponibili a fornire qualche spiegazione sul manufatto.

Alla disperata – non così tanto, dopotutto – ricerca di una cioccolateria e di un bicerin, camminiamo per le vie del centro e sotto i portici di via Garibaldi, via Roma, via Po, via Principe Amedeo e via Maria Vittoria, attraverso piazza Carignano, piazza Carlo Alberto, fino ad arrivare alla Mole, dove programmiamo di visitare il museo del cinema ospitato al suo interno.

In realtà la sosta in camera, la cena e il calore degli ambienti, uniti ad una buona dose di stanchezza e ad una nostra naturale propensione alla chiacchiera, ci impediscono di stare nei tempi e di entrare alla Mole dopo la cena. Cambiamo quindi i nostri piani e, dalla zona di Porta Nuova, ci dirigiamo verso il monte dei Cappuccini, punto panoramico dall’altra parte del Po dove godiamo di una vista spettacolare sulla città.

Le luminarie del monte e le luci urbane sono un bel colpo d’occhio e creano una globale atmosfera di calore, nonostante le rigide temperature con le quali i locali sono abituati a convivere.

Dal monte ammiriamo la Basilica di Superga, tappa cui dedicare un seconda puntata in città, e lo skyline torinese, caratterizzato anche da edifici più moderni, come il Palazzo della Regione progettato dallo studio dell’architetto Fuksas.

Domenica ci concentriamo sulla visita al Museo Egizio, il secondo al mondo per ampiezza dopo il museo sito a Il Cairo. La collezione è veramente notevole, tra manufatti perfettamente conservati e reperti di inestimabile valore e bellezza: lo visitiamo in circa 3 ore, accelerando il giro verso la fine per un ritardo nella nostra tabella di marcia, ma consiglio di dedicarci almeno 4 ore per poter apprezzare ogni sala con la giusta attenzione. Trovandoci in centro, torniamo a Piazza Castello per un simpatico giro nel mercatino natalizio, accanto al quale è stato installato un gigante calendario dell’avvento, in pieno spirito di festività. La città è vivace, ricolma di gente, la giornata è soleggiata e l’atmosfera assai piacevole.

Per raggiungere la stazione di Porta Nuova scendiamo anche in metropolitana e ci concediamo una veloce pausa nella boutique Venchi, per un dolce rifornimento lungo il viaggio di ritorno.

Andare in tilt. 

Ultimamente non ho avuto molta voglia di scrivere. Eppure di stimoli ne ho ricevuti parecchi.
Input, spunti, scintille che avrebbero potuto far scattare un’ispirazione ma che evidentemente non hanno solleticato al punto giusto la mia immaginazione.

Credo che sia questione di periodi.

Alle volte la mente è proattiva. Libera, creativa e ballerina. Pronta ad incamerare gli impulsi del mondo e tramutarli in testi che nascono già con una loro logica ed un senso compiuto.

Altre volte la mente è pigra. Spenta, malinconica e assente. L’attività cerebrale genera pensieri, troppi, che si accavallano e si arrampicano gli uni sugli altri, senza apparenti connessioni.
È questa la fase più deleteria, la zona più pericolosa, perché i troppi ragionamenti non conducono che a paturnie, fisime, elucubrazioni, le quali generano a loro volta ansie, paure e aspettative spesso deluse.

Scrivere è sempre stato un antidoto, i pensieri costretti in parole sfuggono al loro incerto vagabondare, i concetti sconnessi che prendono forma in verbo evitano di costruire castelli di carta l’uno sull’altro, senza curarsi delle inesistenti fondamenta.
Scrivere per me è essenziale, scrivere è terapeutico, ma è come se negli ultimi tempi avessi rigettato la cura e deciso di guarire da sola, se in fin dei conti di un male si tratta.

Ribadisco che di certo è solo un periodo di assenza, disfunzionamento o, all’opposto, di eccessiva attività mentale che mi tiene concentrata su futili pensieri, privandomi però della minima forza necessaria per buttar giù qualche riga.
Che la forza sia con te, mia piccola blogger dalla testa dura. Perché quando inizi a scrivere – lo vedi da te – niente ti ferma più.

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Luoghi e volti delle mie notti

Ho sognato di nuovo quel luogo e quelle persone. Lo sogno ad intervalli regolari da qualche settimana, lo sogno con preoccupante nostalgia.
Ho sognato vecchi volti, compagni di scuola, che ho ritrovato in quel luogo.
Ho sognato anche il presente, le persone che attualmente affollano le mie giornate e che mi circondano quotidianamente.
Le ho sognate immerse in quel luogo, che deve avere qualcosa di particolarmente magico e magnetico per fare capolino così spesso durante il mio sonno.

È proprio vero che i sogni traggono spudoratamente spunto dagli stimoli, seppur fugaci e momentanei, assimilati durante la veglia.

Ieri sono per esempio passata davanti alla mia scuola superiore – è in centro, dove al momento lavoro. Ci sono passata di fronte tante volte, lungo il percorso che a piedi mi conduce fino agli uffici, ma è stato solo ieri che ho represso l’istinto di fermarmi a salutare qualche vecchio professore, semmai ancora in ruolo e semmai ancora memore del mio volto. Ero infatti in anticipo rispetto all’orario di ingresso in ufficio e ho avuto la fulminea idea di attraversare il portone, chiedere ad una bidella l’orario della giornata e domandare della presenza della prof. di matematica, o di inglese, o della prof. di tedesco o discipline turistiche, le uniche che probabilmente sono rimaste operative dopo la mia maturità. Ma non l’ho fatto, ho pensato che avrei speso troppo tempo e, benché l’anticipo in cui mi trovassi, sarebbe stato poco opportuno.

Eppure non ho sognato i professori, non ho sognato la sede centrale della mia scuola o i momenti passati in aula durante inglese o matematica. Non ho sognato la maturità, immagine che per un attimo era stata proiettata nella mia mente durante i miei ragionamenti sull’entrare o meno a scuola.
Ho sognato una compagna insospettabile, con la quale non ho mai avuto grossi rapporti di amicizia, e che ho ovviamente perso di vista in questi anni, vista la simpatia e l’affinità che mai era nata tra noi.
Ho sognato il suo volto in modo chiaro e definito, ma anche la sua fisionomia, riprodotta forse meno fedelmente.
Ho sognato che mi ha salutata con entusiasmo, come d’altronde io ho fatto con lei, ma era tutto un po’ forzato e palesemente surreale, perché nessuno delle almeno dieci persone attorno ci ha chiesto come facevamo a conoscerci.
L’interpretazione dei sogni è a mio avviso un’impresa impossibile, fallimentare in origine, poiché innumerevoli sono i fattori che influenzano la fase onirica e ancor di più sono quelli inconsapevoli, dei quali non ci rendiamo nemmeno conto, non conoscendone spesso l’esistenza.

In realtà il mio caso è un po’ a sé, in quanto, al di là del volto poco significativo risalente al periodo della scuola superiore, so benissimo il motivo per cui sogno quel luogo e quelle persone. È una ragione che faccio fatica a confessare a me stessa, è una ragione di cui sono cosciente ma il cui confronto tento di evitare.

Vorrei poter dare ai miei sogni l’interpretazione che meritano, ma credo che a volte sia meglio lasciar correre, non andare tanto a fondo… Ciò significherebbe dare a certi pensieri troppa importanza.
Sono immagini notturne, è facile viverle e poi dimenticarle, purché non riaffiorino insistenti anche sotto la luce del sole. I sogni ad occhi aperti sono ancora più pericolosi e non so quanto riuscirei a conviverci.

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Magritte – Golconda

Non restano che macerie.

Arriva poi il momento in cui ogni tua convinzione inizia a vacillare.
E tutto ciò in cui avevi creduto, che avevi professato e difeso più volte a spada tratta diventa la tua angoscia più grande.
Basta andare indietro di qualche anno per rendersi conto di quanto diverso era lo scenario, di quanto diverse erano le parole che utilizzavi e le emozioni che ne trapelavano.
Che fine ha fatto tutto questo? Dove sei andata a sbattere la testa? E perché tutti questi ma, forse, se, tutti questi fastidiosi interrogativi?
Arriva il momento in cui ti accorgi di essere diventata grande. E insieme a te sono cresciute anche le ansie, le responsabilità, sono crollate le mura e le fondamenta di cemento sulle quali si costruivano i tuoi valori.
Poi ti domandi perché uno vorrebbe ritornare bambino. E’ perché la felicità raramente ci appartiene. La felicità, io credo, è affar loro.

Non è rimasto
Che qualche
Brandello di muro

G. Ungaretti, San Martino del Castro

Sillabe. 

Ogni volta che rileggo quel nome, mi ricordo come ti piaceva chiamarmi, durante le nostre conversazioni regolari e frequenti. Di poche parole, uno di noi specialmente.

Ogni volta che lo leggo mi fa tenerezza, mi sa di affetto, poco e male espresso in altri modi. Era spiritoso, a me piaceva, sebbene mi ricordasse… Non so più cosa.

Piccola e ingenua, così ero ai tuoi occhi. Matura, ma non troppo. Interessante e non insignificante.

Poi sono cresciuta. Adesso con una responsabilità sulle spalle e più di un impegno da portare avanti.

Ogni volta che leggo quel nome, è come premere un pulsante che accende la luce su qualche anno fa.

Sillabe di adolescenza.

Sillabe di purezza.

Sindromi. 

Il mio problema è che vado d’accordo con tutti, ma non sono amica di nessuno.

Miss selettiva, eccomi qua. Lo dice d’altronde anche Cattel, quel test psico-attitudinale che, dopo un’ora di tormenti tra questionari, domande, scale di valutazione sull’essere totalmente in accordo o totalmente in disaccordo e dopo la temibile correzione da parte di un team di psicologici professionisti, ti sforna una bella ecografia della tua personalità. Le cosiddette soft skills, insomma. In più, da bravo e puntiglioso radiologo, ti segnala anche la presenza di alcune sindromi.

Ebbene io, scontato a dirlo, soffro della sindrome del perfezionismo, risultante da una elevata autodisciplina combinata con una spiccata propensione alla selettività.

Dunque, mi fermo sui dettagli. Curo i dettagli. Rompo le scatole sulle imprecisioni. Mi infastidiscono le imperfezioni. Non tollero l’approssimazione e non mi piace la superficialità. Non sopporto la mediocrità.

La verità è che vado d’accordo con tutti, è vero. Ma lo faccio perché non voglio avere problemi con nessuno. Lo faccio perché non mi scontro con le personalità altrui, ma piuttosto tendo a subirle. Che io manchi di carattere dominante, questo è assodato. Che io conti i miei veri amici sulle dita di una mano, è anche questo chiaro.

Il problema non è questo. Il problema è che non dovrei andare d’accordo con tutti, perché significa non prendere posizione, non avere pensiero critico, non farsi delle proprie idee sui comportamenti altrui.

L’ho capito solo qualche giorno fa, quando andare d’accordo con tutti mi ha portato a non avere nessuno che volesse andare d’accordo con me.

Nella quiescenza

Iniziare dal titolo non è mai stato il mio forte. Preferisco pensarci dopo, a conti fatti, a pagina scritta, per riassemblare le idee in un concentrato efficace.

Li devo riassemblare davvero i miei pensieri quest’anno se ho intenzione di concludere qualcosa a Natale…
Il bello è che io non ho mai avuto di questi problemi: tra le amiche ed i parenti sono sempre stata quella che cavalcava l’onda con mille ed originali spunti, idee ben chiare su cosa regalare e a chi regalare cosa. Non riesco Infatti a dare una spiegazione sensata di questa mia improvvisa quiescenza e a giustificarmi con coloro che hanno molto plausibilmente iniziato a guardarmi storto, convinti che ci sia qualcosa che non vada.
Bah, chi può dirlo… Già da novembre ho avuto difficoltà a trovare il regalo per Armando, per i suoi 30 anni, che comunque non è un’età qualunque. O almeno io la vedo come un tantinello più significativa. Ad ogni modo il regalo deve ancora concretizzarsi giacché prevede l’acquisto di un paio di scarpe che evidentemente non avrei potuto comprare senza di lui. Aspettavamo i saldi in realtà, quindi hai voglia ad attendere…

Ora però c’è Natale. E c’è Armando, mamma, Marco, mio padre, mio fratello, i genitori di Armando, il fratello di Armando, Armando da parte di mio padre, Armando da parte di mia madre, mio fratello da parte di mio padre, i genitori di Armando da parte dei miei genitori e… vi risparmio le ulteriori combinazioni.
Non sto entrando in ansia, sto solo ragionando sul motivo per cui quest’anno sono seriamente a corto di idee. Non ho nemmeno intenzione di ridurmi all’ultimo minuto, quindi credo che approfitterò del prossimo weekend per iniziare a darmi un’occhiata in giro.

Avrete aggiornamenti, prometto… o meglio, spero, visto che iniziare dal titolo non è mai stato il mio forte.

P.S. Non so se si usa, ma intanto i miei auguri comincio a diffonderli a coloro che navigano, vagano e girovagano nella rete… Felice Natale a voi tutti!

Bad Vibrations.

Sono elettrica questi giorni.
Tesa come una corda di violino pronta a vibrare al minimo tocco che la sfiora.
Ma non sono Good Vibrations, come cantavano i Beach Boys e come vorrei che fossero io. Si tratta di vibrazioni isteriche. Nervose.
Sono irritabile facilmente in questo periodo. Divento nervosa per un non nulla ed insopportabile per delle sciocchezze.
Tratto malamente chi mi sta attorno, una persona in particolare, fino ad arrivare ad eccessi non tollerabili.
Mi comporto indegnamente. Non mi riconosco.

Sono apatica questi giorni.
Un’ameba.
Non ho voglia di fare nulla, non ho voglia di stare con le persone. Non sono minimamente curiosa di nulla, del tutto indifferente a ciò che accade intorno a me e non mi interessa niente che non possa riguardarmi strettamente da vicino.
Non ho nulla di dire, mi sento vuota.
Ho perso il sorriso. Lo stress mi sta uccidendo.

Scusate se vi sembro incoerente con quanto ho detto nel post precedente. Non avrei dovuto pubblicare più nulla, è vero, ma questo avevo proprio bisogno di scriverlo.

In principio Dio doveva aver creato le giornate di 48 ore.

In principio c’era Google Reader.
Lo consultavo praticamente tutti i pomeriggi, cliccando sul pulsante della barra dei preferiti dove avevo salvato il link per accedervi più velocemente.
Vi confluivano i feed di tutti i blog che non seguivo direttamente (dunque non tramite la ricezione di email) ma delle cui novità volevo essere informata.
La questione era, però, che quasi tutti i pomeriggi mi trovavo a casa. Terminato lo studio, che iniziavo subito dopo pranzo, senza aver mai avuto l’abitudine di rilassarmi davanti alla TV, mi dedicavo a quella che tuttora è una delle mie attività preferite: “blogging”.
Quello che poi accade è che, circa un annetto fa, Google Reader annuncia la sua chiusura, cosa che mi spinge a cercare altri sistemi per tenermi aggiornata sui blog di mio interesse.
Scopro così Feedly, che gradisco peraltro moltissimo, almeno quanto il vecchio Google Reader, con in più il valore aggiunto della disponibilità di un’app per smartphone di facile consultazione.
Infatti, morto Google Reader, muoiono anche i miei pomeriggi casalinghi e la possibilità di servirmi di un’app “portatile”, da utilizzare ovunque io sia, è davvero provvidenziale.
Sorge ora un altro problema. È vero che posso leggere le pubblicazioni dei blog dappertutto, visto che lo strumento che mi permette di farlo, ossia l’Iphone, è sempre con me, ma è vero pure che me ne manca il tempo. Ora, infatti, incide poco il fatto che io mi serva di un computer o di uno smartphone. Quello che conta è disporre del tempo per farlo.
Il periodo è quello che è, dovete comprendermi e scusarmi per questo, ma vedo, prevedo ed intravedo che finirà tra poco. Deve solo passare questa maledetta sessione estiva di esami, che tra parentesi mi preoccupa più delle altre (o forse sono io che la penso così prima di ogni sessione) e sarò libera. Libera di addormentarmi, la sera, senza leggere delle nuove tecnologie applicate all’insegnamento delle lingue o senza sottolineare il manuale di storia della letteratura inglese, così superficiale sugli autori che più mi interessano, ma così dettagliatamente approfondito su quelli di cui farei a meno di sapere vita e opere. Libera di tirare fuori dalla borsa, quando sono in viaggio sui mezzi, uno di quei titoli di narrativa che aspettano di essere letti ormai da Natale e dal recente compleanno, anziché gli appunti di linguistica tedesca o di traduzione inglese. E quando non ho un libro tra le mani, mi ritrovo a scrivere. Scrivo ormai veramente poco per il blog (ad eccezione del Diario di viaggio, questo post ed i post per Libri in Metro, tutto quello che ho pubblicato di recente consisteva in bozze rispolverate dagli archivi) o comunque meno di quanto vorrei. Pubblico con meno regolarità, la distanza tra un post e l’altro si dilata, ma, grazie nuovamente a quella straordinaria invenzione che è l’app di WordPress, riesco a rispondere con tempestività ai commenti che mi lasciate. Leggo i vostri post molto raramente, privilegiando quelli che mi arrivano via mail, per una questione di spazio nella casella, anche lei desiderosa di essere il meno “sovraccarica” possibile. Pertanto sono qui a porvi le mie scuse per questa mia lontananza dai vostri universi e questa mia assenza nei commenti ai vostri articoli. Tale situazione mi rammarica tantissimo e spero di potervi porre rimedio a breve, anche se già so che dovrò almeno attendere l’arrivo dell’estate, salvo qualche rara occasione in cui potrei riuscire a leggere qualcosa da Feedly. In realtà mi spaventa persino aprirlo, poiché, conoscendomi, di fronte alla voce “14783 articoli non letti” entrerei letteralmente nel panico e sarei presa dall’ansia di non essere in grado di recuperarli tutti. Per tale ragione, in questo periodo pre-maledetta-sessione-d’esame non vorrei aggiungere altra ansia a quella che già abbondantemente mi investe.

In principio c’erano 24 ore. Forse dovrebbero diventare 48. Dio avrebbe dovuto pensare a questa alternativa: avrebbe creato il mondo in meno giorni e si sarebbe potuto anche concedere più tempo per riposarsi.

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