Credi di avermi messa a fuoco?

La blogger Colpo di Tacco, che è tra i miei followers da un po’ ma che purtroppo io – da completa ingrata – non ho mai trovato il modo di seguire, mi ha assegnato la scorsa settimana un premio che avevo già adocchiato in giro per il web. Si tratta di “Credi di avermi messa a fuoco?” e consiste essenzialmente nell’elencare 10 caratteristiche o accadimenti personali e sfidare i lettori ad indovinare se e quando si mente. Oddio, io credo di essere un libro aperto ormai, ma proviamoci… Ah, ovviamente la nomina dei 10 “successori” e l’inserimento del logo del premio sono ormai routine, inutile spenderci troppe parole.

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1. I miei biscotti preferiti sono le Macine della Mulino Bianco
2. Una volta ho fatto suonare l’antifurto in un negozio perché sono uscita con dei vestiti senza pagarli
3. Ho portato le mesches bionde
4. Mi mangio le unghie
5. In camera mia c’è un tappeto ai piedi del letto
6. Amo indossare tanti bracciali
7. Una città che vorrei visitare prima di ogni altra è Berlino
8. L’anno prossimo – se tutto procede secondo i piani – dovrei laurearmi
9. Gelato: alla frutta no, ma alle creme sì
10. Da piccola non piangevo quasi mai

Ora le nomination, le quali per essere avvertite del premio dovranno passare di qui. Non amo lasciare commenti per i blog ed avvisare che questi hanno ricevuto una nomination in un mio post. Mi da l’idea di essere un po’ invadente…

Diemme
Alius et Idem
Arthur
Il Gatto Syl
Isabella Scotti
Le Journal de Nina
Marisa Moles
Pennelli Ribelli
Il Tempo delle Riflessioni
Costa in Pianura

Aah, ovviamente liberi di prendere o lasciare!

I miei ricci non sopportano i capricci.

Questo tempo è imprevedibile. Questo tempo è incomprensibile.
Le previsioni del tempo sono incomprensibili.
I siti di meteo sono inaffidabili, contraddittori: uno prevede una cosa, uno ne prevede un’altra.
Chi lo aveva detto che oggi pomeriggio, intorno alle 17, sarebbe scoppiata una tempesta con tanto di tornado che ha fatto volare oggetti non ben identificati in cielo, mentre io e mio fratello correvamo su e giù per il terrazzo, chi per alzare le tende, chi per raccogliere i panni, chi per sistemare le sdraio, salvare il salvabile, riparare il riparabile ed evitare che la forza spaventosa del vento si portasse via anche gli infissi?
“Io lo sapevo”, mi avrebbe detto mia madre, “l’ho visto su 3b Meteo“.
Ah ecco. Quindi io che consulto Ilmeteo.it non sono degna di essere informata.
Bene, mi fa piacere.
Praticamente quanti portali sulle previsioni meteorologiche dovrei consultare contemporaneamente?
Va bene che il tempo è capriccioso ed i capricci sono difficili da intercettare, ma allora perché una previsione meteo aveva avvertito l’aria che tirava e l’altra ne era completamente all’oscuro?
Almeno mettetevi d’accordo!
Sarei stata più contenta di non sapere che 3b Meteo ci aveva preso e dover constatare che a cadere dalle nuvole ero solo io.

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E il mio cuore è partito a mille!

Chissà se il mio ragazzo mi farà mai una dichiarazione simile…

Dal momento in cui ti ho incontrata, quanti anni sono ormai, non è passato un solo giorno senza che pensassi a te. E adesso che sono di nuovo con te… soffro da morire. Più sto vicino a te, più mi tormento. Al solo pensiero di stare un attimo senza di te, mi sento soffocare. Sono ossessionato da quel bacio, che non avresti mai dovuto darmi. Ho una ferita, nel cuore, e aspetto che un altro bacio la rimargini. Tu mi sei entrata nell’anima, che si tortura per te. Che devo fare? Dimmelo tu, e io lo farò.
[Anakin Skywalker a Padme Amidala]

Lo so, sono un’inguaribile romanticona…  E non mi posso nemmeno lamentare perché il mio ragazzo mi riempie continuamente di parole dolci ed affettuose, però un Hayden Christensen ha il suo fascino … Non che io sia Natalie Portman comunque! Eh vabbè, mi piace fantasticare, okay?

The Very Inspiring Blogger Award

Lunedì scorso Valentina di Alius et Idem mi ha assegnato il premio che è mostrato nell’immagine: The Very Inspiring Blogger Award. Oltre a ringraziare Valentina, cosa che ho comunque già fatto nel commento al suo blog, le regole del premio prevedono di raccontare 7 cose sull’autore del blog che lo riceve e di nominare altri 15 blogger che possano condividere un po’ di stessi con gli altri.

Io non mi tiro indietro, ma avverto che non ho grandi idee sulle 7 cose da dirvi. Temo di essere ripetitiva perché sento già di aver raccontato molto di me, magari non in maniera diretta, a mo’ di elenco come invece avviene in questi casi, ma ho comunque lasciato trapelare parecchio da tutti i miei post, personali, intimi o generici che siano. Ad ogni modo oggi ho tutto il tempo di spremere le meningi e sfornare qualcosa di interessante che probabilmente ancora non conoscete…

  1. Amo i dolci, sono golos.. Ops, questo mi sa che lo sapete già!

Ricominciamo allora, questa volta sul serio…

  1. Ho scoperto oggi che WordPress ha cambiato look nella schermata in cui scrivi i post senza entrare nella bacheca (praticamente cliccando su “Nuovo post” direttamente dall’home page). Finalmente!, mi son detta, era ora che arrivasse un layout più accattivante! Sta di fatto che devo fare i miei complimenti ai site manager di WP perché mi piace un sacco il nuovo aspetto!

Okay, questo c’entrava poco con me, ma vi avevo anticipato che ero a corto di idee… Facciamo che vale uguale, va la’! Quindi, visto che non riesco ad iniziare un nuovo elenco con il numero “2” (quasi quasi ritiro i complimenti a WP appena fatti…), dovrò ora sviluppare solo 6 punti.

  1. Mentre guardo la televisione, leggo un libro o svolgo un’attività rilassante, non riesco a stare ferma: mi mordicchio le unghie, gioco con le pellicine, mi “spulcio” i piedi (quest’ultima è la cosa che preferisco!).
  2. In casa sono l’addetta allo smistamento, al controllo e alla sistemazione delle fotografie fatte in vacanza. I miei genitori mi lasciano la macchinetta, io scarico le foto dalla scheda, le correggo, le modifico, le divido in cartelle se necessario ed opero una prima scrematura. Dopodiché sottopongo alla visione della famiglia il lavoro svolto ed insieme procediamo all’eliminazione di altre foto dopo averne ampiamente discusso.
  3. Non posso uscire senza indossare un orologio. Quello del cellulare non mi basta, ho bisogno di un quadrante al polso. Per la vita di tutti i giorni uso un orologio digitale, per le uscite serali e le occasioni “straordinarie” scelgo tra un Festina e un D&G, oppure rubo l’orologio bracciale di mia madre
  4. Mi piacciono molto i bracciali, gli orecchini e le collane. Ci sono alcuni bracciali che indosso sempre e non mi tolgo nemmeno per andare a dormire: quelli di tessuto, di pelle o con perline sottili. Da piccola mi addormentavo anche con gli orecchini, ma visto che portavo solo quelli a bottoncino, posso immaginare il perché. Non amo invece gli anelli.
  5. In vacanza i miei mi hanno regalato una cavigliera. E’ molto particolare, hai dei pendagli che terminano con dei piccoli ciondoli a forma di stella. L’abbiamo comprata in spiaggia da un venditore ambulante con il quale siamo entrati in simpatia. Ci ha raccontato che proviene dall’India, precisamente da Bombay, e che la moglie vive ancora lì, in campagna. Pare che sia un luogo pieno di insetti.
  6. A proposito di insetti… il mio timore nei loro riguardi sta migliorando. O meglio, migliora la gestione della mia paura. Quantomeno non urlo più come una pazza appena me ne passa uno vicino, ma, certo, inizio ad innervosirmi – e non poco – se continua a ronzarmi intorno!

Et voilà, passiamo alle nomination:

E mi fermo qui, perché 7 è il mio numero preferito, perché anche i punti precedenti erano 7 e perché… ho esaurito le energie ragazzi! Non sono più abituata a passare tutto questo tempo di fronte allo schermo del pc. Quello dell’iPhone è infinitamente più piccolo e meno stancante!

Diario di viaggio: Salentu, lu sule, lu mare, lu ientu.

Il Salento è la regione della Puglia che corrisponde alla provincia di Lecce e dunque al tacco del nostro stivale. Santa Maria di Leuca è esattamente il DSC_0253punto più a est della penisola e noi l’abbiamo visitata qualche anno fa.
In questa settimana siamo tornati nel già esplorato Salento e ci siamo stabiliti in una fantastica masseria del ‘500 nella campagna a largo di Presicce, a pochi chilometri da una delle località più rinomate della zona: le Maldive del Salento. Il tratto di costa tra Torre Vado, Pescoluse e Marina di Salve è denominato in questo modo così “esotico” per via delle lunghe spiagge sabbiose dai granelli sottili di colore dorato e per l’acqua cristallina, che brilla come un diamante quando è colpito in pieno dal sole con le sue tinte dall’azzurro al blu scuro ed una limpidezza da togliere il fiato. Abbiamo trascorso diversi giorni della settimana a mollo in questo mare così magico e distesi su questo paradiso di spiaggia. Lunedì e giovedì, tuttavia, ci siamo diretti verso altri lidi, in particolare a Porto DSC_0272Selvaggio, una caletta incastonata tra la roccia ed un luogo incontaminato immerso in un parco naturale appena a nord di Gallipoli, e Lido Pineta, spiaggia dalla sabbia chiara racchiusa in una bellissima cornice naturale e protetta da una pineta attrezzata con aree relax, bar, tavoli, amache, sala giochi e playground per i più piccoli. Devo dire che la pineta ha protetto anche la nostra pelle, ustionata dal sole caldo dei giorni precedenti, e ci ha regalato una giornata di svago e di fresco.
Lecce, regina del Salento e nota come la “Firenze del sud”, è stata oggetto della nostra visita l’ultimo giorno di permanenza in Puglia. Il centro storico si gira in una mattinata ed è veramente delizioso. Non mi aspettavo una città del sud così curata, pulita e ben presentata (le indicazioni turistiche così come i punti informazioni abbondano… Peccato che aprano tutti con comodo, dalle 9.30 in poi!). La nostra visita inizia intorno alle 8.30 quando le temperature permettono ancora di camminare freschi senza che il caldo DSC_0375ci sottragga energie. Iniziamo dalla Piazza del Duomo che si apre inaspettatamente dalle strette viuzze del centro. Lo stile architettonico predominante è il barocco leccese, caratterizzato dalle tipiche decorazioni opulente, dallo sfarzo e da motivi naturalistici esuberanti e reso particolare dall’uso della pietra leccese come materiale da costruzione. Percorrendo il corso, dove non possiamo far a meno di notare le botteghe di artigianato locale ed il trionfo della lavorazione della cartapesta, raggiungiamo Piazza Sant’Oronzio, la piazza laica in contrapposizione al luogo di riferimento ecclesiastico di fronte al Duomo dell’Assunta. Sulla destra della piazza ammiriamo le rovine di un anfiteatro romano di epoca augustea, impiegato durante l’estate per rassegne e spettacoli. Fotografiamo poi dall’esterno il castello Carlo V, così chiamato in onore del sovrano che decise la sua costruzione, e, studiando la mappa, ci facciamo un’idea della sua struttura con i quattro bastioni ai lati. Torniamo sui nostri passi lungo Corso Matteotti e facciamo una deviazione che ci consente di visitare le rovine del teatro romano, da tenere distinto dall’anfiteatro in quanto la sua funzione nell’antichità era diversa: l’anfiteatro ospitava le lotte dei gladiatori e tutto ciò che era destinato al sollazzo del popolo; lo spazio scenico teatro era invece dedicato alle rappresentazioni teatrali rivolte alle élite. Terminiamo il nostro giro con una visita alle chiese di Sant’Irene e Santa Croce, per poi riprendere la macchina parcheggiata alla Stazione di Lecce.DSC_0424
Parlando di Lecce non è possibile non citare una splendida scoperta che abbiamo fatto riguardo questa bella città: il pasticciotto. Si tratta del dolce tipico leccese, una meraviglia della pasticceria, il vertice più alto dell’arte dolciaria, una squisitezza per il palato ed un appagamento di qualsiasi appetito nello stomaco (da golosa quale sono, devo ammettere che il pasticciotto è uno dei dolci più buoni che abbia mai assaggiato). Noi abbiamo avuto la fortuna di poterli mangiare tutte le mattine, insieme ai biscotti, alle crostate, ai dolci, ai cornetti salati e con crema che la cucina della nostra masseria sfornava caldi a colazione. La ricetta tradizionale del pasticciotto lo prevede ripieno di crema, ma esistono numerose altre varianti (ricotta e pistacchio, cioccolato, crema e Nutella) che ovviamente abbiamo provato nella mitica pasticceria Martinucci, la più rinomata del Salento. Inutile dire che mi sono innamorata di quel luogo, un tempio enorme e luccicante dedicato alla Dea Pasticceria in persona. Ed è inoltre superfluo aggiungere che la mamma, depositaria della più raffinata arte dolciaria, è stata obbligata a ripetere la ricetta una volta tornati a casa.

P. S. Ah, dimenticavo, questa la canzone eletta a colonna sonora della vacanza.

Il duro mestiere di una giornalista in erba.

“Ciao, siamo de La Quarta, il giornale del Municipio. Posso farti qualche domanda…?”

Bocciata dopo la prima frase. Fulminata con lo sguardo. Nessuno vuole avere rogne mentre si appresta a scendere nelle viscere della terra.
Okay, cambiamo approccio. A nessuno interessa dove lavoro. Probabilmente molti non conoscono nemmeno il giornale, nonostante sia presente da più di quarant’anni sul territorio. Alcuni potrebbero pensare che io sia lì per vender loro qualcosa, tipo un abbonamento annuale ad una rivista. Peggio ancora, un’offerta flat per navigare senza limiti da casa.
Okay, proviamo così.

“Ciao, posso farti qualche domanda sulla metro?” (si nota già maggior disponibilità da parte delle nostre “esche”). “Siamo della redazione de La Quarta, il giornale della circoscrizione. Stiamo facendo un servizio…”

A questo punto le reazioni sono due:

A. Accettano

B. Rifiutano

Caso A:

  • Ti guardano un po’ increduli ma poi ti dicono sfacciati, fieri di essersi messi alla prova: “Perchè no?”.
  • Ti sorridono e ti fanno con disinvoltura: “sì, okay”
  • I loro occhi ti fissano impauriti, cercano di decifrare le tue intenzioni (in realtà sarei disposta a chiarire io stessa le mie intenzioni se solo mi lasciassero parlare!) e poi sono loro che domandano a te, con la voce tremante ed il tono insicuro: “Ehmm, di che genere?”
  • Si piazzano di fronte a te e non solo accettano, ma colgono l’occasione per rigurgitare tutta la loro insoddisfazione in merito al servizio, per esprimere la loro contrarietà e per lamentarsi di questo e di quello, come se non avessero aspettato altro per tutto il giorno. Mentre parlano a macchinetta tu ti fai un’impressione di loro; pensi che, poverini, il viaggiare sui mezzi pubblici li ha resi isterici e depressi, è normale che non vedano l’ora di sfogarsi… Li ascolti più o meno con attenzione, distraendoti ed abbandonandoti alle tue considerazioni solo quando ti accorgi che stanno ripetendo per la decima volta che “l’altro giorno ho dovuto aspettare 30 minuti – capito?? 30 minuti! roba da non crederci – il treno!”. Ad ogni modo, alla fine del loro intervento, ringrazi di averli scovati tra la massa dei passeggeri perché in fondo sono le esche migliori dalle quali trarre la maggior parte del materiale per il pezzo che ti appresterai a scrivere.

Caso B:

  • Neanche ti guardano, né ti rispondono. Proseguono dritti per la loro strada, come se non avessero nemmeno sentito il suono della tua voce entrare nelle loro orecchie
  • Ti squadrano dall’alto in basso, valutano se è il caso di risponderti, capiscono che no, non ne vale la pena e si dileguano con una scusa qualunque (ahimè, devo fare proprio una cattiva impressione sulla gente… Che ho gli occhi a palla?!?!)
  • Non ti lasciano pronunciare l’intera frase, ti interrompono, fanno finta di avere il fiatone e le gambe che fremono e ti propinano la scusa più banale che esista, tra l’altro pure poco credibile: “Scusa, vado di fretta!” o “Scusa, sono in ritardissimo, davvero” o ancora “Mi stanno aspettando, perdonami!”. Infine: “Perdo il treno, scusa, ho i minuti contati”. Ma come è possibile, se quando ho adocchiato ognuno di voi in lontananza procedevate con il ritmo di un bradipo e traccheggiavate con il cellulare?!?

Per non parlare, poi, di quei passeggeri che non mi sento di inserire in nessuna delle due categorie, viste le loro così singolari peculiarità. Ci sono quelli che ti rispondono in una lingua sconosciuta, asiatica presumibilmente, percepiscono che tu non hai capito, ma stanno lì fermi ad aspettare la prossima domanda con un sorriso a trentadue denti stampato in faccia (apprezzo la disponibilità, per carità, ma non capisco quello che dici!). Poi ci sono quelli che accelerano il passo, si inventano degli improbabili slalom per evitarti e passarti alle spalle, si mettono a correre, abbassano lo sguardo, avvicinano il cellulare all’orecchio per simulare una telefonata… Insomma, fanno di tutto per non venire interpellati (ma cosa pensano che potrei mai volere da loro?!?). Ed – ahimè – ci sono quelli che non stanno totalmente a posto con le rotelle, ma in realtà non lo danno molto a vedere: dall’apparenza li diresti sani di mente, ma quando inizi a porre loro delle semplici domande e ti accorgi che le loro risposte non hanno nulla a che fare con quanto è stato chiesto, ti vengono dei dubbi. Alla richiesta di un parere circa il servizio della metropolitana, ci viene replicato più o meno in questo modo: “Beh, buono. Se hai un coltello non passi. Non ti fermano (?) Poi con il coltello puoi fare del male. Il coltellino svizzero taglia. Taglia parecchio.”

E così l’articolo che ti è stato commissionato in qualche modo lo scrivi, ma vorresti tanto parlare del pomeriggio che hai trascorso di fronte all’entrata della metro, armata di penna, taccuino, sorrisi e gentilezza, dotata delle migliori intenzioni e della più serena disposizione d’animo: tecniche che farebbero invidia ai migliori serial killer, piazzati alla luce del giorno in cima alle scale mobili per adescare le proprie vittime.

La casualità aguzza il dubbio.

Domani si parte. Oggi ci si prepara.

Anzi che non ho iniziato a fare le valigie una settimana fa, come mio solito. Un po’ per gli esami ancora in corso, un po’ perché nessuno della famiglia lo aveva già fatto, ho deciso anche io di dedicare solo il giorno pre-partenza a preparare i bagagli.

E mentre apro i cassetti e seleziono gli indumenti da portare in valigia, la mia mente si abbandona ad una delle riflessioni linguistiche che le piacciono tanto. Qual è la forma corretta del plurale di “valigia”?

Questo è ciò che risponde la Treccani:

VALIGIE O VALIGE?

In base alla regola empirica che si usa per il plurale dei nomi in ➔-cia, -gia, -scia, la grafia corrente del plurale di valigia è valigie.

Tuttavia, fino alla metà del secolo scorso ha avuto una certa diffusione anche la grafia valige, usata spesso ancora oggi, soprattutto in testi linguisticamente non molto sorvegliati.

L’altro terzino con le valige pronte è Grosso, il campione del mondo del 2006 non ha mai mostrato le sue qualità a Torino (www.spaziojuve.it)

Viaggi: meno spese se le valige sono più leggere (www.mettivia.it).

Okay, ora posso tornare alle mia occupazione. Chissà se, preparando il beauty case e riempendolo con shampoo e bagnoschiuma, non mi venga un dubbio anche su di loro!

E. Degas - La tinozza

E. Degas – La tinozza

P.S. In realtà non ho potuto fare a meno di interrogarmi sul plurale della parola “bagnoschiuma”, ma quello che ho trovato nel web è stata una lista piuttosto lunga e ricca di eccezioni che potrebbe risultare noiosa per qualcuno. Quindi mi limito a riportare il link per chi fosse interessato a scoprire qualcosa di più sulla formazione del plurale dei nomi composti in italiano. Ecco qua: http://dizionari.corriere.it/dizionario-si-dice/P/plurale-dei-nomi-composti.shtml

Wake me up when september ends.

E con oggi posso finalmente dichiarare conclusa questa sessione di esami. Nemmeno un appello a settembre, questo era il mio obiettivo, concentrare tutti gli esami entro giugno, così mi ero ripromessa. Ed eccomi vincitrice. Ne esco trionfante.
Il mio fisico non ne ha risentito più di tanto. La mia salute mentale forse un tantino. Ma… Io sono ancora qua. Eh già.
Sorvolando i miei richiami a Vasco Rossi, che tra parentesi reggo poco ma che mi è passato per la mente proprio in questo istante, come commenta la Scrutatrice questa sessione?
Non direi sia stata troppo faticosa. Non sono mai stata tutto il tempo sui libri e non mi sono rinchiusa in casa per giornate intere a studiare. Ho avuto i miei svaghi, i miei momenti di tregua, le mie uscite serali, anche perché, francamente, in tutta la mia vita, non mi sono mai ritrovata in situazioni che mi costringessero a fare le ore piccole sui libri.
La definirei piuttosto intensa, carica di scadenze, attese, ansie, aspettative e, di tanto in tanto, qualche attacco di nervosismo.
Stressante? Questo senza dubbio e devo dare ragione a tutti quelli che mi guardavano con gli occhi sgranati e mi riempivano di lodi e complimenti per l’impresa di riuscire a dare tutti gli esami a giugno, cosa improponibile secondo molti. Ed io che oserei dire che una sessione simile la rifarei, la ripeterei, visto che adesso mi aspetta un lungo (ma mai troppo!) periodo di completo relax, senza il pensiero di dover rimettere mano ai libri ad agosto e partecipare alla sessione di settembre.
Come scrivevo qualche giorno fa ad una mia amica, la quale mi domandava se avessi una qualche tecnica o strategia per mantenere ritmi che pare pochi riescano a sostenere, cerco di proiettarmi mentalmente sempre verso l’attimo immediatamente successivo all’esame; ad esempio tendo a prendere impegni dopo un esame, a programmare qualcosa che mi tenga occupata durante quella giornata e dirotti i miei pensieri sul post-esame e non tanto sull’esame in sé. È un meccanismo psicologico che mi fa sminuire il momento della verifica creandomi attese che scacciano l’ansia. È come se dicessi al mio cervello: “Pensa quanto dura una giornata. A quest’ora sarai già…. Cosa vuoi che rappresenti un esame che ti impegna solo due ore di una giornata così lunga? Tanto vale non pensarci”
E così sono arrivata fin qui, dopo un interminabile conto alla rovescia iniziato il primo giorno della sessione. Adesso sì che posso respirare (anche se con queste temperature romane la vedo difficile!) e pregustarmi il respiro del mare che mi aspetta. I miei polmoni che si gonfiano con la sua aria, i miei occhi che si riempiono dei suoi colori ed il mio taccuino che si colora di parole. Spero di potervi annunciare il mio ritorno con un Diario di Viaggio, ma intanto vi annuncio la mia partenza. Non ho più bisogno di guardare oltre quello che il mio sguardo può raggiungere. Non ho più bisogno di proiettarmi al futuro. Voglio essere svegliata solo quando settembre finirà.

Bad Vibrations.

Sono elettrica questi giorni.
Tesa come una corda di violino pronta a vibrare al minimo tocco che la sfiora.
Ma non sono Good Vibrations, come cantavano i Beach Boys e come vorrei che fossero io. Si tratta di vibrazioni isteriche. Nervose.
Sono irritabile facilmente in questo periodo. Divento nervosa per un non nulla ed insopportabile per delle sciocchezze.
Tratto malamente chi mi sta attorno, una persona in particolare, fino ad arrivare ad eccessi non tollerabili.
Mi comporto indegnamente. Non mi riconosco.

Sono apatica questi giorni.
Un’ameba.
Non ho voglia di fare nulla, non ho voglia di stare con le persone. Non sono minimamente curiosa di nulla, del tutto indifferente a ciò che accade intorno a me e non mi interessa niente che non possa riguardarmi strettamente da vicino.
Non ho nulla di dire, mi sento vuota.
Ho perso il sorriso. Lo stress mi sta uccidendo.

Scusate se vi sembro incoerente con quanto ho detto nel post precedente. Non avrei dovuto pubblicare più nulla, è vero, ma questo avevo proprio bisogno di scriverlo.

Libri in metro #21

In realtà la noto già dalle scale mobili, forse (anzi, sicuramente) per via del colore e delle dimensioni della sua borsa, così vivace ed estiva. Non immaginavo che la ragazza potesse essere la mia “lettrice-bersaglio”…

GOMORRA [ROMA]
Rovista nella grande borsa verde acqua, prende qualcosa, poi la lascia nuovamente cadere.
È salita al capolinea della metro B1 e… (Continua a leggere)

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