Big Eyes [Tim Burton]

Gli occhi sono lo specchio dell’anima.

ForsPoster Big Eyese la citazione che fa da fil rouge a tutto il fim è sentita e risentita, ma pronunciata da Amy Adams di fronte i suoi furtivi dipinti assume un significato tutt’altro che abusato. I due elementi fondamentali del plot vengono fuori in questa frase e Tim Burton li indaga a fondo, li rende denominatore comune di tutte le scene, seppur non così palesemente.

L’anima.
Che se non emerge, a mio gusto, dagli occhioni dei bambini, soggetti innumerevoli dei quadri di Margaret, viene ben dipinta da un altro pittore: il regista. Tim Burton non si lascia sedurre da una esaltazione facile e scontata dei dipinti della sua protagonista, nonostante l’amicizia effettiva con la reale pittrice ancora in vita, ma si sofferma su una figura infantile tutt’altro che marginale. Ispirazione e soggetto dei primi lavori di Margaret, Jane soffre della sua solitudine, della mancanza di un padre e della lontananza – più emotiva che fisica – della persona con la quale vorrebbe condividere il suo tempo: la mamma. La vede continuamente in fuga, rapita da uomini che evidentemente covano secondi fini, debole e sottomessa, privata delle cose cui tiene di più al mondo: la sua arte e la sua bambina.
Jane cresce, è l’unico personaggio che forse vive la maturazione più profonda, rendendosi conto di essere sempre stata a conoscenza del segreto della mamma pur fingendo di non saperne nulla. Accompagna sempre Margaret, è al suo fianco anche quando non vorrebbe, e, da un’analisi più profonda, potrebbe essere lei a suggerire alla madre quel senso di abbandono e solitudine che circonda gli orfanelli nelle sue opere.

Gli occhi.
Sono gli occhi di Margaret, interpretata con spessore da Amy Adams che si porta  a casa anche un Golden Globe, occhi attenti, concentrati, mentre dipinge di nascosto le “persone” sulla sua tela. Occhi innamorati ed estasiati quando cade tra le braccia del millantatore Walter Keane, maestro di retorica ed eloquenza, tranne che dell’arte di cui si finge creatore, rivendicandone la paternità. Occhi disperati e ricchi di lacrime quando non riesce a conservare il suo segreto, impaurita dalla reazione del marito, affranta per non aver saputo amare a dovere sua figlia. Infine, occhi increduli dinanzi alla corte, durante il processo in cui tenta – e riesce – di dichiarare al mondo intero di essere l’autrice dei lavori che hanno conosciuto il successo planetario. Ancora una volta è affiancata da Jane, cui stringe forte la mano più volte, cui rivolge sguardi affettuosi che sembrano voler recuperare tutto il tempo perduto in quegli anni.

E di Keane? Che dire di lui? Potrei formulare un giudizio poco oggettivo, influenzata dalla stima che provo per Waltz, un mostro sacro in ogni ruolo a mio parere. Stima che è iniziata con Inglorious Bastards, ma questa è un’altra storia… E poi qui parliamo di personaggio, mica di interprete! Comunque Tim Burton sceglie bene, perchè Walts calza Keane a pennello…
E’ in ogni caso complesso, da parte dello spettatore, formarsi un’opinione coerente su di lui. All’inizio si ha qualche sospetto, specie nella scena della proposta di matrimonio, troppo avventata, indice di scarsa affidabilità… Poi però tutto torna ad essere perfetto, lei è innamorata, lui pure, tanto che si prodiga in interminabili elogi dei quadri della moglie adorata, oltre che impegnarsi concretamente per sostentare la famiglia. Sì, sembra fin troppo orgoglioso dei successi che mano a mano i lavori di Margaret collezionano, ma in fondo lo fa per venderli, perchè Margaret è ancora timida ed inesperta di come funziona il mondo degli affari. Lui invece ha fiuto, conoscenza, ottima parlantina, la stoffa da vero venditore, E comunque tutti i guadagni vengono condivisi, lui non si intasca niente, fa tutto sotto la luce del sole. Pare tutto concordato, un patto silente tra lei e lui, lei rinchiusa nello studio a dipingere, lui impegnato in televisione e sui giornali e rilasciare dichiarazioni non sue. O almeno, sue ma totalmente infondate. La storia torna un po’ a puzzare nel momento della scoperta di un’altra scomoda verità sugli scorci cittadini che Keane faceva risalire al suo periodo parigino… Si inizia dunque a guardare a quest’uomo come un vero calcolatore privo di sentimenti e buone intenzioni, con un ottimo naso per gli affari – niente da dire – ma con un’anima abietta e insulsa. Se si poteva giustificare pensando che magari era stato il successo a dargli alla testa, non si riesce comunque a spiegare il suo esordio nel mondo dell’arte…
L’unico ricordo che il regista sembra lasciarci è quello di un pupazzo urlatore, cialtrone e con occhi – magari grandi come quelli del titolo sì – che guardano solo il denaro. Non poteva dunque mancare la sua uscita di classe, nella scena finale del film, accompagnato dalle esagerate moine che lo contraddistinguono, goffi e maldestri tentativi di un truffatore che ha costruito le fondamenta del suo impero su una frode.

Film da guardare con occhi ed anima aperti.

 

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