Caro diario ti scrivo.

Roma, 24 ottobre dell’anno passato.

Giornata intensa quella di oggi.
Sveglia alle 7 per recarsi alle 9 in facoltà, ma non prima del classico tran tran metropolitano, ormai diventato un’abitudine alla quale mi sono quasi affezionata. Lezione della durata di un’ora, ma che a me pare essersi protratta per soli dieci minuti. Sarà che l’argomento era particolarmente interessante, sarà che me lo ero anticipato sul libro e sapevo già a grandi linee cosa avrei dovuto aspettarmi, o sarà che al termine della lezione avrei avuto un appuntamento importante: una visita a Robert Doisneau.
Nato esattamente 81 anni prima di me (e questa coincidenza del dì natale ha creato sin da subito una grandiosa empatia), è in mostra fino a gennaio al Palazzo delle Esposizioni (dove è stata ospitata anche l’esposizione del Guggenheim di cui ho parlato qui). La mostra indubbiamente merita: è ricchissima di fotografie, molto ben allestita ed interessante da tutti i punti di vista. Mi son piaciute soprattutto le serie di fotografie che ritraevano lo stesso soggetto (o lo stesso scorcio, lo stesso luogo) ma in momenti cronologici diversi. E ho apprezzato moltissimo i controluce, gli sfocati (dai fotografi dilettanti generalmente evitati, ma ricercati appositamente da chi con la macchina al collo fa faville), i bambini, i pedoni, così come i panorami parigini ed umani che popolano le sue immagini.

Robert Doisneau – Pupils on rue de Rivoli, Paris

Un’oretta buona dedicata alla mostra (potrebbe richiedere anche maggior tempo, volendo vederla ben bene) e poi a piedi fin oltre Termini, diretta in libreria (dove mi aspetterà un completo buco nell’acqua) e strisciando lateralmente ad una manifestazione in Via Cavour che vedeva gli avvocati partenopei sventolare bandiere e striscioni contro la chiusura del Tribunale d’Avezzano (questo almeno sono riuscita a capire mentre camminavo, tanto per cambiare, in tutta fretta e con i minuti contati).
Eccomi quindi di nuovo sulla metro e sul trenino che, sorprendentemente e grazie a fortunatissime coincidenze, mi portano fino ad Ostia in men che non si dica. Anche qui il pranzo ed il dopo-pranzo mi prendono un’oretta buona e mi ricaricano per partire nuovamente alla volta dell’Università. Dovete sapere, infatti, che l’orario delle lezioni del martedì è qualcosa di fantastico: un buco enorme – diciamo le cose come stanno: si tratta di un’immensa voragine – dalle 10 alle 16. Della serie: stattene a casa martedì mattina. Questi ragionamenti, però, non attecchiscono nel mio cervello, pertanto, sia pur per una singola ora di lezione, il senso del dovere mi impone di seguire ogni corso io sia in grado. E poiché non ho ancora subito una trasformazione genetica in ghiro e fortunatamente dispongo della facoltà del movimento e della resistenza al sonno durante le prime ore del mattino, alle 7 mi alzo e mi reco in università. Ma non entriamo nei dettagli.
Dicevo, dopo aver sfruttato in maniera produttiva le ore libere dalle 10 alle 16 (sì, mi piace sottolinearlo perché magari mi aiuta a rendermi conto dell’assurdità della cosa), mi ritrovo a seguire la lezione di linguistica che – Deo Gratias! – termina un quarto d’ora prima del previsto: sono le 17.45.
Mi teletrasporto dall’aula alla stazione, mi catapulto in metro e, dopo due fermate, mi fiondo nella sede dove ho deciso di seguire il corso a scelta, il quale, per inciso, è già iniziato dalle 17. Ma ne sono consapevole e, silenziosamente, entro nella stanza buia (che, non a caso, assomiglia ad una sala cinematografica) e prendo posto nel primo posto che mi capita sott’occhio. Mi trattengo fino alle 20 (per rimanere in tema “orari fatti su misura per te”) e…indovinate cosa mi aspetta? Naturalmente metro e treno per tornare a casa. Finalmente metto piede in casa e concedo meritato riposo alle gambe che hanno camminato a lungo e alla mente che ha ricevuto, immagazzinato, elaborato davvero parecchi stimoli ed informazioni. Non sembra, ma questa attività cerebrale sfianca.
Vado a dormire, va’.
Ma non sai, cara Veronica, che il cervello continua a lavorare anche quando non te ne accorgi e sei beatamente cullata dalle braccia di Morfeo?
Aiutatemi allora! Come si spegne?!

Tamara de Lempicka – Sleeping woman

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10 commenti

  1. Il cervello non si spegne mai! Il mio pure in sogno va avanti 😛

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  2. Mi è proprio piaciuto questo post. Sarà forse perché alla fine mi hai fatto sorridere 🙂
    Ehhh, nooooo non ci provate a spegnere il cervello di una Scrutatrice, è impossibile!!!
    🙂

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  3. ah, questi giovani d’oggi 😉

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