Mirò e il colore di una giornata di luglio

“Quest’anno niente festeggiamenti per il mio compleanno. Né pranzi, né cene, né altre riunioni con parenti. Sapete una cosa? Ce ne andiamo al mare.”
“Va bene mamma, facciamo come vuoi tu”.

Queste sono state le premesse per trascorrere la giornata del 24 luglio, giornata in cui l’idea di recarci in spiaggia non sembrava affatto malvagia. Peccato che il tempo non fosse della nostra stessa opinione. La mattinata del 24 si è difatti presentata a nostri occhi vestita di un manto grigio, nuvoloso ed incerto, oltre ad essere accompagnata da un ventaccio non indifferente. Giornata al mare: da bocciare. Gita fuori porta: idem. Restare a casa: non se ne parla. Suggerimenti?
Beh, confesso che non ci ho messo molto a trovare un’alternativa, quasi che non aspettassi altra occasione per proporre ciò che mi frullava in testa. “Andiamo a far visita a Mirò. E’ un sacco di tempo che è in allestimento in centro.”

Detto fatto. Treno e metro e siamo in centro. Raggiungiamo il Chiostro del Bramante (in una zona di Roma che era rimasta, per me, ancora inesplorata) ed iniziamo a girare per la mostra con una video guida tra le mani. Al di là dell’ambiente ben curato, dell’allestimento e della location, la mostra è davvero pregevole. Non avevo mai avuto un incontro così ravvicinato con l’arte di Mirò, surrealista al pari di Dalì, ma molto più congeniale ai miei gusti. Entrambi instaurano un rapporto ambiguo con il gruppo dei surrealisti fondato da Breton, entrambi si recano a Parigi per un certo periodo ed entrambi conoscono Picasso, subendone, ognuno a suo modo, significative influenze. Tuttavia, ciò che mi fa prediligere Mirò rispetto al collega catalano Salvador sta nel fatto che la pittura del primo tende ad essere astratta, essenziale, sintetica, mentre la seconda è ancorata al figurativismo (figurativismo che ha però qualcosa di inquietante, torbido ed orrendamente perverso). In secondo luogo, credo non sia da sottovalutare il fatto che ritengo Mirò un gran geniaccio. Nessuno, prima di lui, aveva osato dipingere in quel modo. Nessuno si era mai spinto alla raffigurazione di immagini così slegate dalla realtà, frutto semplicemente dei movimenti dell’inconscio e del proprio universo interiore. Chi aveva mai pensato di stendere il colore sul cartone, sul compensato o sulla carta vetrata? Certo, ci furono i Cubisti che, ancor prima di Mirò, sperimentarono la tecnica del collage (largamente sfruttata, poi, dall’artista in questione). Cubisti che inserirono nei loro quadri materiali eterogenei (legno, paglia, gesso) o ritagli di giornale. Cubisti che abolirono il classico formato rettangolare / quadrato dei dipinti, volendo in tal modo mettere in discussione il concetto di “quadro quale finestra sul mondo”. Tutto questo è vero, sì, ma infatti non ho mai detto che ritengo i Cubisti dei buoni a nulla. Anzi, sono tra gli artisti che più ammiro. Geniali, innovatori, avanti rispetto ai loro tempi.

Il mio studio è come un giardino. Io sono il giardiniere

Mirò, comunque, non è certo da meno. L’ecletticità dell’artista è ben visibile nel suo studio di Maiorca, ricostruito in maniera molto suggestiva all’interno del percorso della mostra: tele, cavalletti, colori ad olio e tempere, così come sculture di bronzo, materiali quali legno, gesso, ceramica. Ispiratosi all’arte primitiva, alle pitture rupestri e all’espressionismo americano, che aveva avuto occasione di conoscere in seguito ad alcuni viaggi nel Nuovo Continente, Mirò realizza una pittura che, almeno per quanto mi riguarda, esercita un fortissimo impatto emotivo, prima ancora che visivo, sull’occhio di l’ammira.
“Potrei benissimo fare anche io un quadro del genere. Che ci vuole?” obietterebbe qualcuno. “Perfetto”, replicherei io, “fallo. Però non imitarlo, perché altrimenti realizzeresti un duplicato senza alcun valore. Devi avere un’intuizione, devi rompere con la tradizione. Provaci e poi dimmi se è semplice.”
Quanto è riduttiva la visione dell’arte come riproduzione fedele della realtà! A che serve? Ad elogiare la perizia tecnica nell’esecuzione dei più sottili fili d’erba? Tanto di cappello, certo. Ma davvero si può pensare che un artista come Mirò non sia egualmente un ottimo disegnatore? Bisogna conoscere le fondamenta di qualcosa per poi poterle demolire. Non si possono costruire grattacieli in aria, né dare inizio ad una rivoluzione senza avere chiaro in mente cosa si vuole modificare. Mirò non aveva dubbi, anzi. Sapeva perfettamente cosa voleva raggiungere con la sua attività artistica. Il recupero di forme espressive più elementari, primitive (recupero che vede in Gaguin il proprio pioniere), la riscoperta di una pittura più spontanea ed immediata corrisponde esattamente a ciò che Mirò desiderava perseguire. A mio parere è riuscito egregiamente nell’impresa, traducendo operativamente la famosa affermazione di Picasso: “A tredici anni dipingevo come Raffaello. Ci ho messo tutta una vita per imparare a dipingere come un bambino”.

P.S. Lasciate che vesta per un attimo i panni di un’accompagnatrice turistica e vi suggerisca un ottimo posticino per pranzare dopo la visita alla mostra (cosa che la famiglia Scrutatrice ha fatto).
In una traversa di Corso Vittorio Emanuele, precisamente nel Vicolo Savelli, troverete una caratteristica trattoria romana, nota in tutta la città come una delle migliori pizzerie. Ecco, fermatevi lì e scegliete se gustare un’abbondante porzione di primo (abbondante è dire poco, a meno che non siate abituati a papparvi due etti di pasta a testa) o un’eccellente pizza romana (sottilissima, quasi una sfoglia). Come dite? Non vi ho ancora fatto  il nome? Ah sì, dimenticavo. Forse perché il nome indica poco. “La Montecarlo”, si chiama. Ma non aspettatevi niente che abbia a che fare con gli eleganti locali del Principato di Monaco. Qui funziona così: “Sevoinapizzadillo”…

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19 commenti

  1. Anonimo

     /  1 agosto 2012

    E no, adesso basta!!! Pure critica d’arte…… BASTAAAAAAA
    E’ un pò che non passavo di qui, o meglio avevo già letto alcuni dei precedenti articoli ma, dico la verità, non avevo avuto il coraggio di commentarli, uno più bello dell’altro. Ma ora che parli di uno dei miei pittori preferiti, Wassily a parte, mi sono sentito attrato come una calamità. E questo solo per lanciarti una piccola sfida: prossimo appuntamento Guggenheim Venezia?
    Se pò fà!!!!
    Baci
    Marco

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    • Ahahahah sei fantastico!
      Dunque hai agito come visitatore silenzioso per un po’…eeeeeh questa me la lego al dito, soprattutto perchè mi dicevi di non aprire il blog da tempo. Bravo eh! 😛
      Accetto la sfida, sebbene mi renda conto della difficoltà: l’arte contemporanea non è così facile da “criticare”.

      Un bacione
      Veronica

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  2. karina890

     /  1 agosto 2012

    Molte persone si fermano all’apparenza. Forse è più facile, richiede meno sforzo, meno meningi da spremere, già stanche per troppi motivi. Per questo credo si cerchi ancora l’arte fedele alla realtà: “bel disegno”. Punto. Ed è fatta. L’arte è difficile da spiegare, perché se il disegno di un bambino può apparire brutto è la sua voglia di esprimersi, di giocare e sperimentare che conta, non il resto ed è una realtà indefinibile perché spesso ci si limita al giudizio. Molti non sentono il bisogno di capire… Eppure basta un po’ d’immaginazione. 😉

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    • Concordo! 🙂 Hai parlato di un elemento importantissimo: l’immaginazione, la fantasia. L’arte quale riproduzione fedele del mondo è assai più semplice e anche più banale, se vuoi. Inibisce l’utilizzo di questa fantasia perchè non prevede, almeno a mio parere, il coinvolgimento dell’artista, il quale si limita a rappresentare ciò che vede. Sono anche d’accordo nel far questo, però ammiro sempre chi inserisce la propria soggettività nel quadro. Ecco perchè amo gli impressionisti *__*

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      • karina890

         /  1 agosto 2012

        Riprodurre fedelmente la realtà è un’arte molto più fine però che copiare. E’ un po’ come scrivere: non devi essere minuzioso e pedante ma cogliere quel particolare che vedresti ovunque.La bravura di qualunque autore sta in questo ^^ Tieni presente comunque che ti parlo da ammiratrice di Fontana – il taglio nella tela, ma di sicuro lo sai – e sì, da amante dell’impressionismo. ^__^ Però ho sempre avuto un debole per i Preraffaelliti. Questa è stata una piccola parte della mia tesina. ^^

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        • Sicuramente, non ne dubito. Michelangelo ed i pittori rinascimentali hanno tutta la mia ammirazione 🙂
          Fontana lo conosco: anche lui un estremista eh! Ci piacciono le cose…un po’ diverse insomma 😉

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          • karina890

             /  1 agosto 2012

            No, in realtà l’arte mi piace in entrambi i versi, quindi alla fine i nostri gusti coincidono. ^^ Michelangelo è straordinario *.*

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  3. Brava!!!
    Personalmente adoro Mirò (ne ho parlato anche in qualche mio post)
    Buon proseguimento dell’estate

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  4. Laura Zaccaro

     /  1 agosto 2012

    Non ci posso credere.. c’è qualcosa che tu non sappia fare? Qualcosa che non ti riesce? 😀
    Eccellente critica d’arte, eccellente scrittrice, eccellente studentessa… hai bisogno di altri Eccellente? 😀

    Un abbraccio 🙂

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  5. Una volta discutendo con delle persone del famoso taglio della tela di Fontana, uno del gruppo è venuto fuori dicendo che in fondo l’autore aveva fatto una cosa banalissima facendola passare per arte e io ho risposto più o meno ciò che hai detto tu, aggiungendo che non è tanto ciò che si rappresenta e come lo si rappresenta, ma l’intuizione per farlo, che poi è tutto. E un grande artista, al di là delle basi, della scuola, di tutto il percorso che fa durante gli anni, se gli manca l’intuizione, gli manca tutto, come dire che la genialità sta nel rappresentare le cose semplici rerendendole uniche.

    Anch’io amo molto Mirò e non vado matto per Dalì, che ritengo un po’ troppo manierista, ma è solo una mia opinione.

    Veramente un bell’articolo, con una ciliegina, quella finale, della trattoria, che non guasta, insomma, un articolo completo, da guida turistica.

    ‘pranzo! 😉

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    • Da guida turistica, esatto! ahahah 😉 Ma non mi permetto assolutamente di “guidare” all’interno dell’arte di Mirò, dato che ho voluto semplicemente esporre le mie opinioni ed impressioni circa la mostra visitata. Comunque siamo della stessa idea, sostanzialmente: rendere elementi banali (colori, linee, curve) opere d’arte. Un po’ come avviene anche nelle poesie, secondo me. Quelle che più mi colpiscono sono solitamente le liriche che trattano di tematiche semplici, quotidiane, senza andare a decantare fasti di epoche lontane e quasi astratte. Ciò non significa, comunque, che ritengo che qualsiasi cosa possa diventare opera artistica. Un orinatoio non è, per me, arte (anche se riconosco la genialità sottesa all’idea di spacciarlo come tale).
      Vabbè, a questo punto la trattoria ha fatto venir fame anche a me! Buon pranzo, ti seguo a ruota 🙂

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  6. Ma sai, dipende. Io mi occupo di grafica (anche) e mi rendo conto che i lavori più belli, sono quelli dove l’elaborazione prescinde dalla complessità stilistica e formale, come dire che la semplicità, appunto, se la si sa rappresentare, è vincente. L’arte sta un po’ dappertutto, anche in un orinatoio se ci pensi, e oggi più che mai, visto che tanti oggetti comuni sono stati disegnati da grandi architetti e design; mi viene in mente Castiglioni con la sua famosa lampada ad arco, oppure la Gibigiana, una lampada da comodino che non sfigura in un museo, tanto è bella. Non a caso gran parte degli oggetti disegnati negli anni ’60 e ’70, sono in mostra permanente al Museto di Arte Moderna di New York. Ed è proprio qui la genialità, rappresentare l’arte con oggetti che sono di uso comune, tipo una lampada, oppure una caffettiera, oppure una saliera, perché l’utilizzo diventa anche l’occasione per educare le persone. Un bell’oggetto è senz’altro più piacevole da usare di un oggetto brutto e magari scopiazzato, come un bel quadro di un artista famoso, non ha niente a che vedere con quelle penose rappresentazioni di paesaggi o ritratti, che si vedono alle volte nelle fiere paesane.

    Il discorso è molto lungo, ma appassionante credo, concordi? 😉

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    • Certo, assolutamente d’accordo! Ho sempre cercato di conciliare l’utilità di un oggetto con il suo aspetto estetico, il suo design appunto. Se manca quest’ultimo elemento, ne va del valore complessivo dell’oggetto stesso, credo. E a volte mi è anche capitato di acquistare un qualcosa semplicemente perchè “bello” o comunque visivamente appagante. Può quindi trattarsi di un termometro, di una cornice, una tenda…qualunque cosa. Però, ecco, l’orinatoio in sè e per sè, non mi dice nulla. Non ci trovo alcun valore estetico e dunque artistico. Ovviamente, come dicevo prima, ammiro il coraggio di chi ha deciso di esporlo in un museo per far sì che venisse osservato come opera d’arte. Senz’altro ha avuto una grande idea, ma su di me non ha fatto colpo 😉

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  7. 🙂

    Beh, alle volte è solo provocazione e la si fa per sconcertare chi guarda. Non so se sei mai andata alla biennale di pittura o di architettuta a Venezia, lì di cose che “scovolgono” ne trovi tante, famosa è stata all’epoca la “Merda d’artista” di Piero Manzoni che negli anni ’60 ha praticamente rivoluzionato il modo di concepire l’arte, senza parlare negli anni ’80 della Transavanguardia, che concettualmente portava avanti il ritorno alla manualità, ma che poi, secondo me, ha degenerato lasciando spesso e volentieri senza parole, più per ciò che si voleva intendere che per i contenuti.

    Più di una volta mi sono sentito preso in giro guardando un’istallazione. 😉

    Comunque a proposito degli oggetti belli, ricordo che una volta ho comprato una racchetta da tennis perchè era veramente bella, tutta bianca. Poi ho scoperto che era anche una buona racchetta, ma al momento, l’unica cosa che m’interessava era qualla, la bellezza.

    Deformazione profesionale. 🙂

    Evvabè, scusami, mi sono dilungato, l’argomento è parecchio interessante. Ciao!

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    • Della “Merda d’artista” avevo sentito qualcosa ed ero esattamente rimasta come suggeriscono le parole che hai usato: sconcertata e sconvolta. Bah, sarà che estremismi di questo genere non riesco a comprenderli. E a gradirli, soprattutto. Comunque un giretto alla Biennale di Venezia dovrei farmelo, credo.
      Non ti sei affatto dilungato, tranquillo! Anzi, mi ha fatto molto piacere scambiare opinioni in merito.
      Ciao e buon fine settimana! 😀

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